mercoledì 23 luglio 2014

La nuvola e il torrente


Ecologia ed economia. Abbiamo le idee confuse. Anche le nostre parole sono confuse. Talmente confuse che pensiamo e agiamo come se Ecologia ed Economia fossero cose tra loro opposte per loro stessa natura. Mi chiedo quale Demone ci abbia raccontato e fatto credere che sia così. Queste due parole e i pezzi di mondo da esse indicati, hanno nella radice la stessa parola: eco, che viene dal greco oikòs e significa “ambiente” ma anche “casa”. Già questa cosa dovrebbe fare riflettere. Nel caso dell'Economia abbiamo a che fare con una serie di regole, leggi, norme, (da nomos) e sono “le leggi per governare la casa”, le leggi che ci diamo come individui, come comunità. Nel caso dell'Ecologia abbiamo sempre a che fare con la casa-ambiente, ma più in generale. Non abbiamo a che fare con le sue leggi, che sono cosa umana, ma con un discorso, logos, più profondo, che riguarda la natura della casa. Capire l'Ecologia è capire che la casa grande che ci sta attorno e di cui solo delirando possiamo pensare di non fare parte, ha un suo discorso interno, che va capito, non contrastato, tanto meno va ignorato come se non esistesse.
Esistono cose antiche ed immutabili, rispetto alle quali non ha veramente senso contrapporre discorsi sulla ricchezza, sulla crescita, come se le cose potessero stare sullo stesso piano. Il modo che ha l’acqua di scendere è una verità eterna, c’è poco da ragionarci. È anche semplice da vedere, se vogliamo. Fa parte di quel discorso interno ed eterno della natura rispetto al quale non ha senso distrarsi. Quanto può essere idiota continuare a pianificare e edificare come se così non fosse? Una volta ho letto una storia bellissima a proposito dell’evoluzione: la prateria e i grandi erbivori si sono evoluti insieme. Hanno bisogni reciproci, e attorno a questi bisogni si sono formati. L’erba cresce bene se qualcosa compatta la zolla con la pressione, se concima, se la tiene bassa e le consente di ricrescere continuamente. I grandi erbivori non c’è manco bisogno di dirlo quanto abbiano bisogno dell’erba. Il “logos” di quella casa, di quell’ "oikòs" che è la prateria, è questo legame indissolubile tra il terreno e chi ci vive sopra.
Tra alberi e declivi c’è lo stesso logos.
Tra nuvole e vie d’acqua, anche.
Tra noi e la nostra casa non c’è più nessun logos, invece. Ma è solo perché ne siamo usciti e non lo sentiamo più. Perché le cose continuano a funzionare come hanno sempre fatto: l’erba rispetto agli zoccoli, gli alberi rispetto al terreno, i torrenti rispetto alle nuvole. Il lògos è ancora lì che esiste, che tiene insieme le cose. Noi pensiamo che sia sufficiente farci le leggi da soli, nòmos, per governarci la casa come ci pare. Poi arriva il momento in cui il lògos si manifesta e le case se le porta via con quelli che ci sono dentro. E noi a piangere i morti e a dire di chi è la colpa.
La colpa è in una perdita. La colpa è aver cambiato lingua pensando che cambiare volesse dire dimenticare quello che già sapevamo: cosa è che lega tra loro gli alberi e il declivio, l’erba e lo zoccolo, il torrente e la nuvola, e tutte e sei queste cose con noi.

lunedì 14 luglio 2014

La spiaggia


Non è che gliele dissi queste cose. Non ebbi il coraggio. Erano pensieri  turpi a modo loro, nella loro nudità disordinata. Mica si può dire tutto. Anche quando ci sembra bello e qualcosa brucia dentro e spinge perché vuole uscire. Altrimenti, fosse solo per questo, avrei dovuto raccontarle pure di come le guardavo il culo quando mi camminava davanti, di come cercavo di capire qualcosa delle sue tette, di come facessi il tifo per il vento, che mulinava tra le sue gambe nell'ombra di quella gonna leggera, mentre passavamo sui sassi del sentiero.
Invece stavo per provarci, a farle un complimento di quelli che non c'entrano nulla, di quelli che escono dalle budella e che la va o la spacca. E fu esattamente dopo una domanda che mi fece voltandosi appena, mentre lasciavo fosse lei a starmi davanti sul camminamento strettissimo, tra due sponde di spine e cespugli invecchiati dal sole: "Sei sposato?"
Volli capire quel che volli capire. Le dissi il sì più interessato che potessi concepire su due piedi: speravo si accorgesse che avevo paura di annegare, che non credevo più tanto nel mio matrimonio, in nessun matrimonio. Che volevo riprendere a giocare, come fanno tutti gli animali, anche da vecchi. E invece arrivò prima lei. Ma non Monica: la spiaggia.
Scavalcammo l'ultima gobba di roccia proprio mentre una raffica più svelta delle altre, senza ostacoli, sollevò leggermente la sua gonna facendo volare a me il cappello. Non lo persi solo per il sottogola, che me lo fece poggiare sulla schiena appena l'aria fu ferma. Ricorderò quell'immagine per sempre: il vento che arriva, la gonna che si muove, una striscia di sabbia rosa sotto la prima acqua della battigia, inquadrata dai miei occhi tra le sue caviglie. Intorno non c'era nessun altro essere umano. Odiai la mia timidezza come non facevo da molto tempo.
"Porca miseria, è bellissima".
Neanche risposi.
La spiaggia si presentò come una cosa primitiva. Inconcepibile. In una zona ad alta densità turistica, un angolo così bello e così vuoto rimandava per forza a quando l'uomo era un accidente tra tanti altri animali. Oppure una specie già dannosa ma ancora troppo rozza per occupare capillarmente ogni pezzo di bellezza coi suoi programmi e la sua visione del mondo. Monica si girò una paio di volte verso me e verso  la spiaggia che le stava di fronte, e non riusciva a dire altro. Io avevo già pronto sul piatto il disco con la formula magica: briozoi, foraminiferi, le onde e le correnti, i secoli, la pazienza delle cose, una spiaggia che dovrebbe essere bianca e diventa rosa, l'uomo che ne fa preda per pura ignoranza, eccetera. Ma non ebbi il coraggio. Stetti zitto, in attesa che parlasse ancora lei.
Invece Monica si sedette su uno scoglio: "Qui si può, vero?"
"Si-risposi-si può".
Mi misi accanto a lei. Più vicino di quanto farebbe un vero timido. Poche onde arrivavano fino a terra. Piccole, smorzate. Si sentiva il passare dell'acqua sul margine del mondo, il vero senso della parola "isola": una cosa che non è mai stata uguale a se stessa, esista pure da milioni di anni. Ogni spostamento dell'acqua che la definisce, ogni movimento del mare, disegna un orlo diverso a ogni istante, a ogni onda che arriva e riparte. La roccia che si tuffa e riemerge ospita un confine mobile; ora è isola, ora è fondale, ora è solo roccia che risponde alla spinta dell'acqua. L'Arcipelago visto dal livello zero è identico e altro rispetto a quello che si vede dall'alto, anche solo da cento metri di quota. Da su, anche la peggiore tempesta lascia tutto com'è. Le cose, intendo. Una tempesta interviene sui suoni e sui colori, al massimo. Sposta un po' di bianco giù, un po' di grigio su, fischia, urla, sbatte. Le cose grandi però sembra che la sfottano, lasciandola sbraitare, tanto loro resteranno dove i millenni le hanno messe, fino al prossimo uragano. L'inferno che si spalanca sotto una nave, da su lo puoi solo pensare. Il mare non sembra mai un'unica grande bocca che continuamente mastica ogni cosa. No, da su sembra un qualsiasi campo di grano senza misure, che qua e là finisce, contro una collina, contro un gruppo di monti lontani. Ma che in fondo è infinito. (Mistral noir – Luca Ronchi)


giovedì 10 luglio 2014

Massacri

Non fatemi ridere i coglioni. Israele non si sta difendendo, che è un suo diritto. Israele sta attaccando e massacrando decine di innocenti, come farebbe la peggior banda di terroristi fanatici di Allah o di qualche altro personaggio di fantasia. E ormai, dopo avere visto la stessa scena tante volte, viene il sospetto che una certa parte di Israele non veda l'ora di essere attaccata, per potersi "difendere" come più gli aggrada. E che nessun coglione si permetta il lusso di accusarmi di antisemitismo, primo perché i Palestinesi sono Semiti quanto gli Ebrei, secondo perché non sto parlando degli Ebrei; non sto parlando di un popolo ma di un Governo e della parte di una popolazione, la stessa che ha voluto la morte di Rabin e che ha augurato la morte a Sharon, ogni volta che hanno provato a mettere in discussione il suo diritto a espandere le colonie. Terzo, perché come me la pensano migliaia di ebrei e di israeliani che con questo schifo di guerra fascista non vogliono avere nulla a che fare. Buongiorno.

lunedì 7 luglio 2014

L'estate era alla fine. Si stava spegnendo, come luce, come caldo, come caos in giro per terra e per mare. Ed era ancora una meraviglia. Il Mediterraneo è un'isola liquida e le sue isole di terra e roccia sono come immense città. Il mare di quest'isola è il mondo, il vecchio mondo. Asia, Africa, Europa. Tre oceani su cui trovi di tutto, su cui è successo tutto. Con le loro onde e le loro correnti hanno portato su quella grande isola azzurra tutta la civiltà di cui sono state capaci. E il Mediterraneo le ha ricambiate, permettendo loro di non perdersi, di restare unite a respirare quando ce n'era bisogno, di continuare a guardarsi negli occhi anche quando era difficile, anche nei momenti d'odio. Anche oggi, che la vita e la morte continuano a prendersi a coltellate tra l'Africa e la Sicilia, tra l'Africa e la Spagna. Questa madre, quest'isola immensa fatta di acqua e relitti di ogni tempo, si racconta volentieri in ogni stagione. Alla fine dell'estate la sua sembra una voce stanca su un viso sorridente. La vita tutto intorno brucia, mentre il Mediterraneo inizia a prepararsi per la notte, per i sogni, per le tempeste di grandine sul mare. Per l'inverno, che ancora è lontano ma arriverà. L'odore di certe piante e i primi soffi freschi dopo mesi di calura lo ricordano a tutti: inizia un altro giro. Si vive.

venerdì 4 luglio 2014

CRONACHE DA GATTOLANDIA - I


Si inaugura oggi la prima e forse, chissà, ultima puntata di una serie dedicata ai gatti. I miei gatti. Chiariamo: non sono un gattaro, non lo è mai stato nessuno della mia famiglia e penso che i gattari abbiano qualche rotella fuori posto.
Però i gatti mi sono sempre piaciuti, anche più dei cani.
Sono cresciuto in una zona periferica del mio paese, dove era ancora possibile vedere conigli, galline, tartarughe d’acqua (quella europea, non quella californiana), bisce, civette, rane, a volte capre e pecore e –naturalmente- cani e gatti come se piovesse. Una volta ho visto anche un grifone.
Io e mia sorella maggiore (cioè, minore di me ma maggiore dell’altra, che ancora non era nata) con la complicità di mia zia, nel periodo tra il 1974 (il primo anno di cui serbi vaghe rimembranze feline) e il 1995, abbiamo dato udienza, accolto, battezzato e adottato decine di gatti. Ma forse era anche il 2000, quando smettemmo. Poi mi sono trasferito ma ho continuato a lasciare la porta aperta, e ogni tanto qualche gatto entra.
Il primo felide, anzi la prima, di cui voglio raccontarvi l’ho incontrata di recente. Fine 2009-inizio 2010. Era già grande e aveva sicuramente altri nomi. Mia figlia, che di animali ne capisce parecchio, sostiene che i vecchi padroni la chiamassero “Gatto” o “Gatta”. Un giorno ci ha adottato ed è diventata Mimi. Senza accento finale.
Era un gatto caratterialmente spettacolare: equilibrata, non invadente, comunicativa, capace di giocare. È arrivata in un periodo in cui a casa faceva comodo una come lei. I bambini l’avevano scelta come punto di riferimento per alcuni giochi, cui lei si prestava senza problemi perché di solito si trattava di storie in cui era previsto l’arrivo di un mostro, di un leone o di qualche Leviatano simile. Lei aspettava il suo turno e quando veniva messa in scena faceva serenamente il suo ingresso tra i giocattoli, devastando gli eserciti e spazzolando via gli avamposti realizzati per contenerne l'avanzata. Più o meno.
Con me invece faceva un altro gioco. La mattina, quando uscivo di casa a piedi per andare in ufficio, mi seguiva fuori dal cancello e mi si metteva dietro, cercando di afferrarmi dalla caviglia. Una specie di sgambetto o il tentativo di fermarmi o solo un segnale per dire “ci sono, gioca!”. Allora la prendevo in braccio, la riportavo a casa, lei saltava il cancello e riprendeva. Dopo un paio di tentativi lasciava perdere.
Un giorno, credo fosse maggio, io e mia moglie con i bambini stavamo mangiando nel piazzaletto fuori dalla nostra cucina, affacciato sul giardino dei padroni di casa.
Ad un certo punto abbiamo sentito qualcosa, un movimento, un rumore indefinito, non ricordo. Dopo poco ci siamo accorti che Mimi si era sdraiata dietro il tronco di un grande glicine, che quando è in fiore o in fase di produzione delle foglie, nasconde completamente il cortile che sta dall’altra parte del muro. Ci sembrava stesse male. Allora mi sono avvicinato. Non sembrava avesse ferite, però aveva un goccio di sangue su un labbro. Non mi sono allarmato perché ai gatti capita ben altro, e se la cavano senza problemi. Però Mimi non stava bene per niente. Non si muoveva e ci guardava in un modo che colpiva. Col passare dei minuti il suo corpo ha iniziato a gonfiarsi. Il veterinario non rispondeva. Un’amica che ne capisce mi ha detto che poteva essere stata morsa o investita. Ho capito dopo, me lo hanno spiegato, che il gonfiore poteva essere causato dall’esplosione di un polmone per un’embolia, o da qualche emorragia interna causata da un forte trauma. I bambini hanno iniziato a piangere. Avevano capito che se ne stava andando. Nel terreno accanto, quello nascosto dal glicine, girava un maremmano molto aggressivo, con la museruola. Un ospite occasionale che viveva da un’altra parte ed era stato lasciato in custodia ai vicini per qualche ora. Fino a un’ora prima non aveva la museruola e ora ce l’aveva. Abbiamo sempre pensato che sia stato lui. Animali.
Nel giro di mezz’ora Mimi non c’era più. I bambini hanno pianto per tutto il pomeriggio. Io e mia moglie no, ma quasi. Anzi, io la notte non dico che ho pianto, ma a un certo punto ho sentito un bruciore agli occhi e me li sono dovuti asciugare; è stato quando mia moglie mi ha chiesto “Cosa c’è?” e io le ho risposto “Mi dispiace”. È stato in quel momento.
Comunque. Avevo Mimi senza vita davanti a me. Volevo ringraziarla per come si era presentata a casa nostra, per come era riuscita ad avere un rapporto con tutti noi. Volevo, ma non sapevo come fare, specie ora che non c’era più.
Poi mi è venuta un’idea. Ho preso il corpo, ho preso una pala e sono andato in un punto di Caprera che non tutti conoscono, una piana circondata di pini e corbezzoli che si apre verso nord est, scende verso il mare e fa spingere lo sguardo fino alle cime della Corsica, che anche a maggio possono indossare un po’ di neve. Quel giorno c’era.
Ora Mimi è per sempre sotto un lentisco.
Vicino a lei dorme Marsala, il cavallo di Giuseppe Garibaldi.