Cedo spesso alla tentazione di classificare, nel senso di fare classifiche, scegliendo cosa vale di più, cosa è più indispensabile.
È una cosa che non riguarda le persone, al massimo solo i personaggi, gli artisti, i politici.
È una cosa che faccio per i film e le canzoni. Rimane tra me e me, perché sono consapevole della vanità dell’esercizio. Non è veritiero, non è tecnicamente valido, non sposta i gusti di nessun pubblico. È solo un modo come un altro per non perdere l’orientamento, scegliendo i miei personali riferimenti, intanto che si va.
Lo faccio anche con i libri.
Sono un lettore disordinato e inaffidabile. Fraintendo, non colgo, sovrainterpreto, mi fisso, dimentico. E spesso non capisco quello che altri sembrano capire, leggendo.
Leggo abbastanza, da sempre, e leggo di tutto.
Però ci sono tre libri (più uno), che leggerei ancora tante volte, per come sono stati capaci di entrare e farsi posto, per le immagini che mi hanno regalato, per le domande che mi hanno provocato, per i colori che ho visto tra quelle pagine e che non dimenticherò mai.
Il (più uno) è la Divina Commedia. Un oggetto talmente vasto e ramificato che faccio fatica a considerarlo un libro. Mi ci perdo da sempre e non ho voglia di trovare l’uscita.
Poi ci sono gli altri tre.
Li ho scoperti tutti prima dell’Università, tra i diciassette e i diciotto anni. E poi li ho riletti altre volte, due, tre, cinque, fino a oggi.
Il Nome della Rosa. Anticipa Internet, quel libro. È una storia fatta di storie di libri. È un trattato sulle parole e sulla chimica che le lega e consente loro di sostituirsi al mondo, a volte con esiti letali. E dopo che l’hai letto vedi medioevo dappertutto, e ti rendi conto che l’Italia dal Medioevo non è mai uscita, e non è del tutto un male.
Il Maestro e Margherita. Parla del bene e del male e lo fa con una leggerezza che rischi di innamorarti del male e di rifiutare ogni discorso sul bene e ogni lusinga della ragione. E poi parla dell’amore e del tempo. E ti dispiace che finito il libro il tempo tornerà ad essere quello che è, ti dispiace di non essere il Diavolo, ti dispiace che si debba morire per essere felici.
E poi c’è IL romanzo. Cent’anni di solitudine.
Non ricordo bene, ma potrebbe essere stato il primo romanzo vero della mia vita. Ed è stato un problema. Perché dopo aver letto quello mi ero fatto l’idea che fosse normale trovare libri così.
Invece libri così non ne ho trovato mai.
Ne ho trovato altri, per fortuna, come quelli che dicevo prima.
Ma così, con quella bellezza bruciante, mai.
Ci sono immagini, in quel libro, che mi passano ancora davanti a distanza di anni. All’improvviso, mentre sto facendo un lavoro qualsiasi, o mentre faccio la spesa o parlo con qualcuno. Immagini partorite da qualche boscaglia tropicale, in qualche rito Vudù, sulla sponda di qualche ansa di fiume torbido e pieno di pesci. Da qualche frutto colorato e pieno di zucchero o veleno o entrambe le cose. Dalle pieghe di qualche zanzariera mezzo seccata dal sole, sulla finestra di qualche casa rovente, dove qualcuno approfitta del filo d’aria che la rende vivibile per spogliarsi e fare l’amore mentre fuori il caldo sbianca e sterilizza ogni cosa.
C’è quell’immagine del dottore che vanifica il suicidio del Colonnello Buendia, facendogli un cerchio con la tintura di iodio su un punto del petto, dopo che quello gli aveva chiesto dove fosse il cuore. Il Colonnello voleva morire e il dottore lo sapeva. Allora gli aveva indicato l’unico punto del suo torace da cui una pallottola avrebbe potuto entrare e passare dall’altra parte senza danneggiare centri vitali. Lo aveva definito il suo capolavoro.
O la storia del ruscello di sangue che attraversa il paese dopo la morte misteriosa di Josè Arcadio, la puzza di polvere da sparo che anche dopo anni continua a ammorbare l’aria e Rebeca, che non appena portarono via il cadavere “sbarrò le porte della sua casa e si seppellì viva, chiusa in una grossa crosta di sdegno che nessuna tentazione terrena riuscì a infrangere. Uscì in strada una volta sola, già assai vecchia, con delle scarpe color argento antico e un cappello a fiorellini, all'epoca in cui passò per il villaggio l'Ebreo Errante che provocò un calore così intenso che gli uccelli sfondavano le reticelle delle finestre e venivano a morire nelle stanze”.
Il personaggio più clamoroso però è Ursula. La madre, il filo rosso, quella che mette al mondo la famiglia, la controlla e le fa da perno, da palo per la catena, da orizzonte, fino alla fine. I cent’anni di solitudine sono i centoquindici o centoventidue di Ursula, di cui Marquez scrive questa cosa, che io non dimenticherò: “Giunse a mescolare in modo tale il passato col presente, che nelle due o tre ventate di lucidità che ebbe prima di morire, nessuno seppe con sicurezza se parlava di quello che sentiva o di quello che ricordava. A poco a poco si andò rattrappendo, fetizzando, mummificando da viva, fino al punto che nei suoi ultimi mesi era una prugnetta secca sperduta dentro il camicione, e il braccio sempre levato finì per sembrare la zampa di una scimmia. Rimaneva immobile per parecchi giorni, e Santa Sofia de la Piedad doveva scuoterla per convincersi che fosse viva, e se la metteva in grembo per alimentarla con cucchiainate di acqua e zucchero. Sembrava una vecchia appena nata”.
Vale la pena vivere anche solo per provare a scrivere, sognando, solo sognando, di riuscire un giorno a scrivere delle cose così.
È una cosa che faccio per i film e le canzoni. Rimane tra me e me, perché sono consapevole della vanità dell’esercizio. Non è veritiero, non è tecnicamente valido, non sposta i gusti di nessun pubblico. È solo un modo come un altro per non perdere l’orientamento, scegliendo i miei personali riferimenti, intanto che si va.
Lo faccio anche con i libri.
Sono un lettore disordinato e inaffidabile. Fraintendo, non colgo, sovrainterpreto, mi fisso, dimentico. E spesso non capisco quello che altri sembrano capire, leggendo.
Leggo abbastanza, da sempre, e leggo di tutto.
Però ci sono tre libri (più uno), che leggerei ancora tante volte, per come sono stati capaci di entrare e farsi posto, per le immagini che mi hanno regalato, per le domande che mi hanno provocato, per i colori che ho visto tra quelle pagine e che non dimenticherò mai.
Il (più uno) è la Divina Commedia. Un oggetto talmente vasto e ramificato che faccio fatica a considerarlo un libro. Mi ci perdo da sempre e non ho voglia di trovare l’uscita.
Poi ci sono gli altri tre.
Li ho scoperti tutti prima dell’Università, tra i diciassette e i diciotto anni. E poi li ho riletti altre volte, due, tre, cinque, fino a oggi.
Il Nome della Rosa. Anticipa Internet, quel libro. È una storia fatta di storie di libri. È un trattato sulle parole e sulla chimica che le lega e consente loro di sostituirsi al mondo, a volte con esiti letali. E dopo che l’hai letto vedi medioevo dappertutto, e ti rendi conto che l’Italia dal Medioevo non è mai uscita, e non è del tutto un male.
Il Maestro e Margherita. Parla del bene e del male e lo fa con una leggerezza che rischi di innamorarti del male e di rifiutare ogni discorso sul bene e ogni lusinga della ragione. E poi parla dell’amore e del tempo. E ti dispiace che finito il libro il tempo tornerà ad essere quello che è, ti dispiace di non essere il Diavolo, ti dispiace che si debba morire per essere felici.
E poi c’è IL romanzo. Cent’anni di solitudine.
Non ricordo bene, ma potrebbe essere stato il primo romanzo vero della mia vita. Ed è stato un problema. Perché dopo aver letto quello mi ero fatto l’idea che fosse normale trovare libri così.
Invece libri così non ne ho trovato mai.
Ne ho trovato altri, per fortuna, come quelli che dicevo prima.
Ma così, con quella bellezza bruciante, mai.
Ci sono immagini, in quel libro, che mi passano ancora davanti a distanza di anni. All’improvviso, mentre sto facendo un lavoro qualsiasi, o mentre faccio la spesa o parlo con qualcuno. Immagini partorite da qualche boscaglia tropicale, in qualche rito Vudù, sulla sponda di qualche ansa di fiume torbido e pieno di pesci. Da qualche frutto colorato e pieno di zucchero o veleno o entrambe le cose. Dalle pieghe di qualche zanzariera mezzo seccata dal sole, sulla finestra di qualche casa rovente, dove qualcuno approfitta del filo d’aria che la rende vivibile per spogliarsi e fare l’amore mentre fuori il caldo sbianca e sterilizza ogni cosa.
C’è quell’immagine del dottore che vanifica il suicidio del Colonnello Buendia, facendogli un cerchio con la tintura di iodio su un punto del petto, dopo che quello gli aveva chiesto dove fosse il cuore. Il Colonnello voleva morire e il dottore lo sapeva. Allora gli aveva indicato l’unico punto del suo torace da cui una pallottola avrebbe potuto entrare e passare dall’altra parte senza danneggiare centri vitali. Lo aveva definito il suo capolavoro.
O la storia del ruscello di sangue che attraversa il paese dopo la morte misteriosa di Josè Arcadio, la puzza di polvere da sparo che anche dopo anni continua a ammorbare l’aria e Rebeca, che non appena portarono via il cadavere “sbarrò le porte della sua casa e si seppellì viva, chiusa in una grossa crosta di sdegno che nessuna tentazione terrena riuscì a infrangere. Uscì in strada una volta sola, già assai vecchia, con delle scarpe color argento antico e un cappello a fiorellini, all'epoca in cui passò per il villaggio l'Ebreo Errante che provocò un calore così intenso che gli uccelli sfondavano le reticelle delle finestre e venivano a morire nelle stanze”.
Il personaggio più clamoroso però è Ursula. La madre, il filo rosso, quella che mette al mondo la famiglia, la controlla e le fa da perno, da palo per la catena, da orizzonte, fino alla fine. I cent’anni di solitudine sono i centoquindici o centoventidue di Ursula, di cui Marquez scrive questa cosa, che io non dimenticherò: “Giunse a mescolare in modo tale il passato col presente, che nelle due o tre ventate di lucidità che ebbe prima di morire, nessuno seppe con sicurezza se parlava di quello che sentiva o di quello che ricordava. A poco a poco si andò rattrappendo, fetizzando, mummificando da viva, fino al punto che nei suoi ultimi mesi era una prugnetta secca sperduta dentro il camicione, e il braccio sempre levato finì per sembrare la zampa di una scimmia. Rimaneva immobile per parecchi giorni, e Santa Sofia de la Piedad doveva scuoterla per convincersi che fosse viva, e se la metteva in grembo per alimentarla con cucchiainate di acqua e zucchero. Sembrava una vecchia appena nata”.
Vale la pena vivere anche solo per provare a scrivere, sognando, solo sognando, di riuscire un giorno a scrivere delle cose così.


