venerdì 16 maggio 2014

PERSONELMARE



Il mio nome tutto intero è Babakar. E per essere più precisi, io ero.
Ero quel corpo incastrato sotto quelle due sagome bluastre che tutti, credo, avete visto morte e abbracciate.
E dunque non mi avete visto perché ero sotto.
Voi non lo sapete, ma mi avevate visto in televisione circa sei anni fa. Ero sul porto di Lampedusa, appena arrivato dalla Libia. Io non sono libico, cioè, non lo ero. Ero senegalese. Ma per arrivare in Italia mi è toccato passare per la Libia, che è la strada più breve e anche la più difficile. Almeno per quelli come me. Comunque, dovevo passare per forza, anche a costo di morire. Sembra una cosa bruttissima, invece è solo brutta. Se non fossi passato era sicuro che sarei morto, quindi anche solo la possibilità di non morire ancora, era già qualcosa. Insomma, sei anni fa ero in Italia. Ero sbarcato con altri sessanta da una barca piena di merda e senza vernice. Poi da Lampedusa ero riuscito a raggiungere la Sicilia, provincia di Palermo, dove c’erano dei ragazzi del mio villaggio. Mi avevano prestato dei soldi per andare fino a Torino, dove mi aspettavano altre persone. Sapevo che lì avrei trovato qualcosa da fare, e che piano piano avrei restituito i soldi agli amici in Sicilia e avrei potuto iniziare a spedirne un po’ in Senegal.
Sembrava che le cose andassero bene. Per tre anni. Poi una sera, al telefono, mio fratello più piccolo mi ha avvisato che mia madre stava male. Sia il medico che una vecchia del villaggio avevano detto che poteva morire entro pochi giorni. Allora avevo chiesto altri soldi in prestito, questa volta meno perché avevo da parte qualcosa, ed ero partito. Mia madre era vissuta ancora due mesi, altro che pochi giorni. Era molto forte, lei. Però per due anni non ero più riuscito a ripartire. Il Senegal è il Senegal, il mio villaggio è il mio villaggio. E l’Africa…
Ma non potevo restare a lungo. Mi toccava riprovarci, tornare in Europa, riprendere il vecchio percorso, riallacciare i fili con le opportunità, per lo stesso motivo della prima volta: non morire.
Solo che ad arrivare in Libia, questa volta ci ho messo quasi tre anni. Come se il Deserto fosse diventato più denso e viscoso.
Alla fine però, un bel giorno mi sono trovato nuovamente di fronte al vostro mare, pronto a imbarcarmi di nuovo. Il fatto che il clan di Gheddafi non comandasse più la Libia, che all’inizio mi era sembrato un bene, aveva reso tutto più difficile. La Libia è un paese dove la cattiveria nascosta con la forza per quarant’anni, ora spunta dalla sabbia come gas. Però alla fine c’ero tornato, davanti al Mediterraneo. Sembra l’oceano, ma non è l’oceano. È vero che quando arrivi sulla costa, guardi davanti a te e vedi solo acqua e cielo. Però non è la stessa cosa. L’oceano lo percepisci, percepisci quanto sia infinito. Il Mediterraneo è come se rimandasse sempre un po’ più in là. Come se dalla sponda opposta arrivasse qualcosa, niente che colpisca gli occhi e le orecchie, ma qualcosa.
E poi una mattina siamo partiti. Acqua, poco cibo, molto carburante. E africani appiccicati uno all’altro. Come i paesi da cui venivano, però mescolati. Il Senegal toccava la Nigeria, il Camerun strusciava sul Marocco a ogni onda, il Burundi e il Niger cercavano di parlare e di alzarsi per respirare bene, ogni tanto. Ci avevano detto di bere e mangiare bene il giorno prima; di bere, soprattutto. E io l’avevo fatto. E dopo due ore di viaggio mi stavo già pisciando addosso. Ero riuscito a spostarmi un po’ e a farla in mare. Ma sapevo che non mi sarebbe andata sempre così bene. C’era di peggio, però. Dopo sei ore il mare ha iniziato a gonfiarsi. Sbattevamo dentro la barca e uno sull’altro, sempre di più. Vomitare era la cosa migliore che potesse capitare. Il vento teneva abbastanza pulita l’aria sulla barca e ormai sapevo che avevo poco da pensare; c’era da aspettare e basta. Due giorni, ci avevano detto. C’era mare mosso, e il peschereccio era pieno da scoppiare; l’elica più di tanto non poteva spingerlo. Poi il vento è aumentato e i giorni sono diventati tre. Ma all’inizio del terzo, quando in molti non ci credevano più e piangevano, qualcuno è riuscito a vedere la terra e ha sparso la voce. Qualcun altro ha pensato che dovevamo farci vedere dai mezzi di soccorso. Ed ha acceso il fuoco. Il carburante stipato sulla barca ha preso fuoco a sua volta e molti, troppi, spaventati si sono spostati sullo stesso lato della barca. Io da quel momento non ricordo bene le cose. Ricordo che ho perso l’equilibrio, qualcuno mi è caduto addosso spezzandomi un dito e il mio collo è rimasto piegato per molti secondo sotto un peso che non vedevo e non riuscivo a spostare. Poi la faccia si è riempita d’acqua. All’inizio ho resistito, trattenendo il fiato per non bere. Poi ho iniziato a sentire freddo e a non vedere più tanta luce. Poi non ce l’ho fatta più, e visto che non riuscivo a liberarmi devo aver avuto bisogno di respirare, e l’ho fatto. Lo sapevo che non avrei dovuto. Lo sapevo bene. Eppure quando non ti resta più niente, ma sei ancora vivo, l’istinto prende il posto di tutto il resto e fa fare cose senza rimedio.
Dopo pochi secondi sono morto.
So che avete parlato di noi e vi siete commossi.
Non tutti, perché qualcuno ha detto che era contento; so anche questo.
Qualcun altro ha detto che ce lo siamo meritati.
Pochi si sono chiesti, fino in fondo, se avessero qualche colpa o responsabilità.
Per me ormai non fa differenza.
Ma per voi, dico, sarebbe importante andarci fino in fondo, a questa domanda.
Senza preoccuparvi per me.
Perché io non sono mai esistito e sotto quei corpi abbracciati che avete visto in televisione, c’era solo il legno del peschereccio.
Ma questa storia è vera.

giovedì 15 maggio 2014

NON CE LA POSSO FARE


Mia sorella mi fa segno di scendere dalla macchina.
Birba, il gatto dell’altra sorella, ha catturato un topo. Piccolo, mi dice.
Mi alzo un po’ ma non esco dall’abitacolo. Il muro del piccolo giardino è troppo alto e riesco solo a vedere il gatto che lancia per aria una cosa grigia e la riacchiappa al volo.
“Poveraccio –penso- che sfiga”.
Poi mi viene in mente di andare a vedere i gattini dell’altra sorella, appena arrivati.
Mi fermo in salita, stracanno il freno a mano e inserisco la retro. E scendo.
Prima di entrare a casa butto l’occhio verso il gatto. È ancora lì. Non ha fretta. Guardo meglio e vedo il topo. È veramente piccolissimo. “Sarà morto”, penso. Invece si muove.
Fosse stato il 1977 non avrei esitato a intervenire. Da piccolo sono stato un disturbatore volontario di cicli naturali. Con rito abbreviato stabilivo che il predatore era cattivo mentre la preda era poverina, e facevo giustizia.
Poi crescendo ho capito che era una stronzata, buona solo per chi ha perso ogni contatto con la natura, con la sua ferocia bellissima, quella che ha insegnato a ogni forma di vita il modo migliore per non estinguersi. E ho smesso di intervenire.
Però quel topo era veramente piccolissimo. Allora ho provato ad avvicinarmi ma Birba, temendo che glielo fregassi, gli ha messo una zampa sopra. Poi, non so perché, l’ha lasciato andare e quello non se l’è fatto ripetere due volte, e ha tentato la fuga. Era talmente frastornato che riusciva a spostarsi di poco e poi si fermava sfatto. Per farla breve, ho guardato Birba, ho fatto un po’ di chiasso con le mani e l’ho convinto a farsi da una parte. Poi mi sono inchinato e ho preso il topo. Era lungo quanto la falange del mio medio. Era vivo e non sembrava ferito. Si muoveva, respirava, tentava di uscire dal cavo delle mie mani. Ho chiamato mio figlio e mia nipote perché lo vedessero. Il gatto ha provato a lamentarsi un paio di volte (lo fanno sempre, con ragione, quando perdono una preda) ma poi si è interessato di altre cose. Il topo mi guardava, cercava di fuggire ma era senza forze, e si fermava subito.
Continuava a guardarmi. Avevo in mano un individuo. Avevo tra le mani un progetto perfetto, pensato da una mente senza nome (“natura” è fuorviante) perché restasse vivo. Qualcosa gli aveva insegnato, da sempre, ad aver paura della morte. Senza una ragione o una lingua per spiegarlo e scriverci sopra poesie. Quella bestia, incidentalmente un cucciolo, sapeva e voleva. E cercava di fare quello che poteva per salvarsi. Cioè niente, perché era talmente in balia di quegli artigli o della mia mano, da non avere nessun potere contrattuale, nessuna chance.
Ma io sono un coglione. Avrei dovuto restituirlo al gatto, che se l’era cacciato con le sue forze. Stavo violando i suoi diritti di gatto. Però non ne sono stato capace. Una volta che l’ho guardato e l’ho considerato vivo, dal momento che non mi serviva per nutrirmi o guadagnarci qualcosa, non me la sono sentita di decidere che per lui il passaggio su questo pianeta (l’unico che vedrà mai) dovesse finire lì.
È una cosa infima, senza senso. Eppure non avrei potuto fare nient’altro che avesse più senso. Mi sono allontanato, ho controllato che non ci fossero gatti nei paraggi, ho scelto un punto in cui l’erba cresce fitta sotto un groviglio di acanto e ho aperto la mano. Quello inizialmente è rimasto immobile. Era come aggrappato alla radice del mio dito. E non lo mollava. Allora ho abbassato la mano fino a terra, e quando la vegetazione è stata più alta di lui, ha fatto un salto ed è sparito.
Ho solo sentito un fruscio allontanarsi.
Poi chissà.

giovedì 8 maggio 2014

IL CUL DELL’AVVENIRE




1) 20.04.2014. Luigi Soriga, giornalista della Nuova Sardegna, scrive un pezzo di cronaca giudiziaria su un uomo condannato per le violenze sulla sua compagna. La scrittrice Michela Murgia trova il pezzo deprecabile e lo sminuzza in un post su Facebook. Sotto il post nasce una discussione in cui l’articolista interviene e usa il termine “femminista invasata” per indicare la categoria di persone che avrebbero potuto fraintendere il suo pezzo (che a me è sembrato equilibrato). Contro il giornalista parte un’ondata di indignazione, come se avesse detto che femminista=invasata, come se avesse preso le difese del colpevole scaricando le responsabilità sulla vittima. La guerra è cominciata; l’articolo da cui tutto era partito non conta più, se non come prova provata di ciò che si voleva dimostrare, e cioè che l’articolo fosse un esempio di maschilismo. Circolarità come se piovesse. Petizioni di principio come se non ci fosse un domani. Alla base di tutto c’è un uso talebano del numero due. Una visione radicalizzata della di-visione. Io e l’altro, l’Identico e il Diverso, la luce e le tenebre, noi e contro di noi. Ragionare diventa un lusso per pochi.
La violenza sulle donne è cosa che ferisce in profondità, nel buio che abbiamo dentro. Neanche mi piace chiamarla “violenza di genere”, perché la violenza contro chi è femmina viene perpetrata e alimentata da donne e da uomini, e si alimenta anche di violenza su uomini bambini che diventano carnefici da adulti. Il rigore di chi la combatte, però, spesso incendia. Come in una guerra vera. Perché in ogni guerra, ad un certo punto prevale il principio “chi non è con noi è contro di noi”. E in nome della purezza di un messaggio, di un linguaggio, si costruiscono nemici dove potrebbero esserci dei normali interlocutori.
2) 02.05.2014. Paola Bacchiddu, giornalista e capo ufficio stampa della lista “L’Altra Europa- con Tsipras”, carica sul suo profilo FB una normalissima foto di lei in bikini. Però aggiunge la frase: “Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo. Votate L'altra Europa con Tsipras”. Succede il finimondo. La foto e il commento escono da Facebook e finiscono su tutti i giornali. La ragazza viene massacrata a destra e a sinistra. Adinolfi (quel cretino di Adinolfi) la definisce “zoccoletta”, altri la accusano, più banalmente, di narcisismo. Viene accostata a Nicole Minetti e Mara Carfagna. Lei nel frattempo spiega che lo scopo era fare pubblicità a una lista e a un programma che non incontrano il favore dei media e quindi del pubblico (tra queste due cose c’è circolarità). Ma l’arena non sente e continua a tritare il rumore da lei stessa prodotto, trasformandolo in verità sempre nuove. Alla fine si ha l’impressione che basti mostrarsi in costume per perdere di colpo ogni merito. Col fermo immagine e un po’ di moviola vedremmo che la ragazza ha solo preso una sua vecchia foto da FB, l’ha rilanciata sulla sua pagina e l’ha commentata col virgolettato che ho messo sopra. Il resto lo ha fatto la rete. Per fortuna molti hanno capito e apprezzato, o criticato, in modo sereno e razionale. Mosche bianche.
3) 03.05.2014. Prima della partita Napoli-Fiorentina, all’Olimpico di Roma, un tifoso romanista ferisce gravemente uno del Napoli. Dentro lo stadio sale le tensione e la partita potrebbe essere rimandata. Scena già vista. Le telecamere –e poi i media- mettono a fuoco la figura di Genny ‘a carogna, capo ultrà partenopeo in odor di camorra con cui il capitano del Napoli va a discutere. La tensione cala, la partita inizia e si svolge senza incidenti. Genny ‘a carogna, che durante la partita indossava una maglietta con cui chiedeva libertà per un assassino in carcere, viene condannato a cinque anni di DASPO (Divieto di accedere a manifestazioni sportive). L’Italia si riscopre indignata contro lo strapotere delle tifoserie e le infiltrazioni criminali nelle curve degli stadi, e lo Stato viene accusato di arrendevolezza verso i criminali delle curve. Come se in questo coma dello sport il flusso di denaro e attenzione generato dal pubblico dei tifosi non c’entrasse nulla. Come se a rendere forti gli ultras non ci fosse la compiacenza delle società e delle squadre dalle cui labbra i tifosi pendono. Come se.

I tre fatti, diversi per gravità e portata, hanno una cosa in comune: il pubblico da casa, che è il vero protagonista, inseguito in qualità di cliente dal sistema dei media. Solo il rispetto del territorio altrui ha impedito, nel caso Murgia–Soriga, che la polemica finisse su altri giornali. Poiché tutto era scaturito da un articolo sulla Nuova, nessuna testata si è messa a fare la guerra contro un’altra testata. I giornali non si fanno quel tipo di guerra, che lasciano volentieri ai loro lettori. Questi invece si prestano volentieri al gioco, diventando vittime e complici di una sorta di truffa dell’informazione. Essi stessi creano, con la somma combinata delle loro pance, i fenomeni di interesse; i giornali si limitano ad assecondarne i gusti, sfornando notizie in grado di trainare le altre. Sarebbe tutto normale, in un’ottica commerciale. Poi però l’attenzione resta sulle cose per cui ci si accapiglia, su ciò che ha sapore di sangue o di sesso e che vende. L’approfondimento ha poco appeal e la stampa non ha tutte le colpe. E io mi chiedo: quanto siamo inclini, noi italiani, indipendentemente dal credo politico e dalle occasioni che ci si parano davanti, a comportarci da tifosi? Quanto siamo facili al dualismo? Quanto abbiamo la barricata facile? Possibile che ci interessi così poco restare ai fatti, spezzettarli, inquadrarli, contestualizzarli, leggerli e rileggerli contropelo? Possibile che ogni cazzata ci faccia bollire i succhi gastrici? Sarebbe stato più utile, nel primo caso, rileggersi l’articolo di Soriga per intero. Sarebbe stato più serio, nel secondo caso, capire chi è la Bacchiddu, cosa fa, cosa ha sempre fatto, con quali materiali e in quale contesto ha lanciato il messaggio di cui tutti ancora oggi parlano. Ed è così difficile capire che in una tonnara quale è uno stadio pieno di esaltati, la prima cosa non è il rispetto della legge ma il mantenere basse le pulsioni dei branchi, l’adrenalina della folla? Che se all’Heysel, quella sera del 1985 qualcuno avesse potuto trattare lì per lì con gli Hooligans, forse il calcio avrebbe avuto un’altra storia? E che gli stadi da sempre sono abitati dai Gastone, dai Genny, dagli Ivan Bogdanov perché società, squadre e spettatori riconoscono loro un ruolo?
C’è un non capire quasi necessario, alla base di ogni fenomeno collettivo ad alta densità. La folla è una somma di pance, non di teste. Lo so che il mio è un discorso al limite del patetico, se non peggio. So anche che non si può generalizzare così. Almeno però posso dire che non c’è abbastanza senno, in giro, per diluire i ragionamenti fatti col culo, che la rete sembra favorire. Non c’è abbastanza padronanza di strumenti da arrivare a una massa critica che renda le discussioni almeno civili. Anche perché non sto parlando, banalmente, di chi invoca peppecrillo e bestemmia contro komplotti e scie kimike. No, sto parlando di gente che si pensa evoluta, gente per cui il PD è feccia, la destra è il male assoluto, lo stesso M5S è da evitare. Gente che più gli puzza quello che ha sotto il naso, più si mostra inutile a rendere il confronto tra posizioni diverse, almeno civile.
Mentre finivo di abbozzare questo pezzo mi è capitato di leggere lo sfogo di un’amica cui molti hanno augurato di spendere in medicine i soldi del vitalizio toccato a suo padre in qualità di ex consigliere regionale. Le ho scritto: brutta cosa la folla. Sempre. Anche quando sembra bella e ci viene da chiamarla popolo.