lunedì 27 gennaio 2014

Un diamante nascosto nel pane

Io e mia moglie abbiamo due figli. Grandetti, quasi adolescenti, diciamo. Li vedo spesso come se fossero un po’ più piccoli. Un difetto cognitivo antico, credo, un istinto animale che ti porta a proteggerli più, e non meno del necessario. Spesso mi sono trovato in situazioni in cui la loro fragilità è stata uno stimolo, un dato talmente urgente da mettermi nella condizione di poter affrontare qualsiasi cosa. Nulla di drammatico; parlo di normali situazioni del quotidiano, cose che ogni genitore ma anche ogni persona cui siano affidati dei piccoli, ha provato. Ma che risvegliavano ogni volta una specie di ferocia potenziale, quella che anche gli animali più minuscoli possiedono per difendere sé e la propria discendenza. Altrettanto spesso, come di rimbalzo, mi è toccato di sentirmi impotente e inutile per non poter risparmiare loro dolori anche piccoli, per un mal di denti o per la necessità di fare qualcosa di urgente e sgradito. E per quanto non fosse nulla di grave, spesso ho provato lo strazio di chi non può farci niente.
Stasera ho rivisto alcune parti di Schindler’s List. Uno dei tre film che ognuno, a mio avviso, dovrebbe vedere.
Varsavia, 13 marzo 1943, il giorno della liquidazione finale del Ghetto. Una famiglia sente i soldati avvicinarsi al quartiere. Una donna apre un nascondiglio nel muro, tira fuori un pugno di gioielli; roba piccola, anelli, pietre, piccoli pezzi d’oro. Prende una forma di pane e ne fa diverse fette larghe due dita.
La donna prende una fetta, scava un buco al centro, raccoglie con un pizzico una palla di mollica e ci avvolge un anello. Poi inizia a lavorare l’involucro e lo propone al primo dei familiari. Le urla dei soldati sono più vicine. Sono voci che paralizzano, urlano cose spaventose. La donna continua a staccare pezzi di mollica, li imbottisce di qualcosa di prezioso e li propone al secondo familiare in attesa. Tra loro ci sono anche bambini. Devono mangiare anche loro il pane che nasconde la salvezza. Si. Perché un ebreo lo sa da due millenni almeno, che quando l’aria si fa pesante, quando si sente odore di esodo, di reconquista, di pogrom, di esilio, è bene essere pronti a partire, con poca roba, leggera, meglio se anche piccola e preziosa. Perché da quell’oro nascosto potrebbe dipendere la fortuna di restare vivi, e di continuare, ricominciando, in qualche altra zona del mondo. Quindi anche un bambino deve essere bravo, non fare i capricci, e mandare giù la sua dose di pane e oro, di mollica e diamanti. Fuori però questa volta non c’è un nemico normale. Questa volta il diavolo ha fatto le cose in grande. È venuto lui in persona a prendere tutti. E allora un padre come lo spiega a un figlio che deve ingoiare quel pane ancora una volta? Che deve ingoiarlo lo stesso? Che fa male e segna la gola allo stesso modo di trecento anni fa, e di settecento, e di mille. E per andare dove, questa volta?
Fidati, figlio mio, in qualche modo ci salveremo. Lo so che non ho nessuna possibilità di salvarti. Non ne ho la forza, non posso averla. Un dio pigro non ha pensato che un padre poteva aver bisogno di una forza cento volte più grande, per salvare un figlio dal demonio che arriva. È quel dio pigro, forse, che ha creato il mondo, senza pensare che stamattina il diavolo sarebbe venuto a riprendersi tutto. Mangia lo stesso però, figlio, che al diavolo almeno questa cosa non la dobbiamo regalare: il nostro tentativo di farcela, la nostra disperata speranza, la mia, soprattutto, che non ti potrò mai salvare per l’eternità, ma che faccio almeno il gesto di provarci. Perché l’anima sta anche nei gesti, nei gesti che al momento giusto è bene fare. E forse almeno quella non la perderemo, o non la perderemo invano. Forza figlio mio, ingoia questo pane. Il diavolo è qua fuori, sta per entrare. Questo è l’ultimo momento di tutta la storia dei tempi e dell’eternità, in cui potrò esserti padre veramente. Quindi mangia, per favore. Che comunque dobbiamo partire.

Gli altri due film che ognuno dovrebbe vedere sono, secondo me, “C’era una volta in America” e “Blade Runner”. Ci ho pensato e l’ho realizzato poco fa, che i miei tre film preferiti parlano della stessa cosa, o quasi. "C’era una volta in America" racconta la storia di un gruppo di ebrei newyorkesi. Noodle-De Niro è ebreo, Max- Wood è ebreo, e così anche gli altri. "Blade Runner" parla di un pogrom, contro i replicanti, che sono l’altro per eccellenza. Come un bambino costretto a mangiare diamanti nel pane.

lunedì 6 gennaio 2014

L'ISOLA CHE CI SAREBBE


Molto ma molto probabilmente, anche questa volta la Città di La Maddalena non eleggerà neanche mezzo consigliere regionale. È come una maledizione, come la Coppa dei Campioni per la Juve, come il festival di San Remo per Toto Cutugno. 
Per quello che so, l’ultimo maddalenino a sedersi sui banchi del Parlamento sardo è stato Sebastiano Azara, eletto varie volte tra il 1957 e il 1969.
Poi, basta.
Un po’ di numeri: i comuni sardi sono 377. I consiglieri regionali erano circa 80 e ora diventeranno mi pare 60. Se la rappresentanza fosse “una testa, un seggio”, a ogni giro solo un quinto dei comuni verrebbe rappresentato. In realtà non è così e i comuni con popolazione più numerosa hanno tendenzialmente più chances di eleggere un loro rappresentante a Cagliari. 
La Maddalena, nell’elenco dei comuni sardi considerati per popolazione, oscilla tra il 25° e il 22° posto; il fenomeno è dovuto ad un errore nelle operazioni dell’ultimo censimento, che sta per essere emendato. La sostanza però non cambia: basta scorrere l’elenco e vedere quanto comuni di grandezza simile o molto più piccoli hanno avuto in questi anni almeno un rappresentante in Consiglio: Sorgono, Muravera, Sanluri, Tempio, Arzachena, Fonni, Dorgali, Berchidda, Samugheo, ecc.
Tra le tante ragioni in grado di spiegare questo stato di cose, due mi sembrano rilevanti e sono entrambe legate alla condizione di insularità della Città.
La Maddalena, pur essendo relativamente popolosa, non fa rete. La sua rete di relazioni con il resto del territorio passa per il mare, e in questo passaggio le maglie perdono in parte la loro vitalità. Chi vive sulla terraferma forse non coglie a fondo questa particolarità. Purtroppo chi vive su un’isola la coglie anche meno. Un paese più piccolo, ma al centro di una rete stabile di relazioni, collegamenti, scambi, strade, passaggi ecc, ha potenzialità elettorali decisamente maggiori. Per non parlare di quelle pre-elettorali.
Tecnicamente sarebbe anche semplice risolvere il problema. Basterebbe presentare uno, al massimo due candidati, e le possibilità aumenterebbero enormemente. Ma qui interviene il secondo fenomeno: la frammentazione. Qualcuno, non necessariamente Carlo V, avrebbe detto dei Sardi che siamo “pocos, locos y mal unidos”. La stessa diceria circola sui maddalenini. Il bello- si fa per dire- è che circola anche tra i maddalenini, consapevoli a quanto pare della propria cronica lacerazione. Verrebbe da tirare in ballo un termine ingombrante: identità. È una parola grossa; da Parmenide in poi ci sono impazziti tutti. A me viene da dire solo questo: è come se l’identità, qualunque cosa sia, si manifestasse in termini di unità di una popolazione tanto più quanto più questa ha a che fare con un “altro”, un “prossimo”, un intorno popolato di simili e intrecciato di relazioni. Viceversa, quanto più il confine, l’interfaccia, l’orizzonte, si presenta vuoto (vuoto di amici e vuoto di nemici), tanto più chi sta dentro quel confine è portato a non prenderlo in considerazione e a dargli le spalle, rivolgendosi ai propri concittadini come se il mondo finisse lì, e cercando lì le ragioni per dividersi. Credo valga per La Maddalena ma anche per la Sardegna intera. Il risultato è che, ad ogni tornata elettorale, i partiti e i movimenti (quelli nazionali e quelli locali) riescono a farsi indicare un candidato di La Maddalena che puntualmente non viene eletto, poiché deve dividersi un bacino elettorale di circa 8000 voti con altri cinque o sei candidati. Anche qui, mi viene in mente che lo stesso fenomeno è oggetto di lamentela da parte degli indipendentisti nei confronti dei partiti “italiani”.
Per chiudere: io non so quanti candidati esprimerà La Maddalena alle prossime regionali. Circolano alcuni nomi, gente di destra, di sinistra, di centro, dei movimenti. Ovviamente non farò qui nessuno dei nomi che ho sentito, fino a che non saranno ufficializzati. 
Mi basta aver detto che è sulla rete che si deve lavorare, alla ricerca di una nuova idea di territorio e di un nuovo linguaggio, forse, che parli meno di unità e più, magari, di integrazione; meno di “cose” e più di “relazioni”. 
In culo alla balena.

sabato 4 gennaio 2014

LA SPIAGGIA ROSA DI FANTOZZI


Non ho voglia di ripetere cose che ho già scritto. Vi rimando a questo link: 
Riassumo e basta, molto brevemente: l’isola di Budelli, quella della Spiaggia Rosa, è stata acquistata all’asta da un miliardario neozelandese. Prima era di una società fallita. Prima ancora era di altri e così via fino alla notte dei tempi. Budelli non è mai stata pubblica da quando esiste l’Italia. Però è protetta da mille vincoli e su di essa nulla può essere costruito. Nulla. È chiaro?
La parte costiera poi, compresa la Spiaggia Rosa, è già pubblica e non era in discussione alcuna privatizzazione. Quindi il miliardario ha comprato 160 ettari di macchia come ce ne sono tanti in Sardegna.
Il Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena ha deciso però di intervenire e di farsi regalare l’isola con 3 milioni di Euro pubblici.
Fino a qui avevo già detto nel post linkato sopra. Era il 5 novembre 2013.
Poi è successo che: si è mosso Pecoraro Scanio, Alfonso Pecoraro Scanio. Ha fatto una raccolta di firme e una campagna di stampa ingannevoli, che hanno portato circa 90.000 persone (100.000 per la Questura, 120.000 per la Juve) a firmare perché Budelli non venisse svenduta e privatizzata.
Maddeghè?
90.000 persone hanno abboccato in buona fede firmando un appello falso: che Budelli restasse pubblica. Budelli non poteva restare pubblica perché non lo era mai stata. Al massimo poteva diventarlo. 
La normativa sui tagli alla spesa pubblica però prevede che la Pubblica Amministrazione non possa acquistare terreni e immobili da privati.
Quindi serviva un’eccezione, una deroga, una manovra all’italiana.
È così successo che la Commissione Ambiente del Senato, su pressione di SEL, di certa stampa da mulino bianco e della lobby verde, ha deciso di stanziare 3 milioni di Euro per consentire al Parco di regalarsi un’isola. Di fronte a tale delirio c’è stata la reazione indignata del Comune di La Maddalena, di Federparchi (no, dico, Federparchi), del FAI e di Legambiente, che reputano inutile spendere soldi per 160 ettari di campagna già tutelati e ritengono quei tre milioni meglio spendibili in altre cose.
La Commissione Ambiente della Camera li ha ascoltati e ha ribaltato lo scenario cassando l‘acquisto di Budelli e destinando quei soldi per metà alle bonifiche nell’ex Arsenale e per metà ad altre aree protette della Sardegna. 
Sembrava tutto a posto.
Poi è arrivato Boccia, uno che ha il cognome che si merita. La Commissione Bilancio della Camera, da lui presieduta, ha ri-ribaltato la frittata tornando allo scenario precedente: il Parco può comprarsi Budelli.
Alla faccia delle bonifiche nell’Ex Arsenale di La Maddalena inquinato dallo Stato (Ministero della Difesa) per quasi un secolo e depredato da fornitori dello Stato (la Cricca del G8) che dovevano risolvere un problema e l’hanno aggravato. Alla faccia della fatica a reperire i fondi mancanti per completare l’opera di pulizia. Alla faccia delle urgenze nella tutela ambientale in tutta la Sardegna, tra assetto idrogeologico, lotta agli incendi, desertificazione, scomparsa di specie ecc. Alla faccia della serietà.
Di tutte le cose che si diranno sull’affaire Budelli, una vorrei restasse ben impressa nella testa di chiunque: da oggi nessuno potrà più dire che il Parco Nazionale faccia gli interessi della comunità maddalenina e, più in generale, dei sardi. Tre milioni di euro, destinati almeno in parte alle Bonifiche nell’Ex Arsenale militare, sono stati dirottati per consentire l’acquisto di un pezzo di campagna più protetto dell’Area 51. Questo significa che, in questa Italia, un capriccio irrazionale conta più dell’urgenza di ripulire un sito da sostanze inquinanti e renderlo finalmente fruibile per fini turistici, e per far girare un po’ l’economia della Gallura.
Parco e Comune a La Maddalena fanno scintille da sempre e il colore politico non c’entra. Non c’è mai entrato una mazza. Il dramma di questo rapporto assurdo tra enti pubblici è tutto nei principi, nell’architettura giuridica che sorregge il Parco. Questo ente -oggi è definitivamente dimostrato- può desiderare e ottenere dallo Stato cose che vanno nettamente contro gli interessi vitali della comunità locale.
Ricordo a tutti che senza bonifiche le opere realizzate per il G8 non potranno essere utilizzate da nessuno e continueranno a marcire come stanno già facendo, con grande scandalo della stessa stampa che, non capendo bene come stanno le cose, ha difeso l’acquisto di Budelli come se fosse una cosa intelligente. 
Il Parlamento, dal canto suo, ha dimostrato ancora una volta che molti dei suoi membri prendono decisioni senza capire nulla delle cose che votano, senza approfondire e senza preoccuparsi di danneggiare le comunità locali che invece dovrebbero difendere.
Un’ultima riflessione la vorrei dedicare al mio ex partito, il PD. Questo minestrone di incapacità in cui annaspano molte persone perbene è riuscito, nella persona di certi suoi parlamentari sardi e non -contattati per l’occasione- a negarsi (si dice così quando cerchi qualcuno e questo fa finta di non essere in casa?) di fronte alle richieste di dialogo da parte del Comune e di molti suoi iscritti. Hanno preferito quasi tutti dare ascolto alle pressioni esercitate da Repubblica, che ormai è l’organo del Partito (credo che Silvio Lai sarà d’accordo con me).
Il PD ha dimostrato ancora una volta di essere un partito che col territorio non ha nulla a che fare, ma che con le lobbies si intende benissimo, il che non è neanche illegale; è solo demenziale.
Si, demenziale; perché il PD è quello stesso partito che poi i voti non li va a chiedere solo alle lobbies, ma li chiede alle comunità, ai militanti, ai dirigenti. Salvo poi ricordarsi di ascoltare solo la pancia delle lobbies facendo finta che al territorio è meglio non rispondere e non dare troppe spiegazioni. 
Fantozzi, a questi, gli fa un baffo.