mercoledì 4 dicembre 2013

I NOMI DELLA ROSA


L’incresciosa vicenda che sta tenendo col fiato sospeso la Sardegna (oddio… sospeso…) e che ha visto protagonisti Michela Murgia e la dirigenza del Partito Democratico, merita alcune riflessioni.
Abbiamo poche certezze. La Murgia sostiene di essere stata contatta da alcuni dirigenti PD e di avere ricevuto una proposta di “collaborazione”: accettare un rosa di dieci nomi Democrats nelle sue liste, in cambio dei voti che questi porterebbero facendo salire il quorum di “Sardegna Possibile”. D’altra parte le trattative sotto il tavolo ma anche quelle sopra il tavolo e, meglio che mai, sopra più tavoli, sono una cosa che il PD conosce bene perché le facevano, per imperiosa necessità ontologica, sia la DC che il PCI che il PSI; e poiché i dirigenti attuali del PD sono stati per lo più anche dirigenti della DC, del PCI o del PSI, non vedo cosa avrebbe potuto convincerli, in questi anni, a cambiare metodo. Né credo che sostituire Berlinguer con D’Alema, Craxi con Nencini e Andreotti con Letta abbia cambiato qualcosa.
Michela però si è inquietata. E senza pensarci troppo ha reso pubblica la cosa. Dall’altra si è reagito non tanto dicendo “è falso” o “queste cose non si fanno” o “e se si fanno noi non le facciamo”. Più che altro la reazione è stata di sfida: “se è vero, la Murgia faccia i nomi”.
Fossi al posto della Murgia io quei nomi li farei, andando fino in fondo. Perché le cose bisognerebbe sempre portarle fino in fondo, come quando si inizia ad estrarre un dente. Fermo restando che non si è trattato di qualcosa di illegale ma al massimo di politicamente rozzo, che problema c’è a sapere che Pinco Pallino insieme a Sempronio e a Tal dei Tali, sono andati da Michela a trattare? Voglio dire, è politica, è tattica, è comunicazione, non sono tangenti. Vorrei vedere la dirigenza del PD denunciare un competitor per una confessione simile. 
Il problema semmai è che, per tacita intesa, certe cose si fanno ma non si dicono. Esiste un doppio linguaggio in politica: quello che si usa in pubblico e quello che si usa a porte chiuse. I due linguaggi sono diversi per lessico, per estensione e per chiarezza. I partiti da cui proviene il PD (e quindi anche il PD) li hanno sempre usati entrambi e sempre dosandoli con cura. Ogni dirigente sa esattamente quando è il momento di usare uno o l’altro codice e sa che, per funzionare, i due codici non devono sovrapporsi, pena pericolosi cortocircuiti o imbarazzanti figure di merda. Un esempio di queste ultime è quella del giovane dirigente che a una riunione tra capibastone per parlare di candidature, di cariche, di campagna elettorale, si mette a parlare di programmi o peggio ancora di valori. A quel punto i più esperti si guardano, gli sorridono e riprendono da dove erano stati interrotti. 
Un esempio di corto circuito, che potrebbe essere anche più grave di come è stato finora, è quello avvenuto con le confessioni di Michela Murgia. 
Sembra una schermaglia da nulla, tanto che mi è bastato tentennare un po’ sulla pubblicazione di questo pezzo che già l’argomento era quasi sparito dalle bacheche. In realtà credo sia sparito per via di una rimozione potente. 
Questa del doppio linguaggio e della doppia veste in politica è una cosa a cui come italiani siamo avvezzi quanto lo siamo alla doppia morale: la domenica in chiesa vs. il resto della settimana. In entrambe le situazioni si confrontano due contesti complementari ma anche opposti, direi: sacro e profano. In entrambi i casi il passaggio tra i due contesti è affidato al mistero, al segreto e a ministri di culto investiti di un particolare potere che consente loro di gestire i passaggi -propri e altrui- da un contesto all’altro senza conseguenze letali. L’importante è che i due contesti o i loro elementi non si sovrappongano, trovandosi nello stesso luogo e nello stesso momento. Esempi? Ne faccio 4: 1)Il giovane dirigente ingenuo che parla di programmi in una stanza in cui tutti parlano di poltrone. 2) il vecchio dirigente arteriosclerotico che parla di poltrone in una sala in cui tutti fanno finta di parlare di programmi. 3) Il fedele che tromba durante la messa, 4) il tipo che prima di una trombata dice il rosario.
Fuor di puttanata mi viene da dire due cose, una a Michela Murgia e l’altra al PD. A Michela chiedo, come sopra, di fare quei nomi e di portare il corto circuito fino alle sue estreme (?) conseguenze. Al PD dico: nonostante continui a sembrarvi naturale la formula del doppio tavolo, del doppio linguaggio ecc, sforzatevi di capire che sono sempre più numerosi quelli che vi hanno votato e avrebbero continuato a votarvi solo per disperazione, perché il resto era peggio, ma che a questi e a molti altri proprio non piace la doppiezza dei vecchi metodi. Non fermatevi alla considerazione che sia da ingenui. Magari è vero, ma non è tutto. Molte altre cose muovono chi detesta certe pratiche. E sono tutte cose che vi svuotano e vi condannano a morte politica. 
Tuttavia ho come la sensazione che la cosa si fermerà qui. Non sapremo mai nulla né della Rosa, né dei Nomi, come di due cose che alla fine sono una e indissolubile, impossibile da tirar fuori dal recinto rituale della vecchia politica.
Fa freddo in questa stanza e le mani mi dolgono. Lascio questo pezzo, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat Rosa pristina Nominibus, Nomina sed non tenemus.
Eccheccaz!

lunedì 2 dicembre 2013

 
 
 
 
 
MORSI E RIMORSI
Ahi qual dissenno s’omo mai udisse,
pel gran cavallo falso infra le mura,
contra chi ‘l fece intrar, bestemmia dura,
se l’ gran bestemmiator ne fosse Ulisse;

o se per lo calor divoratore,
che mangiò l’Urbe con li suoi abitanti,
volasse stral contra li vigilanti
dall’arco di Neron Imperatore.

Contra ‘l causato udir lo causatore
sanza vergogna far lamentazione,
l’istomaco mi face brutto e stretto;

udir Settimo Nizzi in queste ore
a Giovannelli chieder dimissione
mi face meno o più l’istesso effetto.

sabato 30 novembre 2013

ADDIO ALLE ARMY

Nel novembre del 2005 Donald Rumsfeld, ministro della Difesa di Bush, annunciò al suo omologo italiano, Antonio Martino di Forza Italia, la chiusura della Base Nucleare di S.Stefano. Nel settembre 2007 la nave appoggio per sommergibili nucleari statunitensi lasciava definitivamente la Sardegna. Nel febbraio 2008 chiudeva anche l’ultimo ufficio a terra della ormai ex Base Americana. I più di 140 dipendenti civili iniziavano così un periodo difficile della propria esistenza, alle prese con il tentativo da parte del Comune di La Maddalena, della Regione Sardegna e dei Sindacati, di ottenerne la ricollocazione nel comparto pubblico grazie ai benefici di una legge del 1971, la n. 98, pensata apposta per i dipendenti di installazioni militari straniere nel proprio paese. Il contesto del provvedimento era il trattato NATO del 1949.
Questo iter, per nulla facile, fu reso ancora più spinoso dal clima di tensione che si respirava a La Maddalena in quel periodo. Si era alle prese con l’idea (fortemente sostenuta da Soru) che si potesse riconvertire l’economia di molte realtà sarde passando dal militare al civile, dalle stellette al turismo, investendo in risorse fino ad allora non del tutto valorizzate: l’ambiente, la bellezza del territorio, le energie e le idee delle comunità locali. Si pensava che ci si potesse emancipare da un tipo di economia che garantiva un certo benessere, ma lo garantiva secondo dinamiche completamente fuori dal controllo delle popolazioni beneficiate dai posti di lavoro: della serie che le basi militari, italiane o straniere, avevano sempre obbedito a logiche che di sociale avevano ben poco: arrivano e se ne vanno quando le esigenze della difesa, oltre che i bilanci di uno Stato, vogliono così. È successo con la Base Americana di Santo Stefano e con molte altre realtà. Ma il punto su cui fortissime furono le polemiche è proprio questo: Soru credeva nella trasformazione di un’economia da militare a turistica, e faceva quel che poteva per favorire il passaggio. Il punto è che Soru, contro Bush, non avrebbe potuto fare nulla se l’America non avesse avuto intenzione di andarsene. In molti provammo a spiegare questo aspetto, invitando chi era contrario alla chiusura della base a distinguere tra intenzioni ed effetti, tra cose desiderate e cose causate. Tra quel che era giusto chiedere e quel che era ragionevole aspettarsi. E quindi anche tra chi era responsabile e chi era solo soddisfatto per ciò che stava capitando Nulla da fare. Molti continuarono a pensare che Soru aveva mandato via gli Americani e con loro tutti quei posti di lavoro.
È di ieri la notizia che la Difesa USA sta per ridurre il personale civile nelle basi militari di Aviano, Sigonella, Vicenza-Ederle, Livorno-Camp Darby e Napoli e che, a differenza di quello che avvenne qualche anno fa, nessuno potrà godere dell’ombrello della Legge 98/71. Molti dipendenti civili italiani di queste installazioni rischiano il licenziamento e basta.
Questo ci ricorda ancora una volta che l’economia militare è sicura né più né meno come quella legata alla grande industria che si avventura oggi qui e domani lì; in Sardegna ne sappiamo qualcosa. Una volta che non c’è più interesse strategico le armi si posizionano, da millenni, dove conviene, dove è più facile controllare ed eventualmente colpire il nemico, senza remore per chi rimane col culo per terra o è costretto a emigrare per mantenere l’impiego.

Mi chiedo solo se i detrattori di Soru ammetteranno di avere sbagliato le loro valutazioni allora e se questo potrà servire per ripensare ancora una volta alla necessità, per lo meno, di mettere in discussione la presenza militare in Sardegna anziché considerarla un totem innominabile e salvifico senza il quale saremmo perduti. 

venerdì 22 novembre 2013

COSE CHE RICORDERÒ

Alcune le avevo sapevo già. Altre le ho viste solo dopo aver visto Cleopatra. E sono queste:
Partendo da La Maddalena per andare a Olbia, le prime ferite gravi si vedono solo dopo Palau. Aumentano dopo Arzachena e diventano agghiaccianti dentro Olbia, lungo i canali e nelle zone adiacenti.
Le colline, anche a guardarle con attenzione, sembrano perfette. Come se non avessero motivo di scomporsi per una Cleopatra qualsiasi.
I mucchi di roba messa fuori dalle case in attesa del camion che se li porti via, sembrano tutti uguali. Un po’ come gli sconosciuti. Basta poco per capire che non è così, ma all’inizio sembrano veramente uguali.
Le persone hanno ancora una sorta di fiuto che le porta a valutare velocemente chi hanno di fronte, senza troppo ragionare. Un vigile sconosciuto e cazzuto chiamato a chiudere una zona critica, ti si mette a disposizione come un francescano delle missioni appena gli dici che stai portando pacchi di cibo alle famiglie colpite; gli stessi pacchi che mezz’ora prima ti avevano affidato altri sconosciuti, senza neanche chiederti chi eri, solo perché avevi detto loro che volevi dare una mano a distribuire gli aiuti.
C’è chi è talmente meschino da volersi intestare il bene che altri stanno facendo. Tanti altri.
L’acqua è peggio del fuoco.
L’idiozia data dall’avidità è peggio dell’acqua.
La gente colpita da catastrofe piange più facilmente davanti a una telecamera, ma solo perché davanti a una telecamera si ferma a pensare al passato, mentre quando non gli rompono i coglioni con le interviste si può dedicare a pulire, riordinare, aggiustare, ripartire e pensare al futuro. È molto più faticoso ma molto meno doloroso.
Rendersi conto è una delle cose più difficili.
Un’alluvione vista fuori dalla televisione sembra finta. Come se fosse incompleta. Sto cercando di capire dov’è la fregatura.
Molti dicono che non è questo il tempo della polemica. Li capisco ma non sono d’accordo. Il tempo della polemica è questo, perché poi il re non sarà più nudo, e verrà male riconoscerlo dal fatto che ha la faccia come il culo.
Lara Comi è cretina.
Quando una parte del PD ha archiviato Soru favorendo la vittoria di Cappellacci, lo ha fatto per ragioni legate alla speculazione edilizia. Questo io me lo ricorderò. Ricordatevelo anche voi.
Il giorno in cui i sardi la smetteranno di sentirsi in colpa per le cose sbagliate e inizieranno a sentirsi in colpa per le cose di cui sono veramente responsabili, vorrà dire che avranno ritrovato una coscienza e un’identità. Non so se quel giorno arriverà. Ma se dovesse arrivare, per chi dico io saranno cazzi.
Quel giorno i sardi ritroveranno anche una visione.

Non lo sapevo fino a ieri, ma Olbia è anche la mia città, e io le voglio bene.

venerdì 15 novembre 2013

COLPIRNE UNO PER EDUCAR NESSUNO (OVVERO DELLA MORTE POLITICO-TELEFONICA DI NICHI VENDOLA)

COLPIRNE UNO PER EDUCAR NESSUNO (OVVERO DELLA MORTE POLITICO-TELEFONICA DI NICHI VENDOLA)

Vendola mi sta profondamente sui coglioni. Lo ritengo un vecchio politicante come tanti altri della sua generazione, che non ha saputo aggiungere quasi nulla alla storia della sinistra in Italia. È intriso di vecchiume e di mancanza di coraggio, capace più che altro di farsi un partito personale -l’ennesimo in Italia- e poco più. In virtù di questa sua natura dinosaurica lo ritengo responsabile, insieme a Bersani, D’Alema, Finocchiaro, Bindi, Letta, Fioroni, Marini ecc, del disastro delle lunghe intese e della sopravvivenza politica di Berlusconi. Ricordo ancora quando diceva di volere appoggiare Bersani alle primarie contro Renzi, perché diceva di sentire “profumo di sinistra”, mentre in molti sentivamo puzza di merda lontano un miglio. Una volta fatta la frittata ha pensato bene di prendere i suoi parlamentari, così tanti solo in virtù dell’ombrello elettorale della coalizione “capeggiata” da Bersani, e mettersi all’opposizione, in modo da raschiare un po’ di malcontento e pesare un po’ di più al successivo polpettone elettorale.
Detto questo, trovo discutibile l’operazione politica –perché di questo si tratta- a suo danno, condotta con l’audio dell’intercettazione di una telefonata tra Vendola e Archinà, il responsabile delle pubbliche relazioni dell’Ilva di Taranto. Si fa passare, consapevoli degli effetti, l’idea che Vendola rida dei tumori causati dall’inquinamento prodotto dall’Ilva.
Quando si parla di demolizione della scuola, secondo me si pensa a tante cose. Ce n’è una a cui penso io in particolare, ed è la capacità di leggere e ascoltare -che una buona scuola dovrebbe fornire- la capacità di analisi di un testo, sia esso scritto, recitato, cantato o dipinto. O intercettato.
In una delle versioni che girano su Facebook il testo rappresentato dall’audiovideo contro Vendola si compone di un file audio, di foto, di didascalie sovraimpresse alle foto, di titoli di presentazione e di commenti più o meno appassionati sulla vicenda. Quel testo, nel suo insieme, andrebbe scomposto e analizzato. Tenendo presente un altro elemento fondamentale, che è la stratificazione di contesti a cui quella telefonata appartiene. Un’altra alterna la telefonata intercettata con il video di cui si parla nella telefonata. Si scompone e si rimonta immagini e parole per ottenere l’effetto desiderato.
Quell’audio, che ora è solo un manifesto di accusa, è stato a suo tempo parte di un’intercettazione, che è parte di un’indagine, che è parte di un processo. Prima ancora quel testo è stato parte di una telefonata reale, che è parte di una relazione tra individui (Vendola e Archinà), che è parte di una relazione tra istituzioni, una pubblica, la Regione Puglia e una privata (L’ILVA di Taranto). Non solo, i contenuti del dialogo al telefono, che è a sua volta una rappresentazione, sono estratti da una conferenza all’interno della quale è successo qualcosa per cui Vendola ride molto. Si parla di un giornalista “faccia da provocatore” che ha fatto qualcosa e di Archinà, che ha fatto un’altra cosa, uno scatto completamente assurdo e fuori luogo per il tipo di situazione. Archinà è ridicolo mentre strappa di mano il microfono al giornalista, e rende ridicola tutta la situazione. Questo scatto fa ridere anche Vendola. Però, siccome la domanda che ha originato lo scatto parla di tumori e di inquinamento, succede che le risate per quello scatto diventano le risate di Vendola che ride dei tumori o dell’inquinamento. Questa operazione gode di alcuni precedenti famosi, come quello di Piscicelli che ride in occasione del terremoto  a L’Aquila. Quindi chi ha lanciato l’operazione di attacco a Vendola, penso io, conta sull’effetto dei sillogismi alla cazzo: Piscicelli rideva, Vendola rideva, Vendola è come Piscicelli.
Questa cosa semplicemente non è vera; questa cosa è la tesi che secondo me si vuole dimostrare. Ma non si può confondere l’enunciato con la dimostrazione.
Un altro scenario possibile, che non viene preso in considerazione e che secondo me è più realistico, è questo: Vendola è il Presidente di una regione che è alle prese con un problema gravissimo, i cui risvolti sono di natura ambientale, sanitaria, economica, lavorativa, penale e di immagine. Un casino immenso. Da Presidente ha degli interlocutori obbligati (la magistratura, il governo nazionale, gli organismi ispettivi –Arpas, Ispra ecc- l’Ilva, i sindacati, la politica, la stampa ecc) ognuno con il suo ruolo. All’interno di una di queste relazioni, da cui non può prescindere, ha un dialogo con un responsabile dell’Ilva nel pieno delle sue funzioni. Vendola è costretto a pensare contemporaneamente a tutti i risvolti della vicenda Ilva. Parlando con Archinà per una interlocuzione con la proprietà dell’azienda, Vendola è in parte responsabile della “tenuta” della situazione sul piano occupazionale e sanitario. Non può ignorare il fatto che delle cattive relazioni tra la Regione e l’Ilva potrebbero determinare un peggioramento della situazione su vari fronti o anche solo una maggiore difficoltà per la Regione a pesare sui fenomeni in corso. Allora trova un espediente normale ad ogni livello di comunicazione, individua un episodio da mettere al centro della discussione per stemperare il clima. Il clima si stempera, sembra, e il dialogo tra Regione e Ilva prosegue. Un po’ come vedere Obama che ride con Assad o con Rohani. Non ride perché condivide la loro politica, ma ride perché gli serve per fare il suo lavoro. E se non lo inquadrano può ridere anche di altro, sempre con lo stesso obiettivo: allacciare diplomaticamente una relazione con l’interlocutore.
La tesi di chi ha staccato quei tre minuti di audio dai tanti contesti cui appartengono e li ha attaccati ad altri elementi facendone un documento autoconsistente, è che Vendola sia un criminale che parla con un altro criminale. La dimostrazione sembra arrivare da sola ascoltando la telefonata. In realtà arriva solo una tautologia, cioè un’affermazione intrinsecamente vera e che come tale non dice nulla (un po’ come quando diciamo che il bianco è bianco). Gli altri elementi del documento (le foto, le didascalie, le musiche, i titoli e i sottotitoli, e anche i commenti appassionati e in buona fede di chi condivide il file sulla sua bacheca) sono solo rafforzativi di quella tesi. La confermano senza dire nulla.
Quella che ho raccontato io non è la verità. È una storia possibile, un’interpretazione verosimile, una lettura alternativa la cui verità (o falsità) va dimostrata.
Quella raccontata dal video contro Vendola è anch'essa una storia possibile. Che però viene lanciata e raccolta come assolutamente vera.
La differenza sta nelle intenzioni di chi la racconta e nella capacità di lettura di chi la ascolta.
Ora ve ne racconto un’altra; secondo me le intenzioni di chi ha sparato questo siluro contro Nichi Vendola potrebbero anche essere buone, perché magari l’obiettivo è colpire un leader politico vecchio e superato, uno che rappresenta la sinistra che ha fallito; colpirlo per accantonarlo e favorire il ricambio della classe dirigente. Il punto è che il metodo è disonesto, perché si basa su un modo disonesto di fare informazione, che non prevede l’analisi e la capacità critica dei dati. Prevede solo che chi riceverà e diffonderà abbia un computer, una connessione a internet e una pancia.
E non è un buon modo di cambiare.
Forse è il peggiore di tutti.


STORIA INCREDIBILE DI GABRIELA (CHE STACCÒ L’ANIMA E IL CORPO E NON MORÌ E A LOS ANGELES SI INVENTÒ LEGGENDA)

La protagonista di questa storia si chiama Gabriela.
I fatti hanno il loro epilogo in California, a metà degli anni Ottanta. Gabriela deve finire un lavoro. C’è un caldo pazzesco e si sta sentendo male, ma deve finire quel lavoro a tutti i costi. Anzi, deve finire “il” lavoro, il lavoro della sua vita. Sa che non gli verrà bene come aveva sperato ma lo vuole finire. E pazienza se non sarà perfetto, alla fine. Nelle cose, come nelle azioni e nelle persone, vivono storie. Una, di solito, è quella principale, la storia su cui grava il compito di dare un’identità a ciò che incarna, in modo che si possa dire “ecco questa cosa è così, questa situazione è cosà, oppure, quella persona è uno stronzo, oppure, è un angelo” ecc. Poi però in una storia, in un oggetto o in un essere vivente, basta che ti scosti un attimo dalla traiettoria normale e ti accorgi che dietro un nome e un’identità ufficiale c’è spesso un abisso colorato e senza fine. Dove nuotano le possibilità.
Gabriela sta quasi per morire; forse se lo sente, sicuramente se lo chiede. Spera di farcela ma ha paura. Il suo corpo bolle. Non è ancora asciutto ma scotta. Ha pochi liquidi, pochissimi sali, ha il ferro sotto le scarpe e anche la pressione è da Pronto Soccorso. Non è che lo sappia. Lo sente, si sente così. Ma quel lavoro lo deve finire a tutti i costi. Sono andati via tutti, ormai. Tutti chi? Tutti gli altri. Certo, ci sono quelli che la guardano immobili ma Gabriela non ci pensa nemmeno a farsi toccare da loro: un lavoro abbandonato è infinitamente peggio di un lavoro uscito come non doveva. Questa è l’idea cui si appoggia tra un capogiro e l’altro; le è venuta su da quell’abisso di colori in movimento che sta dietro le cose: è la sua possibilità.
Il sole continua a bollirle il cervello nel cranio. Nonostante il cappellino con visiera, nonostante l’acqua che qualcuno ogni tanto le butta addosso. A un certo punto Gabriela lo vede. Cazzo, ci siamo. È lì davanti, manca poco. È pieno di bandiere, è circondato di macchine e di antenne e c’è un sacco di gente che inizia ad accalcarsi lungo la strada. Mamma mia che casino che si sente. È il Memorial Coliseum ed è pieno di gente intenta a guardare quello che le va, c’è chi guarda i lanci, chi i salti, chi aspetta una batteria di velocisti e chi va a cercarsi un bicchierone di pop corn con coca allegata. Nessuno di quelli che sono dentro immagina quello che sta per vedere. Gabriela zoppica, ha sempre più paura di morire ma ormai il lavoro è quasi finito. Vede il cancello, lo punta e lentamente lo attraversa. Il casino è impressionante ma non è ancora nulla. Gabriela vede un muro di folla sulla sua destra; il muro lentamente gira su se stesso, torna indietro e la prende alle spalle. È circondata, è dentro. Ed è una bolgia. Il casino inizia lentamente a smorzarsi. Diventa sopportabile, diventa discreto, diventa curiosità e attenzione. Poi diventa un silenzioso rumore di fondo. Gabriela sente una specie di anestesia dentro. Dev’essere la dopamina, o la serotonina, o una di quelle cose che il cervello si fa produrre per sé e per il resto del corpo. La chiamano la droga dell’atleta dilettante ed è legale, come il sangue e l’aria.
Il silenzio diventa brusio, un brusio che ce l’ha con lei. Ormai l’hanno vista tutti. Cosa cazzo vuole questo? Togliti, ce la faccio, non vedi dove sono arrivata? Non vedi che forse sto per morire e sono ancora in piedi? Tutti si avvicinano ma non la toccano, che se ci provano si prendono una manata. Gabriela va avanti. Tutti la guardano e piano piano, uno alla volta, in più di centomila si alzano in piedi e le telecamere li inquadrano mentre iniziano a parlare tra di loro. Guarda! Guarda quella! Ma cos’ha? Non ci arriva. Ci arriva. Ce la fa. Dai. Vai. Vai che sei dentro, vai che sei arrivata. Vai che ci siamo anche noi. Eri qui per questo, no?
Gabriela è piegata su un fianco e si tiene la testa con la punta delle dita; il cappellino è ben fermo al suo posto.
Tre uomini vestiti di bianco la seguono e la guardano. Lei li vede e va avanti. Completa il suo giro di pista. È un giro infinito.
Vede il traguardo. È lì fermo ed è il suo. Quella linea che si avvicina oscillando è solo sua, per sempre. I centomila che la guardano dal muro di gente e i milioni che la vedono da casa assistono a una cosa impossibile per qualsiasi scienza e per la maggior parte delle filosofie e delle religioni: vedono un’anima che trascina un corpo. I tre che le camminano a fianco allungano il passo e le si piazzano davanti. Lei li guarda, vede il traguardo sotto di sé, lo scavalca con i piedi e si lascia prendere in braccio.
Lo stadio scoppia.

Ha vinto lei.

sabato 9 novembre 2013

FALCE E MACELLO

http://genova.repubblica.it/cronaca/2013/11/07/news/in_condominio_l_assemblea_degli_avvoltoi-70405982/

La storia che potete leggere al link qua sopra è squallida e terribile. In sintesi succede che durante un’assemblea condominiale a Cornigliano (Genova), un padre si vede richiedere, per la seconda volta, i soldi per riparare i danni causati dal corpo della figlia suicidatasi con un salto nel vuoto qualche mese prima. Vi rimando all’articolo per i particolari. A me interessa soprattutto partire da una frase, e ancora non so dove arriverò. La frase compare all’inizio dell’articolo: “È una storia orribile che si fa fatica a raccontare. Che quasi non ci si crede, anche perché ha per teatro un quartiere popolare, operaio, dove la solidarietà, la comprensione, l'assistenza reciproca, sono sempre stati valori fondamentali. Ma purtroppo è tutto vero”.
La prima cosa che mi viene in mente è il fenomeno Lega Nord e l’incetta di voti compiuta nell’elettorato operaio dagli anni Novanta in poi. Così recita la vulgata, ma recita bene. Subito dopo (o subito prima) lo stesso lavoro è stato compiuto da Berlusconi e dalla temperie che gli si è coagulata attorno e ancora non si scioglie.
In un angolo, a fare da spettatore piuttosto distratto, qualcosa che ci siamo ostinati a chiamare Sinistra per tutti questi anni. Quella che è rimasta uguale. Anche oggi
• che a New York vince un sindaco come Bill De Blasio,
• che gli Stati Uniti hanno un presidente Black, discutibile quanto si vuole in quanto potente e chiamato a fare compromessi ogni giorno, ma che almeno la riforma della Sanità americana sta provando a farla,
• che nel frattempo la Francia, la Germania e la Gran Bretagna e la Spagna hanno avuto e perso e riavuto governi di centrosinistra,
• che in Grecia ci sono i nazisti in Parlamento,
• che la Chiesa ha eletto Francesco I,
• eccetera.
Qui invece, a sinistra, solo fantasmi.
Il fantasma di Berlinguer, tanto per cominciare. Che da vivo è stato forse un grandissimo (e sottolineo “forse”), ma da fantasma comincia a starmi sulle palle.
Il fantasma della classe operaia, che si è reincarnato milioni di volte negli elettori sbagliati, facendoci perdere quasi tutte le elezioni.
Il fantasma del progresso come lo intendevano negli anni Cinquanta, che poi è arrivato -perché è arrivato insieme al benessere e al distacco egoistico e reciproco- ma non ce ne siamo accorti, abbiamo pensato che fosse gratis e dovuto, abbiamo lasciato ingrassare ciò che non doveva ingrassare e oggi ci troviamo con Istituzioni arrugginite e non credibili, con mezzo paese fisicamente in mano alle Mafie e una mancanza di visione, di speranza e di cultura da far cadere in depressione.
E mi chiedo, ma tutto questo, quando è veramente iniziato? La domanda è oziosa, perché i fenomeni complessi non hanno un inizio come potrebbe essere un punto su una linea, ma me la pongo lo stesso. Quando è iniziato? Quando c’era ancora il PCI? Dopo la morte di Berlinguer? Dopo il fallimento di Tangentopoli? Dopo che si è aperto il Muro di Berlino? Con la nascita della TV commerciale? Con la morte di Moro o quella di Dalla Chiesa? E come è stato possibile che nessuno, a sinistra, sia riuscito a vedere e dire e fare qualcosa per farci arrivare a oggi in condizioni diverse da quelle in cui ci troviamo?
Mi escono solo domande, quando leggo di episodi come quello di Cornigliano e mi viene in mente una cosa: che da quando ho iniziato a fare politica, in nessuna delle assemblee o direzioni cui ho partecipato (PDS, DS, PD) mi è mai capitato di trovarmi, insieme agli altri, di fronte a domande come quelle che ho vomitato qualche riga fa. Ho sempre e solo partecipato a riunioni in cui si parlava di regole, di scadenze, di tessere, di candidature, di maggioranze. E basta. Mai che ci sia capitato di restare annichiliti da domande. Perché bisognerebbe anche avere il coraggio di lasciarsi annichilire dalle domande, ogni tanto, specie quando si fa politica.
Domande.
Tipo “ Come è possibile che una cosa come quella di Cornigliano abbia per teatro un quartiere popolare, operaio, dove la solidarietà, la comprensione, l'assistenza reciproca, sono sempre stati valori fondamentali?”
Domande. Da farci tutti insieme senza abbassare troppo gli sguardi e senza vergognarsi se ogni tanto regna un po’ di silenzio.
Domande.
Che sono ancora l’unica strada a nostra disposizione per arrivare, in qualche modo, a delle risposte.

martedì 5 novembre 2013

SONETTOBLOG



Uno spirto s’attorna pella rete,
magistri d’alma, cronica e di vasca,
intenditor de l’onda e de la frasca
cui pello iure etterna arde la sete.

Giorgion de l’Alsaguèn li fè: “Correte,
v’è di smerdar chi froda per sua tasca”,
e Quei, con l’aere frito o con la basca,
a tangheri e fellon nol danno quiete.

L’armata che si fenno ha nome strangio,
ciascun sodale ha sardo ‘l sangue e ‘l polso,
in cima a lo vessillo è scritto “blogo”;

favellan lo noareso e lo romangio,
lo castellaio e pur lo gallo-corso,
l’aulico cazzeggiar fa ‘l chatto togo.

ANSIA DA PRELAZIONE

È che alla fine non se ne farà nulla.
È che alla fine prevarrà la penuria di fondi pubblici
È che alla fine Regione e Ministero dell’ambiente lasceranno perdere.
Altrimenti assisteremmo a un’operazione diversamente astuta.
Mi riferisco all’intenzione dei responsabili del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena, di esercitare il diritto di prelazione per l’acquisto dell’isola di Budelli.
Un po’ di storia.
Budelli è un’isola privata da sempre. Negli ultimi decenni era stata messa all’asta e acquistata da una società con sede a Milano. Poi è finita nuovamente all’asta per ripianare alcuni debiti dei nuovi proprietari. Fino a che, lo scorso 8 ottobre, è stata acquistata da un signore neozelandese, alto dirigente della Commonwealth Bank, tale Michael Harte. 
Ora: se anche Harte fosse il peggior palazzinaro nella storia del mondo, ci sarebbe comunque da stare relativamente tranquilli per Budelli, poiché i vincoli sono talmente tanti e l’isola è talmente esposta e nota, che nessuno potrebbe toccare palla senza che lo si venga a sapere entro un’ora. Quindi già solo per questo motivo, mi sembra fuori luogo che si spendano quasi 3 milioni di euro per acquistare al pubblico un bene privato che non rischia di essere depredato.
Ad aggravare il sospetto di “alterità intellettiva” dell’operazione è il fatto che questo signor Harte, oltre ad avere dichiarato che gli interessa solo tutelare l’ecosistema dell’isola, ha già all’attivo tre progetti di conservazione e tutela degli ecosistemi in altrettante isole sparse per il mondo. Budelli sarebbe il quarto giocattolo in questo senso. La fonte di quest’ultima notizia è la Nuova Sardegna:
Il mio ragionamento è questo: in Sardegna siamo abituati ad aprire le porte a capitali e investitori che, in cambio di territorio edificabile o industrializzabile, restituiscono un certo numero di posti di lavoro e commesse per l’indotto, con un bilancio finale che, lo sospettiamo un po’ tutti, alla fine non ci vede nel ruolo dei furbi.
Quindi, dicoìo, per una volta che arriva uno disposto a pagare per un bene che non potrà cementificare e che ha già dimostrato e dichiarato di perseguire obiettivi sostenibili e compatibili con la tutela della risorsa acquistata, ma è proprio il caso di spendere quasi 3 milioni di Euro per rendere pubblico un bene che nei fatti già lo è, nella misura in cui il privato non ne può disporre? Non è l’unica domanda. Mi chiedo ad esempio che senso ha spendere in questo modo risorse che potrebbero essere usate nella lotta agli incendi? Che senso ha, a fronte delle difficoltà anche finanziarie ad amministrare e gestire un patrimonio pubblico già vasto, aumentare questo patrimonio con un bene che è già, nei fatti, in cassaforte? Che senso ha tagliare fuori un investitore così anomalo, che ha dichiarato pubblicamente di voler investire in formazione, studio, contatti, scambi, ecosistemi? Non sarebbe più giusto spremerlo come un limone facendogli cacciare fuori idee e progetti, e approfondire così la conoscenza sulle sue vere intenzioni?
Le lascio lì, come domande. Non ho molti altri elementi, per ora. Ne tiro fuori una valutazione a naso, che è quella già detta sopra: acquistare Budelli e tagliare fuori Harte non ha molto senso. 
Per contribuire ulteriormente aggiungo tre links: uno rimanda ad un articolo in un blog, dedicato alla vicenda Budelli e che contiene spunti utili. Il secondo porta a una pagina sulla Blue Economy; un approccio molto interessante che si presenta come superamento della Green Economy e di certi suoi presupposti. Merita una lettura. Per completezza va detto che l’idea di Harte, di utilizzare Budelli come laboratorio naturale e come modello per lo studio di quel tipo di ecosistema, si basa sui principi della Blue Economy.
Il terzo Link rimanda al sito istituzionale del Parco Nazionale, ad una nota in cui si spiegano le ragioni della prelazione. A sostegno delle intenzioni del Parco, un intervento di Pecoraro Scanio e uno di Jimmy Ghione. Sì, Jimmy Ghione. Perché noi ci sforziamo di usare e abusare della fantasia. Ma alla fine la realtà ci fotte sempre. [LR]


martedì 29 ottobre 2013

PORCETTO O SCHERZETTO?


Ho sempre pensato di Halloween tutto il male possibile, rifiutando questa manifestazione di sudditanza culturale, questa intrusione nelle tradizioni secolari della nostra regione e della nostra nazione, questo scimmiottamento di usanze angloamericane, veicolo, tra l’altro, di speculazioni commerciali di bassa lega, che producono frotte di bambini e di adulti invasati, tutti a comprarsi gli stessi cappelli, gli stessi denti finti, le stesse asce insanguinate ecc. Ho sempre pensato questo fino a stamattina, quando improvvisamente mi sono accorto di avere cambiato idea, e mi sono ricordato –non me lo ricordo mai abbastanza- che le cose sono sempre più sfaccettate di ogni descrizione che siamo portati a darcene. Stamattina ho visto dei bambini, tutt'altro –posso assicurare- che lobotomizzati dalla televisione o rincoglioniti da Nintendo e affini, prepararsi per andare in giro per il vicinato a bussare alle porte per fare “dolcetto o scherzetto”, con lo stesso entusiasmo con cui io, alla loro età, aspettavo la collana di castagne e mele che mia zia, o mia nonna, o mia mamma, preparavano a me e agli altri monelli della famiglia e del clan-vicinato. E mi è venuto in mente che quella di Halloween somiglia all'effetto di un’invasione barbarica, da intendere in senso positivo. Ho pensato alla vitalità di quei popoli rozzi e affamati che nei primi sette-otto secoli dell’era cristiana, hanno prima pressato, poi abbattuto, poi sostituito o rivitalizzato i pilastri di una civiltà per certi aspetti crollata sotto il peso stesso della sua opulenza e delle sue ambizioni. Quindi il termine “barbarico” mi è apparso con tutta la sua carica di positività, contrapposto al termine che sempre più spesso mi viene da associare alla nostra cultura nazionale: obsolescenza. Un altro pensiero si è associato a questo, con una certa naturalezza: sono milioni di anni che gli ominidi prima, gli uomini poi, oltre a scannarsi reciprocamente ogni tanto si scambiano anche le idee, in modo che, dopo lo scambio entrambe le parti sono più ricche di prima (cosa che non succede con le mele, che se io e te abbiamo una mela a testa e ce la scambiamo alla fine abbiamo sempre una mela a testa); e ho pensato che nessuna cultura può illudersi di sopravvivere a lungo rimanendo per sempre uguale a se stessa, ficcandosi in un vicolo cieco evolutivo per non avere azzeccato il giusto mix tra conservazione e innovazione. E forse Halloween (con tutto il male che per certi aspetti si può continuare a pensarne) è soprattutto questo: un’idea arrivata da fuori, che per le mutate condizioni sul terreno ospite, sostituisce col tempo idee preesistenti che nel frattempo si erano avvizzite. A me dispiace che si vedano meno collane di castagne di quanto se ne vedessero trentacinque anni fa, quando io avevo appena sei anni, ma in fondo non sono obiettivo e quello che mi dispiace di più in realtà, è il fatto che (ok, certo, molto ma molto lentamente), sto invecchiando anch'io. La festa che c’era stasera, nella piazza più centrale del Centro Storico di La Maddalena (Piazza Garibaldi) era un’accozzaglia di musiche diversissime tra loro: musica disco con sottofondi vagamente gotici, melodie pseudo celtiche, canti gregoriani con sottofondo di percussioni elettroniche, e alla fine anche una versione classicissima del notturno n° 2 di Chopin (ma non mi ha fatto l’effetto struggente che mi fece la scena della discoteca quando vidi “La Voce della Luna”, un po’ di annetti fa). I ragazzi (perché era una festa di ragazzi, e di bambini) tutti vestiti di nero o viola, truccati per sembrare morti o sporchi di sangue, erano lì che davano una mano ad arrostire castagne o a preparare mele caramellate, o a cambiare cd alla consolle, oppure –soprattutto i bambini- se la facevano di corsa da un negozio all'altro a dire “dolcetto o scherzetto” e a caricarsi di dolci, qualcuno tenendo al collo la propria collana di castagne. (Solo per inciso: sarò stato distratto, ma non ho visto circolare una sola birra, non ho visto nessuno azzuffarsi o infastidire qualcun altro, e posso dire che in mezzo a tutti quegli zombie, e a quelle spose cadavere mi sono divertito anche io, cosa che non sempre mi riesce di fare in mezzo ai nostri tradizionalissimi e noiosissimi carnevali, dove molti adolescenti sono già ubriachi da stare male alle quattro del pomeriggio)
Infine un ultimo pensiero, su uno degli argomenti che ho sempre usato per giustificare la mia avversione ad Halloween: le tradizioni sono importanti. Le tradizioni in realtà sono un’illusione ottica: sono la proiezione di certi atti familiari sullo sfondo del passato da cui sentiamo di provenire. Finché le viviamo e le sentiamo familiari, però, ci possiamo anche dimenticare di chiamarle “tradizioni”; mi viene male, per esempio, dire che il pranzo di Natale in famiglia è una tradizione: il pranzo di Natale è il pranzo di Natale e basta, e a chiamarlo “tradizione” mi sembra di fare un’operazione un po’ pallosa e comunque superflua. Piuttosto, le chiamiamo tradizioni quando ci sembra che con quel passato abbiano una certa somiglianza, mentre il presente e quello stesso passato non si somigliano più così tanto.
È allora che le tradizioni diventano il reparto di rianimazione tramite cui tentiamo di non lasciare andare via qualcosa che in realtà vorrebbe andarsene, ma di cui non abbiamo ancora imparato a fare a meno.
Ecco, forse Halloween può servire a illuminare quel mix fra tradizione e innovazione di cui parlavo prima: perché è già qui, perché chi è più giovane lo sente familiare, perché quello che era familiare per i bambini di trenta o quarant’anni fa sa ora di bianco e nero, perché contempla l’uso di castagne e papassini accanto o al posto di dolciumi di matrice anglofona. E soprattutto perché c’è qualcuno che ne ha voglia e lo aspetta, ed è capace di divertire, mentre altre tradizioni non divertono più e non c’è più nessuno che le aspetta per viverle; anche se non mi è chiaro quale di queste due cose sia un effetto dell’altra.

p.s. la nota ha un paio d'anni ormai, è del 2010, ma rispetto ai tempi lunghi dei cambiamenti culturali è comunque appena nata, specie se questi cambiamenti riguardano l'Italia. [LR]

lunedì 21 ottobre 2013

Ho capito perché in Italia la sinistra non vince mai. Perché non esiste.

martedì 15 ottobre 2013

Il Barbiere di Sinistra

Non sto guardando tv, ma leggo molti commenti indignati per la pettinatura riprovevole di Civati. Non so come sia, non lo voglio vedere. Spero solo che il suo non sia lo stesso barbiere che aveva acconciato Occhetto alla vigilia della sfida con Berlusconi, facendogli un'acconciatura da buon borghese per pescare un po' nell'elettorato moderato. Ricordiamo tutti come andò a finire.

giovedì 10 ottobre 2013

Quel pasticciaccio brutto di Su Pistoccu    (11 ottobre 2011)

 

Questa è una storia che ci riguarda tutti, perché parla di passato, del nostro passato di sardi e quindi, inevitabilmente, dei nostri possibili, vari futuri. L'ho scritta esattamente due anni fa, ma fino a un minuto fa non lo sapevo. La ripropongo qui, perché sapere è importante.
Alcuni giorni fa, sulla spiaggia di Su Pistoccu (marina di Arbus), è stato ritrovato lo scheletro di un uomo dell’Olocene, l’epoca geologica iniziata circa 12.000 anni fa e tuttora in corso, successiva al Pleistocene. Queste, in sintesi, le notizie trapelate dopo il ritrovamento. Ma c’è ben altro. Una delle responsabili dell’equipe di archeologi che ha curato i primi rilievi, mia amica da lunga data, collega di studi a Pisa per un breve periodo e con cui sono rimasto in contatto, mi ha detto via mail che in realtà stanno lavorando su una quantità di materiale di valore indicibile, trovato durante i saggi di scavo. Sotto lo scheletro, infatti, è stata ritrovata una piccola tavoletta d’argilla recante iscrizioni fatte con caratteri molto simili a quelli delle tavolette di Uruk, in Mesopotamia, ma più antiche di circa quattromila anni. Inutile soffermarsi sull’eccezionalità della scoperta, che riporta la Sardegna al centro della nascita della civiltà mediterranea e fa arretrare gli inizi di questa civiltà di almeno quattro millenni. Ma la cosa più interessante è che oltre alla prima tavoletta ne sono state trovate altre (circa settanta) e soprattutto sono state trovate delle tavole in pietra, più grandi, scritte sempre in questa variante primitiva del sumero-accadico. Un’archeologa dell’equipe, docente di paleografia, ha iniziato a interpretare e tradurre le iscrizioni delle tavole e delle tavolette, e il risultato – provvisorio e da confermare- ha lasciato tutti a bocca aperta. Le tavolette recavano tutte un simbolo, probabilmente un cedro, e quello che probabilmente era il nome della persona che le possedeva: una sorta di primitivi tesserini. Sembra che l’uomo di “Su Pistoccu” fosse un importante leader politico militare della sua epoca, e che si trovasse in Sardegna perché mandato dalla madrepatria – una confederazione di villaggi della Mesopotamia meridionale con baricentro nella città di Uruk a vigilare sull’organizzazione della vita nelle colonie. Leggendo le grandi tavole ritrovate in prossimità dello scheletro, sembra di potersi concludere che l’uomo, il cui nome era probabilmente Waal-ter (come scritto sulla tavoletta che egli portava addosso) era una sorta di delegato, o di commissario, e che fosse lì per dirimere alcune questioni riguardanti i coloni. Da due delle tavole più grandi si evince poi che gli abitanti del luogo non riuscivano a eleggere un capo e un consiglio (cosa che li rendeva deboli nel caso in cui fosse necessario confrontarsi con altri popoli della zona), e che per questo chiedevano aiuto alla madrepatria. Su una terza tavola, e questa è forse la parte più interessante, sono riportati addirittura i nomi dei clan in cui la popolazione era divisa (anche se è prematuro applicare a questo popolo lo schema della divisione in tribù e clan, tipico delle culture dedite al totemismo). Quel che sembra certo è che la divisione in gruppi era forte, lacerante, e probabilmente informava di sé ogni aspetto della vita di questi antichi progenitori. Stando alle tavole, il nome di uno dei gruppi più forti, all’interno della comunità, era Pleistocene Democratico; questa aggregazione comprendeva per lo più gli anziani del luogo e viveva in forte contrapposizione con Progetto Olocene, una formazione costituita di giovani e di fuoriusciti dal gruppo degli anziani. Un altro nome di gruppo ricavato dalle grandi tavole di pietra è gli Impalatori, il cui grido di battaglia era probabilmente,Impaliamoli; si trattava di un gruppo formato da giovani ribelli che si proponevano di abbattere il vecchio gruppo dirigente a loro dire da troppi anni alla guida della colonia. Era radicato anche Prossima Fermata Atlantide, anch’esso formato da giovani, ma in contrapposizione con i più aggressivi membri di Impaliamoli. Lo scavo, dopo i primi rilievi, si presenta come l’istantanea di un dramma politico consumatosi nove millenni fa. Sul corpo di Waal-ter, che probabilmente ha finito col fare da capro espiatorio per le tensioni interne alla comunità, sono stati trovati numerosi segni di colpi, sferrati con gli oggetti più disparati. Sembra che il colpo di grazia, mentre era a terra agonizzante, gli sia stato inferto fracassandogli il capo con una delle tavole di pietra, quella che, a tutta prima, sembra contenesse il regolamento delle assemblee. Tutto intorno sono stati trovati resti di altri corpi, probabilmente di persone già avanti con gli anni; il fatto che alcuni di essi presentino delle vistose lesioni alle ossa del bacino, fa pensare che ad avere la meglio sia stato uno dei gruppi dei giovani, gli Impalatori. Un piccolo giallo nel giallo è rappresentato dal fatto che non si sia trovata traccia di membri di Prossima Atlantide, mentre sono state rinvenute le tavolette di argilla a loro appartenute. Si presume che, per la maggiore agilità, siano riusciti a fuggire mentre gli Impalatori mettevano a ferro e fuoco il villaggio e mentre i membri di Pleistocene Democratico e di Progetto Olocene, venivano spazzati via dalla furia riformatrice dei rivali. Un’ultima annotazione riguarda una tavola diversa da tutte le altre, più grande delle tavolette ma assai più piccola delle grandi tavole trovate nella zona; essa era adagiata accanto al corpo di Waal-ter; a giudicare dai caratteri insoliti con cui era scritta doveva trattarsi di un testo diverso, di natura letteraria più che amministrativo-contabile; i segni impiegati, solo in parte riconducibili all’alfabeto delle altre tavole, formano una scritta nella parte alta, il cui significato, più o meno è Il perdurare del buio: perché ho deciso di restare.
Il lavoro che impegnerà gli archeologi nei prossimi anni, è capire come mai, per molti millenni dopo questo episodio, i Sardi abbiano smarrito la scrittura e con essa la loro civiltà.