giovedì 27 febbraio 2014

PAROLE

È carnevale. Si vede e non si vede. La gente oggi era tranquilla. Non aveva bisogno di tirare fuori dalle budella la voglia di festeggiare. C’era una specie di silenzio che scavava, come un corallo infinito, dentro tutto quel rumore. Vicino ai carri, nel fumo delle salsicce arrosto, non si riusciva a parlare né con le persone vicine né dentro il telefono. C’era un normale rumore di carnevale, ma solo intorno ai carri. Tra un carro e l’altro la piazza si apriva e sembrava una piazza vuota su cui era stata appoggiata una festa a pezzi, per qualche ora. Il tempo di far scendere un po’ di notte e di maestrale, mano nella mano, mano fredda nella mano fredda. Così.
I ragazzi, anche loro, non erano molto ubriachi e gli ubriachi veri erano pochi. Le persone per lo più hanno attraversato normali quella festa, stasera. Un pasticciere in pensione finalmente è riuscito, sempre oggi, a vedere tutto intero un suo primo carnevale, dopo che per decenni ha solo visto lembi di carro e chiazze di colore in maschera passare fuori dalla sua cucina, attraverso la sala dove le persone, staccandosi dal corteo, correvano a comprare una busta pulita di frittelle. Ora è in pensione e chi non lo sa gli passa accanto nella calca, corre verso la bottega di pasticceria, la trova chiusa per la prima volta da quando ricorda di aver visto un carnevale, e si ributta verso un carro o verso un altro, ad annusare fumo di salsiccia, dentro la fila per un panino gratis. La gente non conosce il volto di chi per decenni ha fritto per loro le frittelle giuste per quelle sere, per quella musica, per quelle raffiche di coriandoli intrecciate a code di vento.
Qualcuno cerca i figli. Qualcuno è preoccupato per i figli che si stanno solo divertendo e non hanno intenzione di sentirsi preoccupati.
Qualcuno ha figlie mascherate da danzatrice spagnola. Qualcuno ha figli con i capelli blu. Io ho figli che si divertono più di me, che mi diverto a guardare loro.
È bello che sia carnevale. Per loro che ci sono dentro. Per me che sto fuori e li aspetto.
Così torniamo a casa.
A raccontarci queste parole.


martedì 25 febbraio 2014

Essere di sinistra e sentirsi soli.

Gli italiani di sinistra, tenuto conto cioè di tutto quello che parte dal PD e va verso la FIOM, sono molti milioni. Tre o quattro è la base che vota alle primarie. Poi ci sono quelli che votano alle politiche, e in tutto arriviamo a una decina di milioni abbondante. In più vanno considerati quelli che ultimamente si sono buttati su Grillo con alterne fortune (esclusi i grillini fascisti, quelli leghisti e quelli scemi) e quelli che da molto tempo non vanno a votare. Nonostante ciò, l'Italia è un paese di destra. Un paese dove la sinistra, al massimo, riesce a non perdere. Ma perché non perda, occorre che negli anni precedenti la destra ne abbia combinate quanto Carlo in Francia. Altrimenti si perde.
Perché?

#goRenzigo

venerdì 21 febbraio 2014

L'INFERNO VUOTO, L'UCRAINA E LE PATATE DI WITTGENSTEIN.


Una delle più grandi teste del Novecento, Wittgenstein, raccontava che le riflessioni migliori riusciva ad impostarle se le sue mani, e una parte della testa, erano impegnate a pelare patate. A me capita la stessa cosa a un livello –diciamo- leggermente inferiore, quando lavo i piatti. 
Sono giorni che cerco di farmi un’idea di quello che accade in Ucraina. Mi sono andato a leggere un po’ di notizie qua e là ma le mie conoscenze sono ancora scarsine. Anche la mia comprensione. Ma è un tentativo che non vorrei abbandonare. Vediamo di cosa stiamo parlando.
Innanzitutto i morti, gente che nel momento in cui si è esposta per chiedere qualcosa di vitale, ha smesso di vivere. Poi i feriti. Basta una pallottola nel fianco, o perdere un dito, o tutti i denti, per rimanere legati per sempre a una richiesta di libertà durata magari lo spazio di un pomeriggio. Ti esponi, ti colpiscono e sei segnato a vita.
Poi c’è il potere. Dietro tanti morti, quando non c’è la natura, c’è sempre uno smisurato potere.
Poi ci sono le costanti storiche, quelle istanze che curvano attorno a sé lo spazio e il tempo, costringendo generazioni e nazioni a occuparsi, per secoli, sempre della stessa cosa: in questo caso, l’impossibilità per la Russia di rinunciare ad un’interfaccia sul Mediterraneo. Non solo: anche il desiderio degli Stati Uniti di tagliare fuori la Russia dal Mediterraneo. Il Mar Nero, per semplicità, lo considero un pezzo di Mediterraneo.
Poi c’è il gas, e basterebbe questo per costringerci a riflettere sulle nostre responsabilità, anche per quello che succede a Kiev in queste ore, per la nostra fame patologica di energia.
Una cosa credo non ci sia, anche se ce la raccontano lo stesso, ed è la divisione di quel mondo tra bene e male. O meglio, c’è, ma non è lo spartiacque tra chi vuole l’Ucraina in Europa e chi non la vuole. 
Io continuo a pensare che il cambiamento e la resistenza al cambiamento lavorino in perenne tensione e non mi scandalizzo: l’equilibrio che viene fuori da questa tensione è la vita. Il problema è l’uso delle armi, come sempre. Le idee non sparano. Il primo che in un teatro del genere usa un’arma, il primo che la porta sulla scena, il primo che la evoca, il primo che la pensa come necessaria, costui ha ottime possibilità di essere dalla parte del male. Se esiste un’arma, esisterà anche, in qualche appunto di Dio, la traiettoria del proiettile che va dalla bocca di quell’arma a un certo essere umano. Non è detto che questo essere umano, nel momento in cui sentirà il suo petto aprirsi, desideri l’Ucraina in Europa. È sicuro invece che desideri stare al mondo. 
Poi c’è la convivenza forzata tra popoli, perché l’Ucraina è anche questo; una cosa che nel Novecento abbiamo visto spesso e che sappiamo come può andare a finire
E poi, lasciate che lo dica ancora una volta, il potere. Quello di chi resiste al cambiamento e quello di chi, seguendo altri calcoli, e dall’esterno, preme per quel cambiamento. 
In mezzo c’è gente che chiede una storia diversa e ci mette la faccia, nel senso del naso, dei denti da rompere, della gola che entra nel mirino.
Tornando a Wittgenstein e alle patate, mentre lavavo i piatti mi è tornata in mente l’idea di tale Von Balthasar, secondo cui l’inferno esiste ma è probabilmente vuoto. 
Un cazzo. L’inferno è pieno di gente ancora viva. Gente che spara, gente che ordina di sparare, gente che muove altra gente come se non ci fosse il rischio di spari. E chi si contende un popolo che rischia i denti per la libertà, fa di tutto per meritarsi l’inferno. Compresi noi.

giovedì 20 febbraio 2014

GRILLO È MATTO

Grillo non è fascista. Grillo è matto. Finora la cosa non mi era chiara. Ora lo è. Il suo attacco al sistema (che per carità, fa acqua da tutte le parti) sarebbe anche credibile, se usasse strumenti diversi da quelli che usa. Ovviamente la credibilità è relativa. Ad esempio, per me è credibile chi, accettando di discutere con una persona, non tende tranelli sulla discussione ma li tende dentro la discussione; della serie: se stiamo giocando a poker è lecito il bluff, ma non è lecito prendere le carte e tirarle in faccia all’avversario; né è pensabile – per me- essere presi sul serio se dopo averle tirate si pretende anche di avere vinto. Ecco, chi gioca a poker così ha bisogno di un TSO, o al massimo di un caffè doppio e di una bella tirata di sonno. È anche vero che per molti è credibile solo chi si alza e sfascia tutto; chi prende il mazzo di carte e lo scaraventa in faccia agli avversari. Grillo oggi ha tirato le carte in faccia a Renzi e al suo Movimento, dopo essere stato invitato da Renzi stesso (e da una consultazione interna al Movimento) ad andare a parlare. Non capisco il senso di uno show del genere. Mi sa di uno che ha perso la bussola. Il M5S è nato e ha avuto fortuna per gli attacchi al sistema. Ma questa condizione di fortuna non dura per sempre. Arriva un momento in cui M5S non è più una novità. Se in quel momento la percezione dei simpatizzanti è che il sistema ha trovato un nuovo equilibrio in cui M5S è stato fagocitato e collocato in un ruolo sempre uguale a se stesso, senza la forza e le idee per cambiare nulla, allora M5S muore. Oppure si trasforma in un’altra cosa. Oggi, rifiutando non le idee di Renzi ma la possibilità stessa di respingerle, M5S-Grillo si è collocato fuori dal terreno di gioco. Ma non è uscito dallo stadio, se n’è andato solo sugli spalti a fare il tifo contro, si è alzato dal tavolo e ha tirato le carte anziché affrontare il nemico e provare a batterlo giocando. Oggi Grillo è fuggito e io penso che l’abbia fatto perché non sa più cosa dire e fare. Ha insultato quello che c’era da insultare e ha finito le idee. 
M5S è nella tanto vituperata stanza dei bottoni, ma non sa che farsene. Il lider comico a questo punto non sembra uno che voglia liberare le Istituzioni dalla feccia, ma uno che voglia liberare l’Italia dalle Istituzioni (ha parlato di dittatura sobria…). 
Solo che per fare questo si deve essere pronti a distruggere definitivamente l’Italia. 
Chissà cosa ne pensano gli italiani.

mercoledì 19 febbraio 2014

ORA CHE HA VINTO PIGLIARU



Aspettavo questo momento da cinque anni. Il momento in cui non avrei più dovuto provare quello straniamento ogni volta che pensavo: “Il Presidente della Sardegna è Cappellacci”.
Ritengo non sia stato all’altezza né tecnicamente, né politicamente, né umanamente. Non posso dire che sia uno stronzo, perché non lo conosco. Ma le persone restano persone anche quando incarnano ruoli che prevedono il rispetto delle distanze; e l’empatia, la comunicazione non verbale, è una cosa che travalica le etichette, e permette di intuire che essere umano hai di fronte. Ecco, Cappellacci è una persona che, in quel ruolo, trasudava dell’antipatia di chi finge. Tecnicamente, penso sia stato uno dei peggiori presidenti della storia della Sardegna. Non aveva una visione e ha lavorato perché la visione che si era affermata nei cinque anni precedenti, venisse un po’ per volta delegittimata e smantellata. L’ultimo colpo ha tentato di darlo con l’approvazione rocambolesca e furbesca del PPR, più altre cosucce minori di cui riparleremo. Ma non ha mai dato l’impressione, neanche ai suoi sostenitori, di essere quel tipo di leader che trasmette le indicazioni sul percorso, la rotta da seguire. E questo è stato il succo del suo fallimento anche politico. È stato messo e rimesso lì da Berlusconi. Il fatto che nel frattempo Berlusconi sia quasi morto, ha fatto morire anche Ugo. Lo dico con una punta di amarezza. Come se, dopo vent’anni, fossimo ancora tutti berlusconidipendenti. Come se, le cose che succedono, succedono a causa di quel pregiudicato o contro di lui. Come se, senza la sua caduta, non saremmo riusciti a spuntarla neanche su Cappellacci. Come se.
Ora che ha vinto Pigliaru, però, c’è almeno la possibilità di vedere all’opera una visione, c’è la possibilità di veder chiamate a ruoli assessoriali persone competenti e non personaggi di dubbio spessore morale e tecnico.
Mi fa paura il PD, in questo senso. Mi fanno paura i partiti. E mi fa paura la memoria corta di tutti noi, quella che ci potrebbe far dimenticare presto che è esistita Michela Murgia, che esiste il Grillismo, e che metà dei sardi non è andata a votare. Sul PD e sui partiti posso dire che ancora una volta ho visto cose vecchie e brutte venire a galla con naturalezza: voti di scambio, clientelismo, candidati con lo spessore della carta stagnola. Non di tutto il PD e non di tutti i partiti lo posso dire. Ma in parte è così come ho detto.
Ora che ha vinto Pigliaru però, come dicevo, è almeno possibile sperare che i Sardi si rimettano a pensare alla Sardegna in modo progettuale, tenendo conto delle risorse e degli strumenti, e ragionando in termini di obiettivi e di percorsi per raggiungerli. Spero che si ragioni con cognizione sui trasporti, e che le avventure tipo la Flotta Sarda non vengano ripetute. Spero che, come succedeva fino a cinque anni fa, si gettino ponti tra la Sardegna e il resto del mondo. Spero si riaffacci una concezione ecologica del territorio, che non vuol dire uccidere l’uomo per salvare la farfalla, ma valutare i limiti, concepire l’integrità come valore, pensare la bellezza come ricchezza anche economica.
Ora che ha vinto Pigliaru spero che alla Sardegna passi un po’ di quella stanchezza che ha portato metà dei suoi figli a non decidere cosa volevano per loro stessi. Quella stanchezza di sé che porta a trascurarsi, perché tanto peggio di così non può andare. E invece poteva: poteva rivincere Ugo.
Ora che ha vinto Pigliaru io continuerò a pensare al mio futuro come facevo fino a ieri.
Solo che, tra me e il mio futuro, ho ricominciato a vedere qualche somiglianza.

domenica 16 febbraio 2014

Sardegna Zona Stanca

Facciamo un passo in più nella riflessione: la Sardegna non è semplicemente stanca della politica e non sta chiedendo, a non-si-sa-bene-chi, una nuova politica (come se chi la deve fare provenisse da Marte). La Sardegna è stanca di se stessa. Una cosa spaventosamente buia.

mercoledì 5 febbraio 2014

Lingua?



La discussione sulla lingua sarda anima Sardegnablogger da tempo e un po’ tutti stiamo contribuendo a renderla viva; ora ha toccato alcuni nodi dolorosi. E vale la pena andare fino in fondo. Roberto Bolognesi e Fiorenzo Caterini, il primo assolutamente competente in materia, essendo un linguista, il secondo sicuramente più competente di me, essendo un antropologo, sono scivolati in modo fecondo sul terreno della politica. E va benissimo così. Si stanno confrontando sul come votare alle prossime regionali, in relazione alla centralità della questione-lingua nei vari programmi elettorali. 
Vorrei dire alcune cose in proposito, che mi salgono su dal colon, o dal fegato, non ho capito bene, e che si incastrano nel dibattito prendendo la rincorsa.
La lingua di un posto la immagino come la lingua che viene parlata dalle persone che vivono in quel posto. È una mia definizione e me ne assumo la responsabilità. Poi ci sono i canoni linguistici, su cui a volte è difficile trovare un accordo anche a causa della cattiva politica, che si inserisce nel dibattito e lo inquina, per ragioni elettorali e di distribuzione delle risorse. Però, una cosa è il canone, che immagino come un modello che a un certo punto viene ufficialmente “fotografato” e fissato su supporti fisici (carta, memorie digitali, apparato neurocognitivo di specialisti); altra cosa è la lingua che la gente di un luogo parla vivendo.
Ecco: che la lingua in esame sia l’Italiano, il Sardo, il Gallurese o altro, io, all’interno del dibattito, non riesco a non soffermarmi sulla gente che la parla, e che con quella lingua ha un rapporto biologico più che intellettuale o didattico. 
E quella gente mi fa paura.
Mi fanno paura gli italiani, i sardi e i galluresi. 
Mi fanno paura perché negli ultimi decenni (quelli che ho visto con i miei occhi) hanno (abbiamo) favorito la distruzione del proprio contesto vitale nei suoi vari aspetti: ecologico, sociale, politico, economico, culturale. Mi fanno paura e rabbia perché più stanno male (e in questo periodo stanno male) più sembrano votati alla mancanza di raziocinio e buonsenso, e alla esaltazione di quei comportamenti distruttivi il primo dei quali è l’assoluta incapacità, nella dimensione politica, di elaborare, riconoscere e votare una proposta in grado di dare un briciolo di speranza alla loro terra, che sia a forma di stivale, di impronta di Sandalo o di vecchio scarpone (non tanto la Gallura, ma l’area in cui si parla Gallurese ha questa forma: la sommità del collo è la linea del Coghinas, la suola è la costa che va da Santa Teresa a San Teodoro; le isole – come accade alla Sardegna e alla Sicilia rispetto al topos dello stivale, possono essere assimilate a pozzanghere o schizzi di fango lungo il cammino).
Mi dispiace per Roberto Bolognesi che mi tirerà una scarpa (appunto) al primo pranzo utile, e per Fiorenzo Caterini, che si sentirà afferrare per la caviglia e tirare giù in uno sprofondo di malumore (il mio malumore), ma le parabole esistenziali di quelle lingue, per quanto catastrofiche, sono al massimo un rigurgito, un rutto di acidità nella devastazione del metabolismo generale degli organismi cui appartengono, che sono L’Italia, la Sardegna e la Gallura. I grandi temi, e la lingua lo è, e gli uomini e le donne di buona volontà, che esistono ovunque e a tutti i livelli, possono veramente poco, se stanno dentro popoli che continuano a credere nel voto di scambio e nella raccomandazione, come cinquant’anni fa, a sinistra e a destra. Popoli dentro cui molti continuano a evocare Hitler e Mussolini e altri, di fronte a certe evocazioni, si mettono pure a ragionare e a discutere. Popoli che prima fanno marcire la politica facendosi rappresentare poco e male da alcuni dei peggiori, e poi corrono secondo loro ai ripari pompando l’antipolitica, come se il rimedio a una politica malata non fosse una politica sana, ma la rinuncia all’idea stessa che questa possa esistere. 
È colpa mia eh, sia chiaro, non dei linguisti né degli specialisti in genere, se non riesco ad appassionarmi a quasi nulla in questo periodo, e quindi neanche al dibattito sulla lingua. È colpa della rabbia che mi sale per il fatto che tutta la bellezza che c’è, ce la stiamo giocando per piatti di lenticchie transgeniche, insapori, avariate e pure costose. Ci stiamo giocando la speranza di sentire che fra trent’anni avrà ancora senso parlare di Italia e di Sardegna. C’è la concreta possibilità che il più scaltro e basso dei pregiudicati, continui a occupare spazi che non coincidano con quelli di una cella, e le uniche alternative che riusciamo a proporre, come civiltà, sono governi di larghe intese finché dio (o Napolitano) vorranno. Anzi, per darmi il colpo di grazia, sicuro che arriverà anche a voi, ho il sospetto che, come già nel 2009… ma no, non lo dico. Non lo dico. E mi riservo la speranza che anche tacere su qualche malumore possa ogni tanto servire a qualcosa.
Finché sono lucido, vi prego, se siete in grado di convincermi che mi sbaglio, fatelo, o almeno provateci.
E ora vado in bagno e mi sciacquo la faccia, che mi sta salendo l’influenza e il mio malumore peggiora a vista d’occhio.
Scusate, vi prometto che appena mi passa, scrivo un sonetto.