domenica 5 ottobre 2014

Serve una tessera?


Cos'è una tessera? Ho fatto un esperimento. Ho azzerato i miei pregiudizi sull'Italia, sui partiti, sul PD, su D'Alema e su Renzi (quelli su Adinolfi e Boccia non sono riuscito ad azzerarli, scusate) e ho preso il mio borsellino. L'ho aperto, e ho tirato fuori tutto ciò che poteva somigliare a una tessera. Poi ho messo tutto sul tavolo. Il risultato è stato: dieci tessere. Sei tessere al consumatore rilasciate da altrettante catene di distribuzione (di cui tre supermercati), una di articoli sportivi, una di bricolage e una di elettronica ed elettrodomestici. Poi c'è la tessera sanitaria, il badge per timbrare l'entrata e l'uscita dal lavoro, il bancomat e la tessera 2012 del Partito democratico. L'ultima tessera politica della mia vita, per ora. Anzi no. A pensarci bene anche le altre nove sono tessere politiche, perché certificano la mia appartenenza codificata a gruppi di persone di cui accetto le regole. 
Le dieci tessere sono tutte abbastanza colorate. L'unica che contenga uno slogan è quella del PD. Questo è curioso. Nessuno dei marchi commerciali è seguito da uno slogan. La tessera politica invece si. Guardandole una per una, prendendole in mano, girandole su entrambi i lati, saltano fuori altre differenze: la tessera del PD è l'unica che non abbia un codice a barre, magnetico o elettronico, ma ha un codice alfanumerico scritto a mano. Ed ecco un'altra differenza: sempre la tessera PD è l'unica tra le dieci, che riporti segni di grafia umana, a parte il badge per entrare in comune, che riporta il mio nome scritto a penna da qualche impiegato. 
Di tutte le tessere, quella del PD è la meno usurata. Un po' perché è tra le ultime, un po' perché è quella che ho estratto meno volte dal borsellino (con oggi forse fanno due volte). Però è quella a cui si collega la maggior parte di comunicazioni che ricevo (ricevevo). Insieme alla banca, il PD è quello che mi inviava più comunicazioni, sempre inerenti a scadenze di tipo elettorale.
Un'altra cosa che ho notato: le tessere commerciali, oltre al logo, contengono indicazioni sull'attività svolta: gente che corre, merce disegnata, richiami alla genuinità dei prodotti ecc. La tessera del PD contiene solo delle aree colorate che dovrebbero rappresentare la bandiera italiana, oltre a un rametto d'ulivo nel logo. Per il resto somiglia pericolosamente a quella della Crai. Altra cosa, tranne quella del Comune (che è l'organismo più piccolo tra tutti quelli di cui possiedo una tessera, avendo un organico di poche decine di persone), ogni tessera contiene regole e informazioni riferite al suo utilizzo e all'interazione tra la struttura e il titolare della tessera (ti dicono cosa puoi fare e cosa non puoi fare). Tutte tranne una. Indovinate quale? Si, quella del PD. Girandola si leggono solo la firma del segretario nazionale e quella del segretario di circolo, e il nome dei vari livelli della struttura: la federazione provinciale, il circolo cittadino, il nome del cittadino tesserato e il suo codice. Basta. Come dire: l'importante è che tu sia dentro, poi non è necessario, né è previsto, che tu faccia qualcosa.
Ora, ho sentito che è tornato a galla il tema delle tessere PD che calano. 
A me sembra inevitabile che questo accada, per vari motivi. 
Quando i partiti facevano politica, il tesseramento era una pratica sensata; allora la partecipazione alla vita di partito regalava botte di vita che restavano impresse (scioperi, comizi, manifestazioni, sit-in, cortei, dibattiti, cazzottate, cineforum cazzo, i cineforum!). Da quando io ho avuto la mia prima tessera (mi pare PDS, '97 o '98), per lo più ho partecipato a riunioni in cui si parlava di tessere. Si si, di tessere. Di tesseramenti, di conte congressuali, di primarie. Solo un paio di volte mi è capitato di assistere a riunioni politiche, e infatti me le ricordo ancora. Le altre volte si è trattato di riunioni di corrente o di rese dei conti, per lo più a suon di numeri. Il calo progressivo degli iscritti al PD si deve principalmente a questo. Ma anche a un'altra cosa, fisiologica ma triste: i vecchi muoiono. Questo vale per i vecchi militanti ma anche per i vecchi dirigenti. Quelli che la tessera la dovevano avere per forza e quelli che senza i loro mazzetti di tessere da amministrare si sentivano persi. Un po' come i bambini che giocano (giocavano) a figurine. Personalmente ho assistito a tesseramenti di persone che manco sapevano dove era la sezione, e di persone che accettavano di farsi tesserare per fare un favore al nonno allo zio, al papà, e anche alla mamma. Per non parlare di chi si tesserava perché sperava in un posto di lavoro, e non mi sento di biasimarlo. Gente che non metteva piede alle riunioni e che non ti chiedeva mai notizie su cosa si faceva, sulle iniziative in programma, sulla linea da seguire in consiglio comunale ecc. “Compagni” che nei discorsi quotidiani somigliavano spesso ad altra gente che magari votava a destra. Specie se l'argomento erano i politici o gli immigrati. Questi erano, in misura significativa, i tesserati. Quelli che col passare del tempo diminuiscono perché evidentemente non hanno un ruolo vitale, e quindi la relazione tra loro e il “partito sul territorio” avvizzisce. Resta loro la funzione di elettori, ma in questo sono uguali a tanti altri cittadini che con quei partiti non hanno mai avuto legami, e si informano come capita e scelgono sulla base di un istinto, se vogliamo grossolano e intestinale, ma senza dover necessariamente chiedere indicazioni a chi gli aveva dato la tessera. Senza pretesa di scientificità, ho dato un'occhiata ad alcune statistiche. Non metto i link perché sennò chi condivide rilancia il link stesso e non questo articolo, ma basta che digitiate “istituto cattaneo statistiche tesseramento partiti” o “archivio storico corriere crollo degli iscritti” o quello che volete voi, e qualche dato salta fuori. Il PCI (poi PDS) ha avuto circa due milioni di iscritti tra il '46 e il '56. poi ha iniziato a scendere arrivando a un milione e mezzo nel '68. poi ha ripreso a salire fino al '76, fermandosi al milione e otto. Poi una discesa, inesorabile e continua, fino al 1991, quando è sceso ben sotto il milione. Una cosa curiosa è che la DC, che negli anni precedenti era sempre stata sotto o di poco sopra il PCI, nel 1990 aveva più di due milioni di tesserati. Chissà se erano tutti vivi.
Alla nascita del PD (2007), DS e Margherita portarono in dote rispettivamente seicentomila e duecentocinquantamila iscritti. Tralascio i dati intermedi ma cinque anni dopo, nel 2012, il PD aveva mezzo milione di iscritti, trecentocinquantamila in meno. Il Segretario era Bersani, la personalità più prestigiosa era D'Alema, e Renzi era solo quel bamboccio rompicoglioni del Sindaco di Firenze.
Tutto questo per dire che i partiti muoiono, che la memoria è importante e che prima che muoia anche la politica, forse è il caso di cercare altre strade per garantire alla democrazia un futuro più lungo possibile. Anche senza tessere, che nel borsellino non c'è più posto.

giovedì 2 ottobre 2014

Un'isola in piedi (ovvero: perché la cricca e il furto del G8 non hanno ucciso La Maddalena)

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Dopo il bellissimo e utile lavoro di Fiorenzo Caterini, che ha riassunto le vicende del G8 rubato a La Maddalena, tocca a me provare a metterci il finale. Io quelle vicende le ho vissute da vicino. Dal 2009 lavoro nella segreteria del Sindaco della Città. E ho visto le cose prendere forma, rallentare, crollare sotto il peggior berlusconismo e poi ibernarsi per due anni. Questa Città ha sempre basato la sua economia su risorse pubbliche: stipendi e appalti da parte di enti per lo più militari. C’era un sogno a La Maddalena, e c’è ancora: costruire un’economia sana fondata sulla bellezza abnorme del territorio. L’idea per dare gambe a questo sogno era ed è quella di utilizzare il patrimonio ex militare e trasformarlo in strutture turistiche di pregio. Un’idea quasi banale per un sogno di valore epocale. Purtroppo in Italia i sogni fanno spesso una brutta fine e il nostro, per ventiquattro mesi, è sembrato un cadavere. Dall’Aprile 2009 alla fine del 2011, di quel sogno, abbiamo visto solo spoglie immobili, echi di inchiesta, titoli impietosi (quando non infamanti) sulla stampa nazionale e rabbia, tantissima rabbia. La Regione Sardegna, protagonista con Soru della prima fase di questo rilancio, nel febbraio del 2009 scelse Cappellacci. Non so se sia stato per incapacità, per disinteresse, per berlusconite, per vendetta verso un’amministrazione Comunale interamente schierata con Soru e con l’idea del rilancio, fatto sta che fino al 2011, ogni tentativo del Comune di instaurare una collaborazione istituzionale con la Regione è andato a sbattere su telefoni che squillavano a vuoto, lettere con non ricevevano risposta, col timore di perdere tutti i fondi che dal 2009 erano stati stanziati e che, dopo il passaggio della cricca, sembravano persi nelle remote pieghe del bilancio statale. Nel 2011, per fortuna, la Regione si mise a fare la Regione, e la collaborazione tra i due enti, lentamente, venne riallacciata. Nel frattempo il Comune era riuscito a scoprire i soldi smarriti e a convincere Governo e Regione a stanziarne degli altri per eseguire quella Bonifica del fondale dell’Ex Arsenale che era rimasta sulla carta. Non per rivangare le porcherie di quei giorni, ma Bertolaso aveva incaricato delle bonifiche nientemeno che suo cognato, che di bonifiche ne capisce quanto me. Su questa bonifica però va aggiunta una cosa che neanche le inchieste della stampa antiberlusconiana hanno mai sottolineato a dovere: lo Stato italiano per quasi un secolo ha inquinato quei fondali, poi non ha vigilato sulla loro bonifica, e infine ha tentato di lavarsene le mani, riuscendoci almeno in parte. Andiamo con ordine: nel 2011 Comune e Regione riprendono a collaborare per portare a termine il lavoro interrotto. Nel Marzo del 2012, dopo un lavoro diplomatico e di stesura di bozze da parte degli uffici comunali e regionali, il Governo Monti pubblica un’ordinanza importantissima con cui vengono individuate le risorse e affidati i ruoli a Regione e Comune per rimettere in moto i cantieri, soprattutto quello del tanto agognato Porto turistico e commerciale della Città. Nel frattempo riprendono gli incontri a La Maddalena, Cagliari e Roma, tra vertici politici e responsabili tecnici e nell’estate del 2012 Regione e Comune stipulano una prima intesa formale sul percorso da seguire; a dicembre viene stipulata una convenzione formale. Sempre nel dicembre del 2012 inizia a circolare la bozza di un decreto ministeriale che declassa alcune aree soggette a bonifica, da sito di interesse nazionale (SIN) a sito di interesse regionale (SIR): tra queste l’Ex Arsenale militare di La Maddalena. È un modo come un altro per scaricare responsabilità nazionali sulle spalle dei sardi e in particolare dei maddalenini. Nell’estate del 2013 il Comune, individuato come soggetto attuatore, presenta in Regione i primi documenti della progettazione conclusiva del nuovo fronte-mare: su quelli verrà istruita la gara internazionale a procedura integrata, per la realizzazione del progetto esecutivo e delle opere. Nell’Ottobre 2013 Comune, Regione e Governo siglano un Protocollo di intesa per il completamento delle bonifiche: anche qui, la Regione è delegata a coordinare le attività e il Comune è individuato come soggetto attuatore. La Giunta Pigliaru, alla guida della Regione dal febbraio 2014, non ha interrotto il lavoro fatto nel frattempo dando l’impressione, anzi, di volerlo accelerare. Nei mesi successivi si sono susseguiti altri passi amministrativi che non sto ad elencare, da parte di tutti gli enti coinvolti: Comune, Marina Militare, Capitaneria di Porto, Parco Nazionale, Ministero Infrastrutture, Assessorato regionale ai Lavori pubblici ecc. La storia non cambia mai del tutto -non improvvisamente almeno- e qui, per vedere le cose che vanno avanti c’è bisogno, più che in altri luoghi d’Italia, di passare da centomila uffici. E ancora non basta. Inoltre lo scetticismo di alcuni locali, abituati a veder girare il mondo attorno alla Marina Militare, contribuisce a creare un clima di sfiducia e pessimismo circa le reali possibilità di riuscita, come se non fosse possibile un futuro diverso dal passato. Invece questa svolta non solo è possibile ma è anche inevitabile; nulla poi impedisce che la Marina, con i suoi corsi e le sue scuole di formazione, continui a dare lavoro.
Dovendo fare un bilancio finale su quel che è stato l’affaire G8, direi che il danno peggiore lo hanno fatto le istituzioni, non c’è dubbio. Burocrazia e malaffare hanno azzoppato il sogno di un’intera città a pochi metri dal traguardo. Però non l’hanno ucciso. Questa città non è una città qualunque, e non si trova in una regione qualunque. La Maddalena ha la fortuna di sorgere sul territorio più bello del Mediterraneo, per le sue terre e per il suo mare. Essa può ancora testimoniare che, da un’economia di guerra, è possibile transitare ad un’economia di pace fondata sulle qualità del territorio. L’unica incognita, legata alla crisi economica italiana e alla lentezza strutturale della burocrazia, riguarda i tempi. Ma, con buona pace della cricca e di chi non ama le novità, prima o poi il lavoro iniziato arriverà a conclusione.

Cinque cattivi pensieri sull'Italia che si scanna e l'Art. 18.

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Son tempi duri.
Che uno ha pensieri amari e li tira fuori. E rischia di essere preso per una brutta persona.
Chi se ne fotte.
I pensieri amari, come in omeopatia, un po’ di veleno te lo sputano fuori. Sì, certi veleni vanno sputati e condivisi, messi in piazza, per una sorta di socialismo del giramento di coglioni.
I mie pensieri amari riguardano il lavoro e la religione. Quella di chi parla di lavoro senza pensare a tutti i lavoratori, ma solo ad alcuni. Come quei cristiani che parlano dell’uomo in astratto ma non anche nel senso dell’uomo musulmano.
Sull’articolo 18 è in corso una guerra santa, dentro il Parlamento e nel paese, e nelle case e sul posto di lavoro, e nei bar e su Facebook. E andando con lo sguardo dal cielo alle radici delle cose, come fanno gli atei, i miei pensieri amari sono sui diritti, sulle risorse per tutelarli, e su come tutto ciò si tiene in un paese malato come l’Italia.
Pensiero amaro numero 1) Renzi e Bersani ci prendono per il culo. Sull’Art. 18, oggi, sono come il diavolo e l’acqua santa. Ricordo bene che fino a poco tempo fa avevano altre idee. Renzi se ne fotteva dell’abolizione mentre Bersani era possibilista. Credo che la partita sia un’altra. Credo che anche a Bersani non freghi nulla dell’Art. 18. Ma stanno facendo un braccio di ferro e in palio non ci sono i diritti ma il baricentro del PD, la leadership, il potere, la ditta. Bersani perderà, a prescindere dall’articolo 18. Perché come D’Alema è una vita che perde e che fa perdere la sinistra. Renzi invece non vincerà. L’Italia si farà un altro giretto nella palude. Tanto siamo abituati.
Pensiero amaro numero 2) Chi si fa tutte le Siss del mondo e spacca il culo ai passeri per tutto quello che ha studiato, ma è precario, può vedersi fregare un anno di supplenza in un liceo vicino casa, e riprendere a viaggiare per chilometri, anche se ha 50 anni, perché un ricco, di ruolo, cui manca un anno ad andare in pensione, ha deciso che non vuole più fare il maestro elementare nel profondo nord ma vuole levarsi lo sfizio di finire la carriera in Sardegna. Lui può. Ne ha il diritto. Anche se in un liceo non ci ha mai insegnato. Ma ha acquisito il diritto di scavalcare un numero indefinito di precari che hanno studiato più di lui e che possono preparare degli adolescenti con più strumenti di lui. Perché lui, ripeto, lui ha il diritto. Il precario no.
Pensiero amaro numero 3) in un paese normale dovrebbe esserci una sinistra che lavora per la distribuzione equa delle risorse e dei diritti. In Italia c’è un numero crescente di persone che vedono la propria pensione come un miraggio, per mancanza di risorse. Che non hanno il potere contrattuale di bloccare un comune per una vertenza sui buoni pasto. Che vanno in banca per chiedere un mutuo per farsi casa e si sentono rispondere no, non è possibile. Sono sempre i precari. In un’azienda in cui i contratti normali hanno molte tutele, a meno che quell’azienda non possieda il brevetto del moto perpetuo o un giacimento di pietre filosofali, il bisogno di flessibilità si scaricherà all’infinito sui precari. Che sempre meno avranno la possibilità di ridurre il divario di diritti che li separa dai lavoratori normali. E nel caso in cui l’azienda non fallisca – è una possibilità che ammazza in modo random- i normali arriveranno alla pensione, i precari no. O ci arriveranno poveri e senza denti. Negli enti pubblici è uguale. Il patto di stabilità rende sempre più difficili le nuove assunzioni, sotto qualunque forma. Perché per decenni si sono usate le risorse di tutti in modo clientelare e miope, e oggi le poche che ci sono vengono usate per sostenere e tutelare chi ha contratti a tempo indeterminato. A prescindere dalle capacità.
Pensiero amaro numero 4) per affrontare il mondo occorre una sinistra capace di riflettere sul clima, sulla demografia, sull’energia, sulla comunicazione, sulla rete, in grado di elaborare nuovi strumenti, superando la dicotomia che divide il mondo tra ciò che è capitale e ciò che è lavoro. Poi, ragionando da sardo, penso a una sinistra che si occupi del rapporto tra la Sardegna e L’Italia, tra la Sardegna e il Mediterraneo. Invece oggi la sinistra è concentrata sul superamento di Renzi. Anche la Fornero è diventata brava, un po’ come quando segretamente amavamo Fini perché faceva a Berlusconi quello che noi non eravamo in grado di fare: indebolirlo. Una sinistra che non sa pensare al dopo, ma solo all’adesso e al prima. Una sinistra che non sa tirare fuori dalle sue fila uno più serio e credibile di Renzi, in grado di riportarci al governo del paese come ai tempi di Prodi. Brutto, vero?
Pensiero amaro numero 5) L’articolo 18 contiene e difende un principio di civiltà: non può esistere un licenziamento discriminatorio. Questa sarebbe la parte dolce del pensiero. Quella amara è questa: se un diritto non è per tutti, non è un diritto ma un privilegio. Questo non intacca la validità del principio, ma deve far mettere in discussione i modi in cui esso viene applicato o disatteso. Per cui, nella realtà, succede che un precario è autorizzato a farsi questa domanda: chi me lo fa fare di battermi per un diritto che è solo di altri ma che io non posso esercitare? Se poi il precario si sofferma sul fatto che, più in generale, per dare applicazione alle norme che tutelano i diritti si usano le risorse pubbliche, e realizza che queste sono limitate, può chiedersi: ma perché certi ammortizzatori possono esserci per altri ma non per me? É un precario egoista, non c’è dubbio. Ma le sue domande, moltiplicate per qualche milione di precari, aspettano risposte dalla politica. E la politica, certo quella di destra, ma anche quella di sinistra, non sa rispondere. Non ha strumenti per rispondere. E neanche i sindacati hanno la possibilità di rispondere alla domanda: perché a certi si e ad altri no? L’Italia è questo, oggi. A certi si, ad altri no, ma con le risorse di tutti. La rabbia e la confusione nel dibattito sull’Art. 18, se si sposta la cenere, nascondono questo tipo di brace.
Spero nasca una sinistra in grado di non nascondersi di fronte a queste domande.
Oggi non c’è.