martedì 29 ottobre 2013

PORCETTO O SCHERZETTO?


Ho sempre pensato di Halloween tutto il male possibile, rifiutando questa manifestazione di sudditanza culturale, questa intrusione nelle tradizioni secolari della nostra regione e della nostra nazione, questo scimmiottamento di usanze angloamericane, veicolo, tra l’altro, di speculazioni commerciali di bassa lega, che producono frotte di bambini e di adulti invasati, tutti a comprarsi gli stessi cappelli, gli stessi denti finti, le stesse asce insanguinate ecc. Ho sempre pensato questo fino a stamattina, quando improvvisamente mi sono accorto di avere cambiato idea, e mi sono ricordato –non me lo ricordo mai abbastanza- che le cose sono sempre più sfaccettate di ogni descrizione che siamo portati a darcene. Stamattina ho visto dei bambini, tutt'altro –posso assicurare- che lobotomizzati dalla televisione o rincoglioniti da Nintendo e affini, prepararsi per andare in giro per il vicinato a bussare alle porte per fare “dolcetto o scherzetto”, con lo stesso entusiasmo con cui io, alla loro età, aspettavo la collana di castagne e mele che mia zia, o mia nonna, o mia mamma, preparavano a me e agli altri monelli della famiglia e del clan-vicinato. E mi è venuto in mente che quella di Halloween somiglia all'effetto di un’invasione barbarica, da intendere in senso positivo. Ho pensato alla vitalità di quei popoli rozzi e affamati che nei primi sette-otto secoli dell’era cristiana, hanno prima pressato, poi abbattuto, poi sostituito o rivitalizzato i pilastri di una civiltà per certi aspetti crollata sotto il peso stesso della sua opulenza e delle sue ambizioni. Quindi il termine “barbarico” mi è apparso con tutta la sua carica di positività, contrapposto al termine che sempre più spesso mi viene da associare alla nostra cultura nazionale: obsolescenza. Un altro pensiero si è associato a questo, con una certa naturalezza: sono milioni di anni che gli ominidi prima, gli uomini poi, oltre a scannarsi reciprocamente ogni tanto si scambiano anche le idee, in modo che, dopo lo scambio entrambe le parti sono più ricche di prima (cosa che non succede con le mele, che se io e te abbiamo una mela a testa e ce la scambiamo alla fine abbiamo sempre una mela a testa); e ho pensato che nessuna cultura può illudersi di sopravvivere a lungo rimanendo per sempre uguale a se stessa, ficcandosi in un vicolo cieco evolutivo per non avere azzeccato il giusto mix tra conservazione e innovazione. E forse Halloween (con tutto il male che per certi aspetti si può continuare a pensarne) è soprattutto questo: un’idea arrivata da fuori, che per le mutate condizioni sul terreno ospite, sostituisce col tempo idee preesistenti che nel frattempo si erano avvizzite. A me dispiace che si vedano meno collane di castagne di quanto se ne vedessero trentacinque anni fa, quando io avevo appena sei anni, ma in fondo non sono obiettivo e quello che mi dispiace di più in realtà, è il fatto che (ok, certo, molto ma molto lentamente), sto invecchiando anch'io. La festa che c’era stasera, nella piazza più centrale del Centro Storico di La Maddalena (Piazza Garibaldi) era un’accozzaglia di musiche diversissime tra loro: musica disco con sottofondi vagamente gotici, melodie pseudo celtiche, canti gregoriani con sottofondo di percussioni elettroniche, e alla fine anche una versione classicissima del notturno n° 2 di Chopin (ma non mi ha fatto l’effetto struggente che mi fece la scena della discoteca quando vidi “La Voce della Luna”, un po’ di annetti fa). I ragazzi (perché era una festa di ragazzi, e di bambini) tutti vestiti di nero o viola, truccati per sembrare morti o sporchi di sangue, erano lì che davano una mano ad arrostire castagne o a preparare mele caramellate, o a cambiare cd alla consolle, oppure –soprattutto i bambini- se la facevano di corsa da un negozio all'altro a dire “dolcetto o scherzetto” e a caricarsi di dolci, qualcuno tenendo al collo la propria collana di castagne. (Solo per inciso: sarò stato distratto, ma non ho visto circolare una sola birra, non ho visto nessuno azzuffarsi o infastidire qualcun altro, e posso dire che in mezzo a tutti quegli zombie, e a quelle spose cadavere mi sono divertito anche io, cosa che non sempre mi riesce di fare in mezzo ai nostri tradizionalissimi e noiosissimi carnevali, dove molti adolescenti sono già ubriachi da stare male alle quattro del pomeriggio)
Infine un ultimo pensiero, su uno degli argomenti che ho sempre usato per giustificare la mia avversione ad Halloween: le tradizioni sono importanti. Le tradizioni in realtà sono un’illusione ottica: sono la proiezione di certi atti familiari sullo sfondo del passato da cui sentiamo di provenire. Finché le viviamo e le sentiamo familiari, però, ci possiamo anche dimenticare di chiamarle “tradizioni”; mi viene male, per esempio, dire che il pranzo di Natale in famiglia è una tradizione: il pranzo di Natale è il pranzo di Natale e basta, e a chiamarlo “tradizione” mi sembra di fare un’operazione un po’ pallosa e comunque superflua. Piuttosto, le chiamiamo tradizioni quando ci sembra che con quel passato abbiano una certa somiglianza, mentre il presente e quello stesso passato non si somigliano più così tanto.
È allora che le tradizioni diventano il reparto di rianimazione tramite cui tentiamo di non lasciare andare via qualcosa che in realtà vorrebbe andarsene, ma di cui non abbiamo ancora imparato a fare a meno.
Ecco, forse Halloween può servire a illuminare quel mix fra tradizione e innovazione di cui parlavo prima: perché è già qui, perché chi è più giovane lo sente familiare, perché quello che era familiare per i bambini di trenta o quarant’anni fa sa ora di bianco e nero, perché contempla l’uso di castagne e papassini accanto o al posto di dolciumi di matrice anglofona. E soprattutto perché c’è qualcuno che ne ha voglia e lo aspetta, ed è capace di divertire, mentre altre tradizioni non divertono più e non c’è più nessuno che le aspetta per viverle; anche se non mi è chiaro quale di queste due cose sia un effetto dell’altra.

p.s. la nota ha un paio d'anni ormai, è del 2010, ma rispetto ai tempi lunghi dei cambiamenti culturali è comunque appena nata, specie se questi cambiamenti riguardano l'Italia. [LR]

lunedì 21 ottobre 2013

Ho capito perché in Italia la sinistra non vince mai. Perché non esiste.

martedì 15 ottobre 2013

Il Barbiere di Sinistra

Non sto guardando tv, ma leggo molti commenti indignati per la pettinatura riprovevole di Civati. Non so come sia, non lo voglio vedere. Spero solo che il suo non sia lo stesso barbiere che aveva acconciato Occhetto alla vigilia della sfida con Berlusconi, facendogli un'acconciatura da buon borghese per pescare un po' nell'elettorato moderato. Ricordiamo tutti come andò a finire.

giovedì 10 ottobre 2013

Quel pasticciaccio brutto di Su Pistoccu    (11 ottobre 2011)

 

Questa è una storia che ci riguarda tutti, perché parla di passato, del nostro passato di sardi e quindi, inevitabilmente, dei nostri possibili, vari futuri. L'ho scritta esattamente due anni fa, ma fino a un minuto fa non lo sapevo. La ripropongo qui, perché sapere è importante.
Alcuni giorni fa, sulla spiaggia di Su Pistoccu (marina di Arbus), è stato ritrovato lo scheletro di un uomo dell’Olocene, l’epoca geologica iniziata circa 12.000 anni fa e tuttora in corso, successiva al Pleistocene. Queste, in sintesi, le notizie trapelate dopo il ritrovamento. Ma c’è ben altro. Una delle responsabili dell’equipe di archeologi che ha curato i primi rilievi, mia amica da lunga data, collega di studi a Pisa per un breve periodo e con cui sono rimasto in contatto, mi ha detto via mail che in realtà stanno lavorando su una quantità di materiale di valore indicibile, trovato durante i saggi di scavo. Sotto lo scheletro, infatti, è stata ritrovata una piccola tavoletta d’argilla recante iscrizioni fatte con caratteri molto simili a quelli delle tavolette di Uruk, in Mesopotamia, ma più antiche di circa quattromila anni. Inutile soffermarsi sull’eccezionalità della scoperta, che riporta la Sardegna al centro della nascita della civiltà mediterranea e fa arretrare gli inizi di questa civiltà di almeno quattro millenni. Ma la cosa più interessante è che oltre alla prima tavoletta ne sono state trovate altre (circa settanta) e soprattutto sono state trovate delle tavole in pietra, più grandi, scritte sempre in questa variante primitiva del sumero-accadico. Un’archeologa dell’equipe, docente di paleografia, ha iniziato a interpretare e tradurre le iscrizioni delle tavole e delle tavolette, e il risultato – provvisorio e da confermare- ha lasciato tutti a bocca aperta. Le tavolette recavano tutte un simbolo, probabilmente un cedro, e quello che probabilmente era il nome della persona che le possedeva: una sorta di primitivi tesserini. Sembra che l’uomo di “Su Pistoccu” fosse un importante leader politico militare della sua epoca, e che si trovasse in Sardegna perché mandato dalla madrepatria – una confederazione di villaggi della Mesopotamia meridionale con baricentro nella città di Uruk a vigilare sull’organizzazione della vita nelle colonie. Leggendo le grandi tavole ritrovate in prossimità dello scheletro, sembra di potersi concludere che l’uomo, il cui nome era probabilmente Waal-ter (come scritto sulla tavoletta che egli portava addosso) era una sorta di delegato, o di commissario, e che fosse lì per dirimere alcune questioni riguardanti i coloni. Da due delle tavole più grandi si evince poi che gli abitanti del luogo non riuscivano a eleggere un capo e un consiglio (cosa che li rendeva deboli nel caso in cui fosse necessario confrontarsi con altri popoli della zona), e che per questo chiedevano aiuto alla madrepatria. Su una terza tavola, e questa è forse la parte più interessante, sono riportati addirittura i nomi dei clan in cui la popolazione era divisa (anche se è prematuro applicare a questo popolo lo schema della divisione in tribù e clan, tipico delle culture dedite al totemismo). Quel che sembra certo è che la divisione in gruppi era forte, lacerante, e probabilmente informava di sé ogni aspetto della vita di questi antichi progenitori. Stando alle tavole, il nome di uno dei gruppi più forti, all’interno della comunità, era Pleistocene Democratico; questa aggregazione comprendeva per lo più gli anziani del luogo e viveva in forte contrapposizione con Progetto Olocene, una formazione costituita di giovani e di fuoriusciti dal gruppo degli anziani. Un altro nome di gruppo ricavato dalle grandi tavole di pietra è gli Impalatori, il cui grido di battaglia era probabilmente,Impaliamoli; si trattava di un gruppo formato da giovani ribelli che si proponevano di abbattere il vecchio gruppo dirigente a loro dire da troppi anni alla guida della colonia. Era radicato anche Prossima Fermata Atlantide, anch’esso formato da giovani, ma in contrapposizione con i più aggressivi membri di Impaliamoli. Lo scavo, dopo i primi rilievi, si presenta come l’istantanea di un dramma politico consumatosi nove millenni fa. Sul corpo di Waal-ter, che probabilmente ha finito col fare da capro espiatorio per le tensioni interne alla comunità, sono stati trovati numerosi segni di colpi, sferrati con gli oggetti più disparati. Sembra che il colpo di grazia, mentre era a terra agonizzante, gli sia stato inferto fracassandogli il capo con una delle tavole di pietra, quella che, a tutta prima, sembra contenesse il regolamento delle assemblee. Tutto intorno sono stati trovati resti di altri corpi, probabilmente di persone già avanti con gli anni; il fatto che alcuni di essi presentino delle vistose lesioni alle ossa del bacino, fa pensare che ad avere la meglio sia stato uno dei gruppi dei giovani, gli Impalatori. Un piccolo giallo nel giallo è rappresentato dal fatto che non si sia trovata traccia di membri di Prossima Atlantide, mentre sono state rinvenute le tavolette di argilla a loro appartenute. Si presume che, per la maggiore agilità, siano riusciti a fuggire mentre gli Impalatori mettevano a ferro e fuoco il villaggio e mentre i membri di Pleistocene Democratico e di Progetto Olocene, venivano spazzati via dalla furia riformatrice dei rivali. Un’ultima annotazione riguarda una tavola diversa da tutte le altre, più grande delle tavolette ma assai più piccola delle grandi tavole trovate nella zona; essa era adagiata accanto al corpo di Waal-ter; a giudicare dai caratteri insoliti con cui era scritta doveva trattarsi di un testo diverso, di natura letteraria più che amministrativo-contabile; i segni impiegati, solo in parte riconducibili all’alfabeto delle altre tavole, formano una scritta nella parte alta, il cui significato, più o meno è Il perdurare del buio: perché ho deciso di restare.
Il lavoro che impegnerà gli archeologi nei prossimi anni, è capire come mai, per molti millenni dopo questo episodio, i Sardi abbiano smarrito la scrittura e con essa la loro civiltà.