1) 20.04.2014. Luigi Soriga, giornalista della
Nuova Sardegna, scrive un pezzo di cronaca giudiziaria su un uomo condannato
per le violenze sulla sua compagna. La scrittrice Michela Murgia trova il pezzo
deprecabile e lo sminuzza in un post su Facebook. Sotto il post nasce una
discussione in cui l’articolista interviene e usa il termine “femminista
invasata” per indicare la categoria di persone che avrebbero potuto
fraintendere il suo pezzo (che a me è sembrato equilibrato). Contro il
giornalista parte un’ondata di indignazione, come se avesse detto che
femminista=invasata, come se avesse preso le difese del colpevole scaricando le
responsabilità sulla vittima. La guerra è cominciata; l’articolo da cui tutto
era partito non conta più, se non come prova provata di ciò che si voleva
dimostrare, e cioè che l’articolo fosse un esempio di maschilismo. Circolarità
come se piovesse. Petizioni di principio come se non ci fosse un domani. Alla
base di tutto c’è un uso talebano del numero due. Una visione radicalizzata
della di-visione. Io e l’altro, l’Identico e il Diverso, la luce e le tenebre,
noi e contro di noi. Ragionare diventa un lusso per pochi.
La violenza sulle donne è cosa che ferisce in
profondità, nel buio che abbiamo dentro. Neanche mi piace chiamarla “violenza
di genere”, perché la violenza contro chi è femmina viene perpetrata e
alimentata da donne e da uomini, e si alimenta anche di violenza su uomini
bambini che diventano carnefici da adulti. Il rigore di chi la combatte, però,
spesso incendia. Come in una guerra vera. Perché in ogni guerra, ad un certo
punto prevale il principio “chi non è con noi è contro di noi”. E in nome della
purezza di un messaggio, di un linguaggio, si costruiscono nemici dove potrebbero
esserci dei normali interlocutori.
2) 02.05.2014. Paola Bacchiddu, giornalista e
capo ufficio stampa della lista “L’Altra Europa- con Tsipras”, carica sul suo
profilo FB una normalissima foto di lei in bikini. Però aggiunge la frase:
“Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo. Votate
L'altra Europa con Tsipras”. Succede il finimondo. La foto e il commento escono
da Facebook e finiscono su tutti i giornali. La ragazza viene massacrata a
destra e a sinistra. Adinolfi (quel cretino di Adinolfi) la definisce
“zoccoletta”, altri la accusano, più banalmente, di narcisismo. Viene accostata
a Nicole Minetti e Mara Carfagna. Lei nel frattempo spiega che lo scopo era
fare pubblicità a una lista e a un programma che non incontrano il favore dei
media e quindi del pubblico (tra queste due cose c’è circolarità). Ma l’arena
non sente e continua a tritare il rumore da lei stessa prodotto, trasformandolo
in verità sempre nuove. Alla fine si ha l’impressione che basti mostrarsi in
costume per perdere di colpo ogni merito. Col fermo immagine e un po’ di
moviola vedremmo che la ragazza ha solo preso una sua vecchia foto da FB, l’ha
rilanciata sulla sua pagina e l’ha commentata col virgolettato che ho messo
sopra. Il resto lo ha fatto la rete. Per fortuna molti hanno capito e
apprezzato, o criticato, in modo sereno e razionale. Mosche bianche.
3) 03.05.2014. Prima della partita
Napoli-Fiorentina, all’Olimpico di Roma, un tifoso romanista ferisce gravemente
uno del Napoli. Dentro lo stadio sale le tensione e la partita potrebbe essere
rimandata. Scena già vista. Le telecamere –e poi i media- mettono a fuoco la
figura di Genny ‘a carogna, capo ultrà partenopeo in odor di camorra con cui il
capitano del Napoli va a discutere. La tensione cala, la partita inizia e si
svolge senza incidenti. Genny ‘a carogna, che durante la partita indossava una
maglietta con cui chiedeva libertà per un assassino in carcere, viene
condannato a cinque anni di DASPO (Divieto di accedere a manifestazioni
sportive). L’Italia si riscopre indignata contro lo strapotere delle tifoserie
e le infiltrazioni criminali nelle curve degli stadi, e lo Stato viene accusato
di arrendevolezza verso i criminali delle curve. Come se in questo coma dello
sport il flusso di denaro e attenzione generato dal pubblico dei tifosi non
c’entrasse nulla. Come se a rendere forti gli ultras non ci fosse la
compiacenza delle società e delle squadre dalle cui labbra i tifosi pendono.
Come se.
I tre fatti, diversi per gravità e portata,
hanno una cosa in comune: il pubblico da casa, che è il vero protagonista,
inseguito in qualità di cliente dal sistema dei media. Solo il rispetto del
territorio altrui ha impedito, nel caso Murgia–Soriga, che la polemica finisse
su altri giornali. Poiché tutto era scaturito da un articolo sulla Nuova,
nessuna testata si è messa a fare la guerra contro un’altra testata. I giornali
non si fanno quel tipo di guerra, che lasciano volentieri ai loro lettori.
Questi invece si prestano volentieri al gioco, diventando vittime e complici di
una sorta di truffa dell’informazione. Essi stessi creano, con la somma
combinata delle loro pance, i fenomeni di interesse; i giornali si limitano ad
assecondarne i gusti, sfornando notizie in grado di trainare le altre. Sarebbe
tutto normale, in un’ottica commerciale. Poi però l’attenzione resta sulle cose
per cui ci si accapiglia, su ciò che ha sapore di sangue o di sesso e che
vende. L’approfondimento ha poco appeal e la stampa non ha tutte le colpe. E io
mi chiedo: quanto siamo inclini, noi italiani, indipendentemente dal credo
politico e dalle occasioni che ci si parano davanti, a comportarci da tifosi?
Quanto siamo facili al dualismo? Quanto abbiamo la barricata facile? Possibile
che ci interessi così poco restare ai fatti, spezzettarli, inquadrarli,
contestualizzarli, leggerli e rileggerli contropelo? Possibile che ogni cazzata
ci faccia bollire i succhi gastrici? Sarebbe stato più utile, nel primo caso,
rileggersi l’articolo di Soriga per intero. Sarebbe stato più serio, nel
secondo caso, capire chi è la Bacchiddu, cosa fa, cosa ha sempre fatto, con
quali materiali e in quale contesto ha lanciato il messaggio di cui tutti
ancora oggi parlano. Ed è così difficile capire che in una tonnara quale è uno
stadio pieno di esaltati, la prima cosa non è il rispetto della legge ma il
mantenere basse le pulsioni dei branchi, l’adrenalina della folla? Che se
all’Heysel, quella sera del 1985 qualcuno avesse potuto trattare lì per lì con
gli Hooligans, forse il calcio avrebbe avuto un’altra storia? E che gli stadi
da sempre sono abitati dai Gastone, dai Genny, dagli Ivan Bogdanov perché
società, squadre e spettatori riconoscono loro un ruolo?
C’è un non capire quasi necessario, alla base
di ogni fenomeno collettivo ad alta densità. La folla è una somma di pance, non
di teste. Lo so che il mio è un discorso al limite del patetico, se non peggio.
So anche che non si può generalizzare così. Almeno però posso dire che non c’è
abbastanza senno, in giro, per diluire i ragionamenti fatti col culo, che la
rete sembra favorire. Non c’è abbastanza padronanza di strumenti da arrivare a
una massa critica che renda le discussioni almeno civili. Anche perché non sto
parlando, banalmente, di chi invoca peppecrillo e bestemmia contro komplotti e
scie kimike. No, sto parlando di gente che si pensa evoluta, gente per cui il
PD è feccia, la destra è il male assoluto, lo stesso M5S è da evitare. Gente
che più gli puzza quello che ha sotto il naso, più si mostra inutile a rendere
il confronto tra posizioni diverse, almeno civile.
Mentre finivo di abbozzare questo pezzo mi è
capitato di leggere lo sfogo di un’amica cui molti hanno augurato di spendere
in medicine i soldi del vitalizio toccato a suo padre in qualità di ex
consigliere regionale. Le ho scritto: brutta cosa la folla. Sempre. Anche
quando sembra bella e ci viene da chiamarla popolo.

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