venerdì 26 dicembre 2014

UN BOTTONE E LA GUERRA NELL’ORTO.

Sapete meglio di me come funziona. Dopo il pranzo di Natale avanza tanta di quella roba che si può mangiare per giorni.

Eravamo a tavola, ieri sera; gli stessi di sei ore prima. Ci eravamo infilati in una sfilza di barzellette e indovinelli, perfetti per i bambini, fino a che a un certo punto, non ricordo neanche come ci fossimo arrivati, Roberta ci fa: “Ma sapete il mio papà di che anno era?”.

Giuro,  non ricordo di cosa si parlava, ma a quel punto al centro della scena c’era proprio il papà di Roberta. Risponde per noi, alla sua domanda: “Era del 1899. Eh, ha fatto la prima guerra mondiale”.

E lì è partita la storia. Ci ha raccontato che era a Caporetto il 24 ottobre 1917, alla dodicesima battaglia dell’Isonzo. Caporetto, quella vera. Quella che per tutti significa sconfitta totale, ignominia, batosta. Peggio di Waterloo. Quella che costò la vergogna in saecula saeculorum al Generale Cadorna e aprì le porte della storia al Generale Diaz.

Ma non fu Diaz, ho capito oggi,  l’artefice del colpo di scena che portò alla prima battaglia del Piave, 20 giorni dopo. Quella riscossa avvenne perché gli uomini al fronte, che sempre più si sentivano carne di porco, mandarono a fare in culo la burocrazia militare e perché i singoli reparti e i loro comandanti ebbero carta bianca. Ma un ruolo di primo piano lo ebbero dei ragazzi, passati poi alla storia come i ragazzi del ‘99, quelle decine di migliaia di coscritti che, men che diciottenni nel ‘17, vennero rastrellati dalle campagne e dai paesi di tutta Italia e mandati al fronte per risollevare le sorti di quella disgraziata armata, in balia dell’intelligenza nemica.

Uno di questi ragazzi era, ma allora non lo sapeva, il papà di Roberta.

Correva il 1917 e lui non aveva ancora compiuto 18 anni.

“Raccontava- ci dice Roberta- che un giorno il Piave era diventato rosso e che i soldati andavano da una sponda all’altra senza bagnarsi, camminando sopra un ponte di soldati morti. Vestiti con divise diverse. Un giorno gli austriaci catturarono un gruppo di italiani e lui era tra questi. Davanti al plotone di esecuzione,  l’ufficiale di turno si avvicinò a lui e, vedendo una cosa sbucare dalla tasca della giacca, gli chiese cosa fosse. Lui tirò fuori una foto della sua mamma, su cui c’era una dedica: al mio bambino, partito troppo giovane per la guerra”

L’austriaco gli chiese “Kuanti anni hai?”

“Ne ho diciassette”.

“Ta noi, pampini stanno a kasa kon la mamma”.

Lo tirò fuori dal gruppo e lo mandò via. I suoi compagni vennero fucilati.

Ventisei anni dopo il papà di Roberta era uno dei tanti “anziani” richiamati per la seconda guerra mondale, da parte del regime fascista. Roberta si scusa con noi: “Mio padre non era fascista. Solo che in quegli anni, se avevi famiglia e volevi lavorare, dovevi adattarti, e lui aveva preferito adattarsi”.

Ci racconta che il giorno in cui cadde Mussolini, lui era in giro per le campagne intorno a Milano, con la sua bicicletta, in divisa da lavoro. Essendo arruolato, era vestito da fascista. Quando in città si sparse la voce che il regime non c’era più, i partigiani vennero allo scoperto e iniziarono a presidiare le strade. Sua moglie, la madre di Roberta, si preoccupò subito del fatto che lui non fosse al corrente della novità e che se fosse andato in giro vestito da fascista, i partigiani avrebbero potuto fermarlo e fargliela pagare cara.

Il papà di Roberta, infatti, mentre tornava a casa, vide due uomini in mezzo a un incrocio, tra due vie che correvano in mezzo ai campi. Erano scalzi e controllavano quell’incrocio armati di randello. Lui capì subito che qualcosa di grosso era successo, altrimenti mai si sarebbe immaginato di trovare due uomini scalzi a presidiare un incrocio in pieno giorno.

Le regole erano cambiate, era chiaro, ma ancora non sapeva come e perché.

Avvicinandosi all’incrocio riuscì, con un’accelerata improvvisa, a forzare il posto di blocco: da ragazzo era stato un ciclista di valore. Questo gli consentì di restare in sella alla bici e a iniziare la fuga dopo avere superato i due uomini. Si salvò perché prese subito una strada secondaria e quelli, scalzi, non poterono seguirlo. Il possesso di un paio di scarpe fece la differenza.

Raggiunto un cascinale entrò nel cortile e un contadino che vi lavorava gli confermò che il regime era caduto. Allora lui chiese al tipo se fosse disposto a fare uno scambio: “ti do la mia divisa in cambio di abiti normali, da lavoro”; quello rispose: “Senti, io di camicie nere non ne voglio manco morto, ma i tuoi stivali mi interessano”.

Così il papà di Roberta si ritrovò vestito da contadino, scalzo, e poté tornarsene a casa dalla moglie. In un’Italia non troppo diversa da quella di qualche ora prima.

A tavola non c’è stato nessuno che abbia fiatato, finché Roberta parlava. I miei figli hanno ascoltato tutto incantati. Mentre Roberta tirava fuori questa storia così ferocemente umana, a me son tornati in mente i racconti di guerra dei miei zii e quelli delle mie nonne. So che la vallata in cui vivo ora, è stata quartier generale tedesco e poi americano, durante la seconda guerra mondiale. I tedeschi, dice sempre mio zio, erano tristi come la fame che se li mangiava. “Per quanto noi fossimo poveri, un po’ di cibo c’era. Quando ci capitava di mangiare un’anguria, buttavamo le bucce per terra. I tedeschi le raccoglievano e se le mangiavano. Non ho mai visto uno di quei soldati sorridere, neanche una volta. Mio cugino aveva i maiali e raccoglieva tutti gli scarti per dare loro da mangiare. Siccome sapeva che i tedeschi sarebbero andati a frugare in quel pastone, cercando qualcosa da buttare in corpo, puntualmente ci sputava dentro tutto il catarro che aveva in gola, in segno di disprezzo verso quei morti di fame.

Quando ci fu l’armistizio, quelli se ne andarono e poco dopo arrivarono gli americani. Come se niente fosse”

Ricordo che qualche anno fa, sarà stato il 2011, mentre vangavo l’orto, saltò fuori un bottone di metallo. Sembrava il pezzo di una divisa. Aveva dei fregi militari, delle ancore, delle bande al vento. Il soldato che lo aveva perso avrà avuto un volto, un nome, un paese di origine e una famiglia che lo aspettava. Chissà se è riuscito a rivedere i suoi cari o se è morto prima, magari sul Trieste, o chissà dove. Non lo saprò mai.

So solo che in tanto parlar male dell’Europa, io posso scrivere, parlare e coltivarmi l’orto. E che da settant’anni non abbiamo idea di cosa sia una guerra.

Buon Natale. Buon anno. Speriamo.

domenica 5 ottobre 2014

Serve una tessera?


Cos'è una tessera? Ho fatto un esperimento. Ho azzerato i miei pregiudizi sull'Italia, sui partiti, sul PD, su D'Alema e su Renzi (quelli su Adinolfi e Boccia non sono riuscito ad azzerarli, scusate) e ho preso il mio borsellino. L'ho aperto, e ho tirato fuori tutto ciò che poteva somigliare a una tessera. Poi ho messo tutto sul tavolo. Il risultato è stato: dieci tessere. Sei tessere al consumatore rilasciate da altrettante catene di distribuzione (di cui tre supermercati), una di articoli sportivi, una di bricolage e una di elettronica ed elettrodomestici. Poi c'è la tessera sanitaria, il badge per timbrare l'entrata e l'uscita dal lavoro, il bancomat e la tessera 2012 del Partito democratico. L'ultima tessera politica della mia vita, per ora. Anzi no. A pensarci bene anche le altre nove sono tessere politiche, perché certificano la mia appartenenza codificata a gruppi di persone di cui accetto le regole. 
Le dieci tessere sono tutte abbastanza colorate. L'unica che contenga uno slogan è quella del PD. Questo è curioso. Nessuno dei marchi commerciali è seguito da uno slogan. La tessera politica invece si. Guardandole una per una, prendendole in mano, girandole su entrambi i lati, saltano fuori altre differenze: la tessera del PD è l'unica che non abbia un codice a barre, magnetico o elettronico, ma ha un codice alfanumerico scritto a mano. Ed ecco un'altra differenza: sempre la tessera PD è l'unica tra le dieci, che riporti segni di grafia umana, a parte il badge per entrare in comune, che riporta il mio nome scritto a penna da qualche impiegato. 
Di tutte le tessere, quella del PD è la meno usurata. Un po' perché è tra le ultime, un po' perché è quella che ho estratto meno volte dal borsellino (con oggi forse fanno due volte). Però è quella a cui si collega la maggior parte di comunicazioni che ricevo (ricevevo). Insieme alla banca, il PD è quello che mi inviava più comunicazioni, sempre inerenti a scadenze di tipo elettorale.
Un'altra cosa che ho notato: le tessere commerciali, oltre al logo, contengono indicazioni sull'attività svolta: gente che corre, merce disegnata, richiami alla genuinità dei prodotti ecc. La tessera del PD contiene solo delle aree colorate che dovrebbero rappresentare la bandiera italiana, oltre a un rametto d'ulivo nel logo. Per il resto somiglia pericolosamente a quella della Crai. Altra cosa, tranne quella del Comune (che è l'organismo più piccolo tra tutti quelli di cui possiedo una tessera, avendo un organico di poche decine di persone), ogni tessera contiene regole e informazioni riferite al suo utilizzo e all'interazione tra la struttura e il titolare della tessera (ti dicono cosa puoi fare e cosa non puoi fare). Tutte tranne una. Indovinate quale? Si, quella del PD. Girandola si leggono solo la firma del segretario nazionale e quella del segretario di circolo, e il nome dei vari livelli della struttura: la federazione provinciale, il circolo cittadino, il nome del cittadino tesserato e il suo codice. Basta. Come dire: l'importante è che tu sia dentro, poi non è necessario, né è previsto, che tu faccia qualcosa.
Ora, ho sentito che è tornato a galla il tema delle tessere PD che calano. 
A me sembra inevitabile che questo accada, per vari motivi. 
Quando i partiti facevano politica, il tesseramento era una pratica sensata; allora la partecipazione alla vita di partito regalava botte di vita che restavano impresse (scioperi, comizi, manifestazioni, sit-in, cortei, dibattiti, cazzottate, cineforum cazzo, i cineforum!). Da quando io ho avuto la mia prima tessera (mi pare PDS, '97 o '98), per lo più ho partecipato a riunioni in cui si parlava di tessere. Si si, di tessere. Di tesseramenti, di conte congressuali, di primarie. Solo un paio di volte mi è capitato di assistere a riunioni politiche, e infatti me le ricordo ancora. Le altre volte si è trattato di riunioni di corrente o di rese dei conti, per lo più a suon di numeri. Il calo progressivo degli iscritti al PD si deve principalmente a questo. Ma anche a un'altra cosa, fisiologica ma triste: i vecchi muoiono. Questo vale per i vecchi militanti ma anche per i vecchi dirigenti. Quelli che la tessera la dovevano avere per forza e quelli che senza i loro mazzetti di tessere da amministrare si sentivano persi. Un po' come i bambini che giocano (giocavano) a figurine. Personalmente ho assistito a tesseramenti di persone che manco sapevano dove era la sezione, e di persone che accettavano di farsi tesserare per fare un favore al nonno allo zio, al papà, e anche alla mamma. Per non parlare di chi si tesserava perché sperava in un posto di lavoro, e non mi sento di biasimarlo. Gente che non metteva piede alle riunioni e che non ti chiedeva mai notizie su cosa si faceva, sulle iniziative in programma, sulla linea da seguire in consiglio comunale ecc. “Compagni” che nei discorsi quotidiani somigliavano spesso ad altra gente che magari votava a destra. Specie se l'argomento erano i politici o gli immigrati. Questi erano, in misura significativa, i tesserati. Quelli che col passare del tempo diminuiscono perché evidentemente non hanno un ruolo vitale, e quindi la relazione tra loro e il “partito sul territorio” avvizzisce. Resta loro la funzione di elettori, ma in questo sono uguali a tanti altri cittadini che con quei partiti non hanno mai avuto legami, e si informano come capita e scelgono sulla base di un istinto, se vogliamo grossolano e intestinale, ma senza dover necessariamente chiedere indicazioni a chi gli aveva dato la tessera. Senza pretesa di scientificità, ho dato un'occhiata ad alcune statistiche. Non metto i link perché sennò chi condivide rilancia il link stesso e non questo articolo, ma basta che digitiate “istituto cattaneo statistiche tesseramento partiti” o “archivio storico corriere crollo degli iscritti” o quello che volete voi, e qualche dato salta fuori. Il PCI (poi PDS) ha avuto circa due milioni di iscritti tra il '46 e il '56. poi ha iniziato a scendere arrivando a un milione e mezzo nel '68. poi ha ripreso a salire fino al '76, fermandosi al milione e otto. Poi una discesa, inesorabile e continua, fino al 1991, quando è sceso ben sotto il milione. Una cosa curiosa è che la DC, che negli anni precedenti era sempre stata sotto o di poco sopra il PCI, nel 1990 aveva più di due milioni di tesserati. Chissà se erano tutti vivi.
Alla nascita del PD (2007), DS e Margherita portarono in dote rispettivamente seicentomila e duecentocinquantamila iscritti. Tralascio i dati intermedi ma cinque anni dopo, nel 2012, il PD aveva mezzo milione di iscritti, trecentocinquantamila in meno. Il Segretario era Bersani, la personalità più prestigiosa era D'Alema, e Renzi era solo quel bamboccio rompicoglioni del Sindaco di Firenze.
Tutto questo per dire che i partiti muoiono, che la memoria è importante e che prima che muoia anche la politica, forse è il caso di cercare altre strade per garantire alla democrazia un futuro più lungo possibile. Anche senza tessere, che nel borsellino non c'è più posto.

giovedì 2 ottobre 2014

Un'isola in piedi (ovvero: perché la cricca e il furto del G8 non hanno ucciso La Maddalena)

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Dopo il bellissimo e utile lavoro di Fiorenzo Caterini, che ha riassunto le vicende del G8 rubato a La Maddalena, tocca a me provare a metterci il finale. Io quelle vicende le ho vissute da vicino. Dal 2009 lavoro nella segreteria del Sindaco della Città. E ho visto le cose prendere forma, rallentare, crollare sotto il peggior berlusconismo e poi ibernarsi per due anni. Questa Città ha sempre basato la sua economia su risorse pubbliche: stipendi e appalti da parte di enti per lo più militari. C’era un sogno a La Maddalena, e c’è ancora: costruire un’economia sana fondata sulla bellezza abnorme del territorio. L’idea per dare gambe a questo sogno era ed è quella di utilizzare il patrimonio ex militare e trasformarlo in strutture turistiche di pregio. Un’idea quasi banale per un sogno di valore epocale. Purtroppo in Italia i sogni fanno spesso una brutta fine e il nostro, per ventiquattro mesi, è sembrato un cadavere. Dall’Aprile 2009 alla fine del 2011, di quel sogno, abbiamo visto solo spoglie immobili, echi di inchiesta, titoli impietosi (quando non infamanti) sulla stampa nazionale e rabbia, tantissima rabbia. La Regione Sardegna, protagonista con Soru della prima fase di questo rilancio, nel febbraio del 2009 scelse Cappellacci. Non so se sia stato per incapacità, per disinteresse, per berlusconite, per vendetta verso un’amministrazione Comunale interamente schierata con Soru e con l’idea del rilancio, fatto sta che fino al 2011, ogni tentativo del Comune di instaurare una collaborazione istituzionale con la Regione è andato a sbattere su telefoni che squillavano a vuoto, lettere con non ricevevano risposta, col timore di perdere tutti i fondi che dal 2009 erano stati stanziati e che, dopo il passaggio della cricca, sembravano persi nelle remote pieghe del bilancio statale. Nel 2011, per fortuna, la Regione si mise a fare la Regione, e la collaborazione tra i due enti, lentamente, venne riallacciata. Nel frattempo il Comune era riuscito a scoprire i soldi smarriti e a convincere Governo e Regione a stanziarne degli altri per eseguire quella Bonifica del fondale dell’Ex Arsenale che era rimasta sulla carta. Non per rivangare le porcherie di quei giorni, ma Bertolaso aveva incaricato delle bonifiche nientemeno che suo cognato, che di bonifiche ne capisce quanto me. Su questa bonifica però va aggiunta una cosa che neanche le inchieste della stampa antiberlusconiana hanno mai sottolineato a dovere: lo Stato italiano per quasi un secolo ha inquinato quei fondali, poi non ha vigilato sulla loro bonifica, e infine ha tentato di lavarsene le mani, riuscendoci almeno in parte. Andiamo con ordine: nel 2011 Comune e Regione riprendono a collaborare per portare a termine il lavoro interrotto. Nel Marzo del 2012, dopo un lavoro diplomatico e di stesura di bozze da parte degli uffici comunali e regionali, il Governo Monti pubblica un’ordinanza importantissima con cui vengono individuate le risorse e affidati i ruoli a Regione e Comune per rimettere in moto i cantieri, soprattutto quello del tanto agognato Porto turistico e commerciale della Città. Nel frattempo riprendono gli incontri a La Maddalena, Cagliari e Roma, tra vertici politici e responsabili tecnici e nell’estate del 2012 Regione e Comune stipulano una prima intesa formale sul percorso da seguire; a dicembre viene stipulata una convenzione formale. Sempre nel dicembre del 2012 inizia a circolare la bozza di un decreto ministeriale che declassa alcune aree soggette a bonifica, da sito di interesse nazionale (SIN) a sito di interesse regionale (SIR): tra queste l’Ex Arsenale militare di La Maddalena. È un modo come un altro per scaricare responsabilità nazionali sulle spalle dei sardi e in particolare dei maddalenini. Nell’estate del 2013 il Comune, individuato come soggetto attuatore, presenta in Regione i primi documenti della progettazione conclusiva del nuovo fronte-mare: su quelli verrà istruita la gara internazionale a procedura integrata, per la realizzazione del progetto esecutivo e delle opere. Nell’Ottobre 2013 Comune, Regione e Governo siglano un Protocollo di intesa per il completamento delle bonifiche: anche qui, la Regione è delegata a coordinare le attività e il Comune è individuato come soggetto attuatore. La Giunta Pigliaru, alla guida della Regione dal febbraio 2014, non ha interrotto il lavoro fatto nel frattempo dando l’impressione, anzi, di volerlo accelerare. Nei mesi successivi si sono susseguiti altri passi amministrativi che non sto ad elencare, da parte di tutti gli enti coinvolti: Comune, Marina Militare, Capitaneria di Porto, Parco Nazionale, Ministero Infrastrutture, Assessorato regionale ai Lavori pubblici ecc. La storia non cambia mai del tutto -non improvvisamente almeno- e qui, per vedere le cose che vanno avanti c’è bisogno, più che in altri luoghi d’Italia, di passare da centomila uffici. E ancora non basta. Inoltre lo scetticismo di alcuni locali, abituati a veder girare il mondo attorno alla Marina Militare, contribuisce a creare un clima di sfiducia e pessimismo circa le reali possibilità di riuscita, come se non fosse possibile un futuro diverso dal passato. Invece questa svolta non solo è possibile ma è anche inevitabile; nulla poi impedisce che la Marina, con i suoi corsi e le sue scuole di formazione, continui a dare lavoro.
Dovendo fare un bilancio finale su quel che è stato l’affaire G8, direi che il danno peggiore lo hanno fatto le istituzioni, non c’è dubbio. Burocrazia e malaffare hanno azzoppato il sogno di un’intera città a pochi metri dal traguardo. Però non l’hanno ucciso. Questa città non è una città qualunque, e non si trova in una regione qualunque. La Maddalena ha la fortuna di sorgere sul territorio più bello del Mediterraneo, per le sue terre e per il suo mare. Essa può ancora testimoniare che, da un’economia di guerra, è possibile transitare ad un’economia di pace fondata sulle qualità del territorio. L’unica incognita, legata alla crisi economica italiana e alla lentezza strutturale della burocrazia, riguarda i tempi. Ma, con buona pace della cricca e di chi non ama le novità, prima o poi il lavoro iniziato arriverà a conclusione.

Cinque cattivi pensieri sull'Italia che si scanna e l'Art. 18.

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Son tempi duri.
Che uno ha pensieri amari e li tira fuori. E rischia di essere preso per una brutta persona.
Chi se ne fotte.
I pensieri amari, come in omeopatia, un po’ di veleno te lo sputano fuori. Sì, certi veleni vanno sputati e condivisi, messi in piazza, per una sorta di socialismo del giramento di coglioni.
I mie pensieri amari riguardano il lavoro e la religione. Quella di chi parla di lavoro senza pensare a tutti i lavoratori, ma solo ad alcuni. Come quei cristiani che parlano dell’uomo in astratto ma non anche nel senso dell’uomo musulmano.
Sull’articolo 18 è in corso una guerra santa, dentro il Parlamento e nel paese, e nelle case e sul posto di lavoro, e nei bar e su Facebook. E andando con lo sguardo dal cielo alle radici delle cose, come fanno gli atei, i miei pensieri amari sono sui diritti, sulle risorse per tutelarli, e su come tutto ciò si tiene in un paese malato come l’Italia.
Pensiero amaro numero 1) Renzi e Bersani ci prendono per il culo. Sull’Art. 18, oggi, sono come il diavolo e l’acqua santa. Ricordo bene che fino a poco tempo fa avevano altre idee. Renzi se ne fotteva dell’abolizione mentre Bersani era possibilista. Credo che la partita sia un’altra. Credo che anche a Bersani non freghi nulla dell’Art. 18. Ma stanno facendo un braccio di ferro e in palio non ci sono i diritti ma il baricentro del PD, la leadership, il potere, la ditta. Bersani perderà, a prescindere dall’articolo 18. Perché come D’Alema è una vita che perde e che fa perdere la sinistra. Renzi invece non vincerà. L’Italia si farà un altro giretto nella palude. Tanto siamo abituati.
Pensiero amaro numero 2) Chi si fa tutte le Siss del mondo e spacca il culo ai passeri per tutto quello che ha studiato, ma è precario, può vedersi fregare un anno di supplenza in un liceo vicino casa, e riprendere a viaggiare per chilometri, anche se ha 50 anni, perché un ricco, di ruolo, cui manca un anno ad andare in pensione, ha deciso che non vuole più fare il maestro elementare nel profondo nord ma vuole levarsi lo sfizio di finire la carriera in Sardegna. Lui può. Ne ha il diritto. Anche se in un liceo non ci ha mai insegnato. Ma ha acquisito il diritto di scavalcare un numero indefinito di precari che hanno studiato più di lui e che possono preparare degli adolescenti con più strumenti di lui. Perché lui, ripeto, lui ha il diritto. Il precario no.
Pensiero amaro numero 3) in un paese normale dovrebbe esserci una sinistra che lavora per la distribuzione equa delle risorse e dei diritti. In Italia c’è un numero crescente di persone che vedono la propria pensione come un miraggio, per mancanza di risorse. Che non hanno il potere contrattuale di bloccare un comune per una vertenza sui buoni pasto. Che vanno in banca per chiedere un mutuo per farsi casa e si sentono rispondere no, non è possibile. Sono sempre i precari. In un’azienda in cui i contratti normali hanno molte tutele, a meno che quell’azienda non possieda il brevetto del moto perpetuo o un giacimento di pietre filosofali, il bisogno di flessibilità si scaricherà all’infinito sui precari. Che sempre meno avranno la possibilità di ridurre il divario di diritti che li separa dai lavoratori normali. E nel caso in cui l’azienda non fallisca – è una possibilità che ammazza in modo random- i normali arriveranno alla pensione, i precari no. O ci arriveranno poveri e senza denti. Negli enti pubblici è uguale. Il patto di stabilità rende sempre più difficili le nuove assunzioni, sotto qualunque forma. Perché per decenni si sono usate le risorse di tutti in modo clientelare e miope, e oggi le poche che ci sono vengono usate per sostenere e tutelare chi ha contratti a tempo indeterminato. A prescindere dalle capacità.
Pensiero amaro numero 4) per affrontare il mondo occorre una sinistra capace di riflettere sul clima, sulla demografia, sull’energia, sulla comunicazione, sulla rete, in grado di elaborare nuovi strumenti, superando la dicotomia che divide il mondo tra ciò che è capitale e ciò che è lavoro. Poi, ragionando da sardo, penso a una sinistra che si occupi del rapporto tra la Sardegna e L’Italia, tra la Sardegna e il Mediterraneo. Invece oggi la sinistra è concentrata sul superamento di Renzi. Anche la Fornero è diventata brava, un po’ come quando segretamente amavamo Fini perché faceva a Berlusconi quello che noi non eravamo in grado di fare: indebolirlo. Una sinistra che non sa pensare al dopo, ma solo all’adesso e al prima. Una sinistra che non sa tirare fuori dalle sue fila uno più serio e credibile di Renzi, in grado di riportarci al governo del paese come ai tempi di Prodi. Brutto, vero?
Pensiero amaro numero 5) L’articolo 18 contiene e difende un principio di civiltà: non può esistere un licenziamento discriminatorio. Questa sarebbe la parte dolce del pensiero. Quella amara è questa: se un diritto non è per tutti, non è un diritto ma un privilegio. Questo non intacca la validità del principio, ma deve far mettere in discussione i modi in cui esso viene applicato o disatteso. Per cui, nella realtà, succede che un precario è autorizzato a farsi questa domanda: chi me lo fa fare di battermi per un diritto che è solo di altri ma che io non posso esercitare? Se poi il precario si sofferma sul fatto che, più in generale, per dare applicazione alle norme che tutelano i diritti si usano le risorse pubbliche, e realizza che queste sono limitate, può chiedersi: ma perché certi ammortizzatori possono esserci per altri ma non per me? É un precario egoista, non c’è dubbio. Ma le sue domande, moltiplicate per qualche milione di precari, aspettano risposte dalla politica. E la politica, certo quella di destra, ma anche quella di sinistra, non sa rispondere. Non ha strumenti per rispondere. E neanche i sindacati hanno la possibilità di rispondere alla domanda: perché a certi si e ad altri no? L’Italia è questo, oggi. A certi si, ad altri no, ma con le risorse di tutti. La rabbia e la confusione nel dibattito sull’Art. 18, se si sposta la cenere, nascondono questo tipo di brace.
Spero nasca una sinistra in grado di non nascondersi di fronte a queste domande.
Oggi non c’è.

lunedì 29 settembre 2014

I left my heart in Nurallao

Foto: I left my heart in Nurallao (Luca Ronchi)

Da anni non facevo una vendemmia. Da anni avevo voglia di fare un salto a trovare il mio amico Ugo. Ci conosciamo dai giorni in cui stava per nascere il mio primo figlio. Avevamo passato insieme il Capodanno e dopo 23 giorni mio figlio era nato. Lo stesso giorno del compleanno di Ugo. Eravamo a Cagliari e io ricordo quelle settimane di attesa come uno dei momenti più belli della mia vita. In quei giorni, e poi due anni dopo, quando nasceva mia figlia, ho girato Cagliari a piedi in lungo e in largo, soprattutto Castello e Marina, e l'antichissima via san Lucifero fino a San Saturno e alle pendici di Bonaria. E ho deciso che se mai il Mediterraneo avesse bisogno di una capitale, avrei io una città da segnalare. Però vi raccontavo di Ugo, e di Nurallao. Ha una piccola azienda agricola e del bestiame. Produce vino biologico. Non sto a dirvi se sia buono e quanto, ci arrivate da soli. Comunque, erano anni che desideravo farmi una vendemmia. Così ad agosto l'ho chiamato e gli ho chiesto se potevo scendere a dargli una mano. Dopo tre settimane mi ha richiamato per dirmi: io sto iniziando, organizzati e scendi. E io sono sceso. Motoretta, traghetto, pullman, treno, treno (due volte treno, sapete com'è... Chilivani...). Fino a San Gavino. Poi macchina di Ugo, pranzetto veloce a Sanluri, parlando di quanto cazzo siano micidiali i cinesi, che riescono a muoversi e a creare in mezzo al nulla attività brulicanti di merci e persone. Come primo abbiamo scelto un riso alla cinese (il ristorante era italianissimo, anzi sardissimo) e per secondo calamari freschi all'orientale. E poi siamo partiti verso il levante, dove c'è Nurallao (che è a est di Sanluri). Nurallao è Sarcidano con furore, ma appoggiata sulle sue colline si gode ogni santo tramonto sulla Giara di Gesturi (che poi è anche di Tuili e Genoni, ma se dico Gesturi capiscono tutti). A sud la preme la Trexenta, e se non ci fosse stato Ugo ad avvisarmi dei confini che stavamo attraversando per raggiungere Dolianova, -dove ho visto cose che voi umani- non mi sarei accorto di nulla se non dei nuraghi bianchi e puliti di quella zona, e dei pennacchi di fumo di stoppie che dalla dorsale che collega Isili con la Marmilla, fanno mostra di sé profumando di carbonio, più in basso, il Campidano. A Dolianova ci siamo andati per lavoro (il suo). Nella cantina del  mio amico intanto iniziava a bollire la spremitura soffice del Sangiovese vendemmiato anche da me, la mattina dopo il mio arrivo. La vigna è un mondo che sta in piedi da solo. E fa meraviglia che sia così, perché è una delle colture più delicate e fragili. Solo degli ubriaconi come i Mediterranei potevano insistere a coltivare una pianta che ogni tanto tira fuori un problema epocale e minaccia l'estinzione. Solo dei bevitori rituali di vino potevano incaponirsi così tanto da, non solo salvare, ma elevare a livelli di perfezione una produzione agricola apparentemente non vitale ma in realtà indispensabile (non è mica grano, non è mica frutta, eppure a una festa può mancare sia la pasta che la frutta, ma il vino no.)
Comunque, Nurallao. Mentre fuori da quella visuale, settanta chilometri più a sud e a ovest, e più lontano anche a nord e a est, il mare continua in questi giorni a farci sentire l'estate che non muore, a Nurallao, osservando l'aurora, ti cachi dal fresco. Non dal freddo perché il freddo è altra cosa, ma c'è un fresco che se fossi andato alle sei e mezzo in vigna, come ho fatto, a maniche corte come un qualsiasi marinaio in erba, mi sarei cacato dal fresco. Alle nove la vendemmia era a buon punto. Si era deciso di tagliare il Sangiovese ma non ancora il Bovale sardo (che qui si chiama Muristellu) il Barbera e il Cannonau. Nei giorni prima erano stati vendemmiati il Moscato, la Malvasia, il Nasco (il Nasco di Ugo fa ricrescere i capelli e con gli scarti si fa il viagra) e il Sirah. Già, Sirah, giusto per dire che siamo molto più arabi che tedeschi; ma andiamo avanti. È stato divertente curiosare tra botti, tini, minisilos (minisili?). Ancora più divertente è stato godermi lo sballo dei tempi sfasati, rispetto ai miei. Sfasati nel senso che ero in ferie, che ero in campagna e che a Nurallao (ma non solo lì) la lentezza non è un'opinione. Non essendo sempre utile, ogni tanto ho vagato tra filari già vendemmiati alla ricerca di grappoli scampati alle forbici. Il moscato oublièe è una delle cose più dolci al palato e appiccicose alle mani, che possano capitare ad un essere umano. Ogni tanto, in quel vagare, partiva un effetto speciale che neanche il campionatore di suoni dei Dire Straits, quando alcune centinaia di pecore comparivano lente e inesorabili per travasarsi da una tanca all'altra. Già gli uomini sono lenti, qui. Le pecore sono Zen. Fluiscono in una musica di cristallo come una chiazza di schiuma in transito sull'erba. Sono bellissime, o forse ero solo accecato d'amore per loro. 
La Sardegna, per tre giorni, mi ha teso degli agguati micidiali. Ha aspettato che cambiassi angolazione, che mollassi per un attimo il mio punto di osservazione, la mia isola, e la guardassi da un'altra prospettiva, per sbattermi in faccia una serie di questioni che il mio quotidiano mi fa considerare con sufficienza. 
E mi è venuto il sospetto che noi sardi siamo un po' stronzi. Si parla tanto di colonizzazione, di invasione, di identità calpestata, di sfruttamento. Credo sia tutto vero. Però. Pensando a come è stato difficile opporsi, ad esempio, alla sparizione o al diradarsi del Sardo parlato a vantaggio dell'italiano, mi sono dovuto chiedere: che voglia ha un orunese di farsi capire da un nurallaese o da un morese? E a proposito dell'Identità sarda, che interesse profondo ha un Gallurese a sentirsi vittima degli stessi problemi di un sulcitano? Chi glielo fa fare ad un maddalenino, di sobbarcarsi le preoccupazioni di un ogliastrino per le esercitazioni nei poligoni? Ecco, lo stato italiano continua a combinarcene di tutti i colori, ma noi sardi siamo spesso i suoi migliori alleati.
“A casa parlavamo il sardo”. Non dice “il campidanese”, Ugo. Dice “parlavamo il sardo”. E ancora:  “da fuori ci hanno fatto le peggiori malefatte, e la storia continua anche oggi. Ma ora, noi, abbiamo voglia di un qualche riscatto?”
Aggiungo io:  abbiamo una visione abbastanza condivisa da poter diventare trainante? Se anche è vero che siamo diventati pocos locos eccetera eccetera, per colpe altrui: ma ora? 
L'episodio del toscano che si era perso  nei boschi, gli stessi boschi che era venuto in Sardegna per tagliare e ridurre in carbone, la dice lunga. Me l'ha raccontato Ugo a tavola, l'ultima sera. Quel pastore nurallaese aveva trovato quello sprovveduto di un carbonaio toscano, che vagava da ore senza riferimenti. Alla richiesta di dargli un'indicazione, richiesta formulata in toscano, il pastore aveva cercato di esprimersi come meglio poteva, fuori dal suo sardo. Gli strafalcioni detti in questo tentativo di apertura al mondo, di accoglienza di una persona e della sua incerta lingua (apertura che da parte del toscano non c'era stata e forse non ci poteva e voleva essere) furono fonte di barzellette che durano ancora oggi. Barzellette volte a dipingere come ignoranza, quel naturale inciampare di chi si avventura fuori dal suo mondo. Questa si che è un'operazione di regime, l'occultamento di una verità che sarebbe palese. Capito? Il toscano si era perso e non capiva un acca di sardo, e la parte dell'ignorante, nelle barzellette dei sardi stessi, è toccata al pastore. Basta sostituire alla Sardegna un'altra zona d'Europa, appena fuori confine come la Slovenia la Carinzia, la Savoia, e immaginare un milanese che si perda e chieda, a un montanaro, indicazioni nella sua lingua, (sua del milanese). Oggetto della coglionella sarebbe il milanese che si è perso, ne sono sicuro. Perché la verità è che quel pastore non era tenuto, lui personalmente, a conoscere l'italiano, visto che la sua lingua era un'altra. Era un'altra, e questo è un fatto storico. Il toscano avrebbe dovuto conoscere il nurallaese (il sardo), o almeno capirlo. 
Ugo ha ragione, caz.
Ci siamo salutati chiacchierando così, e poi a dormire, che per essere a San Gavino alle sette tocca partire presto. Il viaggio in treno fino a Olbia è stato il solito spettacolo.
Ogni tanto la Sardegna si lascia riscoprire. Lei è là, o qua. Si lascia osservare in quelle sue forme così strane nel loro sembrare normali. Non esistono montagne così antiche e così lisce da sembrare a chi le guardi da lontano, colline. Non esistono fuori di qui per migliaia di chilometri, intendo.
Qui invece ci sono. E ci dicono che la Sardegna ha da sempre una pazienza infinita, ma che anche lei si consuma. Forse siamo in tempo per rallentare questo modo paziente di sparire dal mondo. Per riprendere a navigare a testa alta nel Mediterraneo che intorno ci aspetta. Come ci ricorda Roberto Bolognesi, siamo al centro tra Marsiglia, Barcellona, Tunisi, Palermo, Roma, Genova. Si dice che una delle prime cosa fatte dai romani, dopo la conquista, fu quella di bruciarci le navi. Voglio verificare se è storia o leggenda. In ogni caso, ecco, qui abbiamo qualcosa che può farci luce su una storia diversa. Altro che in Sardegna non c'è il mare: la Sardegna è il cuore di un mare. Il mare più cruciale che la storia antica dell'umanità abbia mai conosciuto. Un cuore pulsante dal battito lento, come quello dei grandi campioni. Abbiamo ancora le forze per metterci in piedi, guardarci intorno con un po' di speranza e tornare al centro della nostra storia. 
Se solo volessimo. Se lo vorremo.


Da anni non facevo una vendemmia. Da anni avevo voglia di fare un salto a trovare il mio amico Ugo. Ci conosciamo dai giorni in cui stava per nascere il mio primo figlio. Avevamo passato insieme il Capodanno e dopo 23 giorni mio figlio era nato. Lo stesso giorno del compleanno di Ugo. Eravamo a Cagliari e io ricordo quelle settimane di attesa come uno dei momenti più belli della mia vita. In quei giorni, e poi due anni dopo, quando nasceva mia figlia, ho girato Cagliari a piedi in lungo e in largo, soprattutto Castello e Marina, e l'antichissima via san Lucifero fino a San Saturno e alle pendici di Bonaria. E ho deciso che se mai il Mediterraneo avesse bisogno di una capitale, avrei io una città da segnalare. Però vi raccontavo di Ugo, e di Nurallao. Ha una piccola azienda agricola e del bestiame. Produce vino biologico. Non sto a dirvi se sia buono e quanto, ci arrivate da soli. Comunque, erano anni che desideravo farmi una vendemmia. Così ad agosto l'ho chiamato e gli ho chiesto se potevo scendere a dargli una mano. Dopo tre settimane mi ha richiamato per dirmi: io sto iniziando, organizzati e scendi. E io sono sceso. Motoretta, traghetto, pullman, treno, treno (due volte treno, sapete com'è... Chilivani...). Fino a San Gavino. Poi macchina di Ugo, pranzetto veloce a Sanluri, parlando di quanto cazzo siano micidiali i cinesi, che riescono a muoversi e a creare in mezzo al nulla attività brulicanti di merci e persone. Come primo abbiamo scelto un riso alla cinese (il ristorante era italianissimo, anzi sardissimo) e per secondo calamari freschi all'orientale. E poi siamo partiti verso il levante, dove c'è Nurallao (che è a est di Sanluri). Nurallao è Sarcidano con furore, ma appoggiata sulle sue colline si gode ogni santo tramonto sulla Giara di Gesturi (che poi è anche di Tuili e Genoni, ma se dico Gesturi capiscono tutti). A sud la preme la Trexenta, e se non ci fosse stato Ugo ad avvisarmi dei confini che stavamo attraversando per raggiungere Dolianova, -dove ho visto cose che voi umani- non mi sarei accorto di nulla se non dei nuraghi bianchi e puliti di quella zona, e dei pennacchi di fumo di stoppie che dalla dorsale che collega Isili con la Marmilla, fanno mostra di sé profumando di carbonio, più in basso, il Campidano. A Dolianova ci siamo andati per lavoro (il suo). Nella cantina del mio amico intanto iniziava a bollire la spremitura soffice del Sangiovese vendemmiato anche da me, la mattina dopo il mio arrivo. La vigna è un mondo che sta in piedi da solo. E fa meraviglia che sia così, perché è una delle colture più delicate e fragili. Solo degli ubriaconi come i Mediterranei potevano insistere a coltivare una pianta che ogni tanto tira fuori un problema epocale e minaccia l'estinzione. Solo dei bevitori rituali di vino potevano incaponirsi così tanto da, non solo salvare, ma elevare a livelli di perfezione una produzione agricola apparentemente non vitale ma in realtà indispensabile (non è mica grano, non è mica frutta, eppure a una festa può mancare sia la pasta che la frutta, ma il vino no.)
Comunque, Nurallao. Mentre fuori da quella visuale, settanta chilometri più a sud e a ovest, e più lontano anche a nord e a est, il mare continua in questi giorni a farci sentire l'estate che non muore, a Nurallao, osservando l'aurora, ti cachi dal fresco. Non dal freddo perché il freddo è altra cosa, ma c'è un fresco che se fossi andato alle sei e mezzo in vigna, come ho fatto, a maniche corte come un qualsiasi marinaio in erba, mi sarei cacato dal fresco. Alle nove la vendemmia era a buon punto. Si era deciso di tagliare il Sangiovese ma non ancora il Bovale sardo (che qui si chiama Muristellu) il Barbera e il Cannonau. Nei giorni prima erano stati vendemmiati il Moscato, la Malvasia, il Nasco (il Nasco di Ugo fa ricrescere i capelli e con gli scarti si fa il viagra) e il Sirah. Già, Sirah, giusto per dire che siamo molto più arabi che tedeschi; ma andiamo avanti. È stato divertente curiosare tra botti, tini, minisilos (minisili?). Ancora più divertente è stato godermi lo sballo dei tempi sfasati, rispetto ai miei. Sfasati nel senso che ero in ferie, che ero in campagna e che a Nurallao (ma non solo lì) la lentezza non è un'opinione. Non essendo sempre utile, ogni tanto ho vagato tra filari già vendemmiati alla ricerca di grappoli scampati alle forbici. Il moscato oublièe è una delle cose più dolci al palato e appiccicose alle mani, che possano capitare ad un essere umano. Ogni tanto, in quel vagare, partiva un effetto speciale che neanche il campionatore di suoni dei Dire Straits, quando alcune centinaia di pecore comparivano lente e inesorabili per travasarsi da una tanca all'altra. Già gli uomini sono lenti, qui. Le pecore sono Zen. Fluiscono in una musica di cristallo come una chiazza di schiuma in transito sull'erba. Sono bellissime, o forse ero solo accecato d'amore per loro.
La Sardegna, per tre giorni, mi ha teso degli agguati micidiali. Ha aspettato che cambiassi angolazione, che mollassi per un attimo il mio punto di osservazione, la mia isola, e la guardassi da un'altra prospettiva, per sbattermi in faccia una serie di questioni che il mio quotidiano mi fa considerare con sufficienza.
E mi è venuto il sospetto che noi sardi siamo un po' stronzi. Si parla tanto di colonizzazione, di invasione, di identità calpestata, di sfruttamento. Credo sia tutto vero. Però. Pensando a come è stato difficile opporsi, ad esempio, alla sparizione o al diradarsi del Sardo parlato a vantaggio dell'italiano, mi sono dovuto chiedere: che voglia ha un orunese di farsi capire da un nurallaese o da un morese? E a proposito dell'Identità sarda, che interesse profondo ha un Gallurese a sentirsi vittima degli stessi problemi di un sulcitano? Chi glielo fa fare ad un maddalenino, di sobbarcarsi le preoccupazioni di un ogliastrino per le esercitazioni nei poligoni? Ecco, lo stato italiano continua a combinarcene di tutti i colori, ma noi sardi siamo spesso i suoi migliori alleati.
“A casa parlavamo il sardo”. Non dice “il campidanese”, Ugo. Dice “parlavamo il sardo”. E ancora: “da fuori ci hanno fatto le peggiori malefatte, e la storia continua anche oggi. Ma ora, noi, abbiamo voglia di un qualche riscatto?”
Aggiungo io: abbiamo una visione abbastanza condivisa da poter diventare trainante? Se anche è vero che siamo diventati pocos locos eccetera eccetera, per colpe altrui: ma ora?
L'episodio del toscano che si era perso nei boschi, gli stessi boschi che era venuto in Sardegna per tagliare e ridurre in carbone, la dice lunga. Me l'ha raccontato Ugo a tavola, l'ultima sera. Quel pastore nurallaese aveva trovato quello sprovveduto di un carbonaio toscano, che vagava da ore senza riferimenti. Alla richiesta di dargli un'indicazione, richiesta formulata in toscano, il pastore aveva cercato di esprimersi come meglio poteva, fuori dal suo sardo. Gli strafalcioni detti in questo tentativo di apertura al mondo, di accoglienza di una persona e della sua incerta lingua (apertura che da parte del toscano non c'era stata e forse non ci poteva e voleva essere) furono fonte di barzellette che durano ancora oggi. Barzellette volte a dipingere come ignoranza, quel naturale inciampare di chi si avventura fuori dal suo mondo. Questa si che è un'operazione di regime, l'occultamento di una verità che sarebbe palese. Capito? Il toscano si era perso e non capiva un acca di sardo, e la parte dell'ignorante, nelle barzellette dei sardi stessi, è toccata al pastore. Basta sostituire alla Sardegna un'altra zona d'Europa, appena fuori confine come la Slovenia la Carinzia, la Savoia, e immaginare un milanese che si perda e chieda, a un montanaro, indicazioni nella sua lingua, (sua del milanese). Oggetto della coglionella sarebbe il milanese che si è perso, ne sono sicuro. Perché la verità è che quel pastore non era tenuto, lui personalmente, a conoscere l'italiano, visto che la sua lingua era un'altra. Era un'altra, e questo è un fatto storico. Il toscano avrebbe dovuto conoscere il nurallaese (il sardo), o almeno capirlo.
Ugo ha ragione, caz.
Ci siamo salutati chiacchierando così, e poi a dormire, che per essere a San Gavino alle sette tocca partire presto. Il viaggio in treno fino a Olbia è stato il solito spettacolo.
Ogni tanto la Sardegna si lascia riscoprire. Lei è là, o qua. Si lascia osservare in quelle sue forme così strane nel loro sembrare normali. Non esistono montagne così antiche e così lisce da sembrare a chi le guardi da lontano, colline. Non esistono fuori di qui per migliaia di chilometri, intendo.
Qui invece ci sono. E ci dicono che la Sardegna ha da sempre una pazienza infinita, ma che anche lei si consuma. Forse siamo in tempo per rallentare questo modo paziente di sparire dal mondo. Per riprendere a navigare a testa alta nel Mediterraneo che intorno ci aspetta. Come ci ricorda Roberto Bolognesi, siamo al centro tra Marsiglia, Barcellona, Tunisi, Palermo, Roma, Genova. Si dice che una delle prime cosa fatte dai romani, dopo la conquista, fu quella di bruciarci le navi. Voglio verificare se è storia o leggenda. In ogni caso, ecco, qui abbiamo qualcosa che può farci luce su una storia diversa. Altro che in Sardegna non c'è il mare: la Sardegna è il cuore di un mare. Il mare più cruciale che la storia antica dell'umanità abbia mai conosciuto. Un cuore pulsante dal battito lento, come quello dei grandi campioni. Abbiamo ancora le forze per metterci in piedi, guardarci intorno con un po' di speranza e tornare al centro della nostra storia.
Se solo volessimo. Se lo vorremo.

lunedì 22 settembre 2014

Mondieu


Per un ateo, poter contare su un'educazione cattolica ha i suoi vantaggi.
A fronte della perdita dell'eternità, restano a disposizione una serie di strumenti, un bagaglio di saperi e di ricordi, e tracce. Tracce fatte di parole antiche, su cui riflettere, anche dopo che l'idea di immortalità dell'anima si è dileguata come lacrime nella pioggia (è una citazione). Da poco mi sono imbattuto in uno scambio di opinioni su ISIS. Davanti alla barbarie di chi taglia teste, nei cattolici più ferventi si affaccia spesso il piglio del guerriero o anche solo la pompa del tifoso, per cui scatta la legittimazione dell'ennesima operazione di pace.
Quella discussione su ISIS mi ha riportato a galla ore e ore di litigate con i miei genitori, di discussioni con il prete di turno o l'insegnante di religione quando ero ragazzo, gli scazzi da studentello universitario con colleghi classisti o conservatori, per non dire fascisti, gli scambi su FB in età adulta. E un tratto costante che ogni volta ritorna: quel bisogno di coerenza che verso i sedici anni mi portò a imboccare per la prima volta la strada dell'allontanamento dalla religione. Strada tortuosa che nel corso degli anni mi ha portato a ripensamenti, tentativi, compromessi, ma che in definitiva, ha rafforzato la mia convinzione che non vi sia una vita dopo la morte e che anche la religione cattolica sia in fondo una meravigliosa narrazione dell'uomo, al pari di tante altre.
Però.
Quel bisogno di coerenza di cui dicevo, continua a bruciare e a tenere aperte vecchie ferite.
Mi sento di chiedere dunque a ogni cattolico, in che senso e in che modo una guerra sia giustificabile.
Esistono delle tracce fatte di parole, come dicevo prima, che restano in eredità anche a chi a un certo punto spegne il cero e dice: io non ci credo più. E spesso sono parole belle, bellissime.
Una è questa: date a Cesare quel che è di Cesare. Ma chi è Cesare? Questa o quella autorità locale? Questo o quel potente di volta in volta al governo? O è piuttosto la legge degli Uomini? E se è così, non sarà forse la più vasta legge che gli uomini tentano di darsi: quella che attraverso l'Organizzazione delle Nazioni Unite, pur con mille compromessi, condanna le stragi a Gaza, gli annegamenti di massa, l'invasione dell'Iraq nel 2003 da cui scaturisce ISIS? Dare a Cesare, forse, indica la strada della costruzione sociale e paziente di una civiltà per tutti gli esseri umani? Non lo so, sono domande.
Altre parole: ama il prossimo tuo come ami te stesso. Su questo non ho da aggiungere nulla, se non che avrei voglia di scriverlo con cenere indelebile sulla fronte di coloro che si dicono credenti in qualcosa di Universale, e poi augurano la morte per annegamento ad altri esseri umani. Sono vendicativo, in questo senso, molto vendicativo.
E infine, le parole più belle, dette io credo, da un uomo che sapeva in fondo di essere mortale, che sapeva quel che rischiava, che non sapeva il casino che sarebbe stato costruito sulla sua storia dopo la sua crocifissione, e che un giorno ha detto: vedete questi bambini? Quello che fate al più piccolo tra loro, lo state facendo a me. Penso ai bambini di Gaza, ai bambini siriani, ai bambini che salgono su un barcone e muoiono nell'acqua del mare senza potersi giocare la vita come fanno di solito i bambini. Penso a loro, e penso a chi non può non dirsi cattolico e nello stesso tempo spera che quei barconi continuino ad affondare. E mi sento un po' più solo e un po' più libero.

giovedì 11 settembre 2014

Quel culo è innocente

“Quel culo è innocente, Vostro onore!
Signor giudice, si. Ritengo che il culo dell’imputata, la signorina Bacchiddu, vada assolto dalle accuse che, per sineddoche, vengono mosse ora a esso, ora alla titolare dello stesso.
Ritengo tutta la vicenda un clamoroso equivoco, dovuto a ben altre forze in campo; ma mi sia consentito di analizzare i fatti. L’imputata è accusata di avere scientemente costruito una campagna elettorale sfruttando l’immagine del proprio fondoschiena. Per la risonanza che la cosa ha avuto, tutti la indicano come un’abilissima manipolatrice e una fredda calcolatrice delle conseguenze delle proprie azioni. Non solo: in seguito al clamore suscitato e al fastidio da ella manifestato per le accuse subite, la signorina Bacchiddu è stata anche accusata di ipocrisia.
Intendo dimostrare l’infondatezza di tutte e tre le accuse.
La Prima. Si accusa la mia cliente di avere orchestrato una campagna elettorale mercificando il proprio corpo. Vostro onore, una campagna elettorale prevede il lancio continuo e ripetuto di messaggi ridondanti, variazioni sul tema, tormentoni, e lo sfruttamento di vari media per veicolarli: cartacei, audiovisivi, telematici.
Qui, invece, in quest’aula, stiamo parlando di una sola foto. Stiamo parlando delle conseguenze di una foto.
E che foto!
La mia assistita, vostro onore, ha preso una foto già esistente sulla sua pagina e l’ha, come si dice in gergo, ricondivisa, rilanciandola.
Non lo sapremo mai, ma se la signorina Bacchiddu si fosse limitata a questa semplice azione, nessuno si sarebbe accorto di nulla. Come non ci accorgiamo delle migliaia di foto che ogni secondo che passa ognuno dei nostri contatti rilancia e commenta sulla propria pagina. A proposito, lei ha un profilo Facebook, vostro onore?”

“Non è essenziale. Vada avanti la prego”

“Senz’altro. Dunque, dicevo che il gesto da cui ha avuto origine il tutto che ora noi siamo chiamati a giudicare, sarebbe nulla. Invece oggi stiamo dibattendo, noi tutti che siamo qui, dell’opportonità di una campagna elettorale. Cosa è tanto decisivo da trasformare una foto in una campagna elettorale? Questo: sotto la sua foto, una normale fotografia che la ritraeva in bikini, visibile sulla sua bacheca da almeno due anni, in cui neanche faceva la bocca a culo di gallina, ella ha scritto: “È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo. Votate L’altra Europa con Tsipras”.
Ancora una volta possiamo solo immaginare che, se avesse usato solo questa frase, senza riferimento alla foto, nulla sarebbe accaduto. Il problema è sorto poiché ella ha inteso riferirsi, con quella frase, alla foto. Rilevo che nessuna arrampicatrice politica abbia mai adottato simile strategia comunicativa. Aggiungo sommessamente che una Minetti o una Carfagna, solo per citare delle autorità del settore, non hanno mai usato il culo per fare campagna elettorale; semmai lo avranno usato per non dover sottoporsi a campagna elettorale alcuna, ed arrivare direttamente sugli scranni che a loro interessava occupare. Nessuna di loro si è mai sognata di chiosare una propria foto a culo nudo, con slogan del tipo “Abbasso la scala mobile” “Si al pacchetto Visentini” “Tremate tremate” ecc. Anzi, le loro foto discinte, rilanciate copiosamente da agenzie e pubblicitari, sono sempre state accompagnate dal vuoto pneumatico quanto a didascalie facenti riferimento alla politica. Già questo dovrebbe istillare in ognuno di noi il dubbio, vostro onore, che non siamo di fronte a un’abile manipolatrice ma ad altro genere di persona. Su quale sia questo genere, però, non ritengo necessario esprimermi. Andiamo avanti.
Sommessamente ricordo che la mia assistita non era candidata ad alcunché, ma anzi procacciava voti per altri. Questo aspetto è stato clamorosamente trascurato nella “formazione dei capi d’accusa” a cui tutti abbiamo assistito, fino a portare tutti noi ad assistere alla nascita di una “verità” mediatica che starebbe per trasformarsi in verità processuale, qualora la mia difesa non risultasse sufficiente a dimostrare l’innocenza dell’imputata. Troppi sono infatti convinti che la Bacchiddu abbia fatto male ad usare il proprio sedere per ottenere una poltrona. Questo, come ho già detto, è falso, non essendo ella candidata, ma viene ritenuto vero e contribuisce a mantenere in piedi il castello accusatorio.
Abbiamo visto che il gesto iniziale: il rilancio della foto già presente sulla pagina Facebook dell’imputata, e la scelta di indicare questa foto come veicolo di messaggi elettorali, non somiglia a nessun altra forma di mercimonio tra quelle cui siamo abituati in Italia.
Io, vostro onore, ne deduco che non somiglia al mercimonio perché non è “mercimonio”.

“Ah no, Avvocato? E come lo chiama, lei?”

“Come chiamo il presentare una propria immagine al pubblico annunciando cosa essa sia? Quindi rivolgendosi non a un qualcosa idealmente presente tra il pubblico, al bisogno da risvegliare là fuori, al desiderio da titillare nel cervello del cliente, bensì riferendosi all’immagine stessa? Non al prodotto da reclamizzare -La Tsipras- ma alla Réclame? Come intendo questa inversione del messaggio pubblicitario? Ironia, signor giudice. Ironia verso se stessi e il proprio ruolo. E verso il ruolo di quella lista, che voleva essere qualcosa di nuovo, e che alla fine si è rivelata il solito salotto per anime bella dalla tasca calda. In sostanza la Bacchiddu, si è presa per il culo da sola”.

-brusìo in aula. Qualcuno brontola sdegnato-

“Silenzio o faccio sgombrare l’aula dalle forze dell’ordine. Continui pure, avvocato”

“Certo, signor Giudice. Dicevo che l’imputata Bacchiddu ha avuto il suo bel daffare con chi le commissionò l’incarico. Appena vista la foto di un culo associata al simbolo della lista, la Spinelli è andata su tutte le furie. Il moto di sdegno si è allargato anche alle liste vicine. Ricordo i commenti infastiditi di molte “compagne” del PD, gridare allo scandalo e alla vergogna per questa campagna sessista e maschilista fatta da una donna sulla pelle delle donne. Mi sia consentito di segnalare che in diversi casi, queste ultime sono tra coloro che hanno gongolato divertite in questi giorni per l’arrivo del compagno Pedro. Di questo ho le prove certe: ho conservato gli screenshots degli stati di diverse militanti democratiche, per lo più Cuperliane, e li ho depositati in cancelleria.”

“Si si, ho visto. Ad alcune ho già chiesto l’amicizia… Ehm!”

“Ma vede, signor Giudice, si è trattato di critiche -se vogliamo- politiche, dettate da un retaggio femminista e alimentate, io credo, dal fatto che l’imputata e le sue accusatrici erano in campagna elettorale. Certo, il fatto che la stessa Spinelli, dopo aver fatto cacciare la Bacchiddu, abbia deciso di tenersi il seggio in Europa, dopo aver promesso che vi avrebbe rinunciato, non ha scandalizzato quanto il culo della mia cliente. E su questo andrebbe aperta una riflessione che non è il caso, qui, di sviluppare.
Diverso è stato il rumore creatosi fuori dall’agone per le Europee. Mi riferisco alla platea di Facebook e a quella della carta stampata e delle trasmissioni televisive. In questo contesto signor Giudice, si sono avute le reazioni più dure e impressionanti a quella che resta, lo ricordo, un’unica e singola foto che era sempre stata lì –inosservata- dove tutti l’abbiamo conosciuta, e che è finita sotto i riflettori -e ci è restata- solo perché il soggetto ritratto in essa ne ha parlato, dicendo in sostanza: “ecco come faccio campagna elettorale”. È ricorsivo, signor Giudice, capisce? È un messaggio volutamente autoreferenziale. Sul piano pubblicitario è una miscela esplosiva, perché manca completamente l’obiettivo e non di meno buca gli schermi e raggiunge un numero altissimo di persone, divenendo virale. Quello che colpisce è però la quantità di inversioni insita in questo fenomeno: la Rèclame che diventa oggetto di se stessa, la sorgente del messaggio che si trasforma prima in oggetto di desiderio e poi in accusata, il messaggio pubblicitario che diviene atto di accusa, il pubblico che diventa giudice. Nessuno che rimanga al suo posto cazzo!"

“Avvocato!”

“Mi scusi signor Giudice, non accadrà di nuovo.”

“Lo spero bene per lei. Vada avanti”

“Grazie. Dimostrato che la Bacchiddu non ha orchestrato alcuna campagna elettorale, vorrei smontare ora la seconda accusa, quella di essere un’abilissima calcolatrice. Signor Giudice, Signori, tutta questa storia dimostra a mio avviso la sprovvedutezza dell’imputata. Non è possibile procurarsi tanto danno, perdere un posto di portavoce, in virtù del quale ella faceva campagna elettorale per la lista Tsipras, ed essere contemporaneamente un’abile calcolatrice. L’imputata, al contrario, quando ha composto quel messaggio sulla propria bacheca, non aveva la più pallida idea di quello che stava per succedere. La poveretta, convinta come molti di noi che fuori dalla cerchia a noi familiare, il mondo se ne stia a debita distanza, ha commesso lo stesso errore di coloro che su Facebook si mandano a fare in culo convinti che nessuno li senta. Sicuramente la Privacy era settata su “pubblico”, ma se la Bacchiddu avesse voluto lanciare una campagna virale, avrebbe tenuto pronti non dico tanti, ma almeno cinque spot in serie, sparandoli tutti a poca distanza dal primo. Si fa così, di solito. Si gioca sulla ridondanza e sulla variazione, così che l’attenzione sia catturata proprio perché “distratta” da due sorgenti informative, da due segnali: quello che non varia e quello che varia. Ricorda, signor Giudice, il tormentone antiberlusconiano basato sul manifesto che recitava “meno tasse per tutti”?

“Cazzo se me lo ricordo”

“Ehm… Giudice”

“Ops, chiedo scusa. Vada pure avanti avvocato”

“Ricorda la serie che ne venne fuori: Meno tasse per Titti, meno tasse per Totti ecc?”

“ Cough! Cough”… Ehm, si, ricordo bene. E dunque?”

“Ecco, signor Giudice, quella sì che è una campagna pubblicitaria coi controzebedei, non quella della Bacchiddu, fatta di un unico messaggio -consistente in una vecchia foto- e in una autolesionistica didascalia che parla della foto. Questo dovrebbe essere sufficiente a convincervi che la Bacchiddu, per colpa solo sua, non sapeva quel che faceva, o non sapeva che l’effetto che lei immaginava sulla cerchia di amici era solo la punta dell’Iceberg, e che attorno, nascosto, c’era il resto del Web, il resto del mondo, quello che sta fuori dalla finestra di casa quando ci tiriamo i piatti o ci facciamo una scopata più rumorosa delle altre, informandone il vicinato a nostra insaputa.
E poi c’è la terza accusa, vostro onore. Quella di essere ipocrita.
Su questo non voglio aggiungere nulla, Signor Giudice. Se non che, forse, non è del tutto infondata. Chi fa il giornalista può commettere l’errore che ha commesso la Bacchiddu col primo messaggio, con quella foto. Ma deve essere in grado di riconoscere la tempesta che, pure inattesa, si scatena a partire da quel battito d’ali. Lei conosce l’effetto farfalla, signor Giudice?
…Signor Giudice….
Ehm.. Signor Giudice!”

“E… si, mi scusi! Pensavo. Diceva?”

“Dicevo, lei conosce l’effetto farfalla?”

“Si, credo di si. Ha a che fare con Belen?”

“No, non quello. Mi riferisco all’idea che una piccola variazione nello stato iniziale di un sistema complesso, può a cascata determinare grandi variazioni nell’evoluzione di quel sistema. Tradotto, significa che un colpo d’ala di farfalla, dato o non dato su una spiaggia del Pacifico, può causare o non causare una tempesta perfetta sul Mediterraneo”.

“Si, ne ho sentito parlare. E dunque?”

“E dunque. La Bacchiddu non poteva prevedere il casino che sarebbe successo dopo quella foto. Né poteva prevedere che la cosa sarebbe andata a suo danno. Ma una volta che il casino è scoppiato, la tempesta intendo, avrebbe dovuto riconoscerla senza tanti discorsi. Invece ha preferito provare a difendere quella sua scelta, e l’integrità delle intenzioni che l’hanno sostenuta all’inizio. Non sapeva, l’imputata, che anche un colpo d’ali di farfalla può fare tutto quel casino? Lei si sentiva innocente. Avrebbe dovuto sapere che a provocare la folla spesso si perde la vita, oppure la si salva ma si perde l’innocenza. Avrebbe dovuto, signor Giudice, avrebbe dovuto. Per questo, pur ritenendo che l’accusa di ipocrisia cadrà da sola, non ho intenzione di dire una parola di più, affinché questo accada. Né dirò nulla sul fatto che la mia assistita sia stata chiamata da Michele Santoro a condurre come partner la sua trasmissione, perché ritengo i due fatti non collegabili e il nuovo incarico non valutabile all’interno di questo processo.
Ho quasi finito, signor Giudice. Vorrei dire solo una cosa, che non cambierà la sostanza del processo”.

“Avvocato, io avrei anche da fare. E s’è fatta una certa. Veda di sbrigarsi”.

“C’è un colpevole, in tutta questa storia, ma non lo possiamo processare né condannare, essendo esso perennemente in stato di minorità, cosa che lo rende non perseguibile. É il pubblico. Esso in realtà, altri non è che il moderno travestimento di un organismo assai più antico, che tutti conosciamo e che da sempre fa da brodo primordiale alla politica e alle istituzioni su cui una società si regge. La folla. Essa è quel ventre in cui ritmicamente scivola ognuno di noi, anche quando non vuole, anche quando non lo sa. È un lavoro, quello di non essere folla, ed è utopia, l’idea di non esserlo mai.
Nessuno di noi, Signor Giudice, è in grado di vedere il suo essere folla, perché la folla, per definizione, non vede. La folla guarda, signor Giudice, come può fare un dinosauro. Intuisce movimenti, ombre, macchie di colore. La folla ha una primitiva sensibilità alle differenze, ma non possiamo dire che essa veda. “Vedere” vostro Onore, ha a che fare con “Idea”. Video-ideo, ha presente? Se vedo allora penso per idee. La folla non ha idee, ha solo ombre di idee, macchie colorate, scarti improvvisi, movimenti, ma essa, a rigor di termini, non vede.
Sente odori, questo sì. Non li elabora granché ma li sente. E da millenni la folla, quando sente l’odore di una donna, scatena la sua parte più famelica e più antica. Specie se quella donna ha deciso di avventurarsi, da sola, dove altre donne esitano a metter piede.
Ho finito”.

“No, lei non ha finito proprio per un cazzo, Avvoca’. Lei non se la cava così. Lei ora mi deve dire che bisogno aveva l’imputata di mettere una sua foto a culo nudo sulla sua bacheca, come una qualsiasi soubrette. Mi deve dire cosa c’entra il culo di una donna con i valori della lista per cui lavorava. E mi deve dire anche se le sembra giusto che in virtù del clamore ottenuto, la Bacchiddu sia ora stata chiamata da Santoro come collaboratrice, con tante brave giornaliste che ci sono, anche in Sardegna”.

Brusio, mugugni, applausi.

“Vede Signor Giudice, io non le so rispondere. Ho provato a spiegarmi, e credevo di esserci riuscito. Invece Lei ora mi ripresenta daccapo le stesse domande, come se io non avessi detto nulla. Mi viene in mente che Facebook sia proprio quello che dicono. Un luogo dove l’informazione circola già filtrata alla fonte. Non tanto dagli algoritmi di Zuckerberg, ma dal modo in cui ognuno di noi permette al proprio algoritmo di classificarlo in base ai suoi gusti. In modo che ciò che compare sulla propria bacheca, sia frutto di una selezione basata sui “like”; cosicché alla fine, quando alla sera, stanchi, ci connettiamo, possiamo immergerci in un mondo che per lo più ci piace, perché qualcuno ce lo ha costruito attorno in base ai nostri umori. E non dobbiamo neanche più fare lo sforzo di ascoltare opinioni diverse dalle nostre per provare a capire, perché sentiamo già abbastanza rumore durante il giorno, e quando stiamo su Facebook quello che ci serve è solo qualche coccola, e qualche conferma delle nostre idee”

“Non le consento, Avvocato. Si rimetta la toga! Il processo non è ancora finito”

“Si, vostro onore. È finito, e ho anche emesso la sentenza. Ora vado in bagno, mi chiudo, mi siedo sul cesso, mi connetto.
E la cancello dalle amicizie. Eccheccaz!
Anzi no, non la cancello. La blocco per un po’. Diciamo una settimana, e poi la sblocco di nuovo. Mi piace la musica che condivide. Arrivederci.”

https://www.youtube.com/watch?v=ETrK7fhFEPA

I pranzi di redazione di Sardegnablogger. Pillole dal reading del 29 agosto 2014. Vigne Surrau-Arzachena-Sardegna.

lunedì 1 settembre 2014

Succede (sembrava fosse un reading, invece era...)

Succede che in un pomeriggio di fine agosto che sembra settembre (giuro che affacciandomi dalla vetrata del salone, ho visto un rimorchio di trattore carico di casse d'uva nera appena vendemmiata), dicevo, capita che in un pomeriggio eccetera, io mi metta la giacca.
Io la giacca non me la metto praticamente mai. Meno di una volta all'anno, di norma.
E però ieri sapevo che ci voleva la giacca. Io me lo sentivo, che ci voleva la giacca.
Sono arrivato lì (Cantine Surrau, sulla strada per La Punga, si, insomma, per Santa Teresina, vabè, per Porto Cervo), e c'era ancora un'aria tranquilla. E così è rimasta. Anche quando sono arrivate le sei, e poi le sei e un quarto, e poi le sei e trentasei (il mio cellulare ha l'orologio sbilenco, ma più o meno...) e la gente era già seduta.
Tanta gente.
Tanta gente fresca e leggera, come non mi capitava di vedere da tempo. La folla ha sempre qualcosa di brutto, di pesante, di sgradevole. Ieri la folla è rimasta fuori anzi, manco si è vista, lasciando il posto a tutte quelle persone leggere e fresche -complice anche il condizionatore dei frati Demuro.
E alle sei e trentasette, ci siamo guardati e abbiamo detto: Iniziamo? Ajò, iniziamo. Ma poi non abbiamo iniziato. Eravamo un po' come i cavalli al Palio di Siena, che c'è una regola che non ho mai capito ma più o meno è che se non sono tutti in una certa posizione non possono partire, e se sembra che sono in posizione ma uno si sposta, gli altri si fermano.
Ma poi scocca l'attimo, che tutti lo aspettano e nessuno lo controlla da solo, in cui si inizia. Io a un certo punto ho visto Giorgioni scendere a testa bassa verso il tavolo che mi sembrava un cavallo (Giorgioni, non il tavolo) e lì ho capito che era l'ultimo cavallo che doveva entrare nel recinto e che poi saremmo partiti.
E infatti.
Ho aperto io. Con un inno al vino e al cibo della Sardegna (ma non solo), e alle parole che noi Sardi (ma mica solo noi) riusciamo a dirci nei momenti belli, e ho invitato tutti a brindare, e a ricordarsene sempre. E poi è partito il fiume. La gente rideva (ma rideva veramente, specialmente Gristolu Christophe Thibaudeau che ha fatto un Riding nel Reading, spettacolo puro), e poi piangeva (la gente, non Gristolu). Io, qualcuno toccarsi gli occhi facendo finta di niente, l'ho visto/a, cosa vi credete? Anzi, a un certo punto l'ho fatto anche io. E il fiume andava avanti, anche con gente come Marco Zurru e Roberto Bolognesi, che non se la potevano baliare che non c'erano, e neanche noi, e allora hanno mandato un video ed è stato come se ci fossero. Ma veramente. O come Daniele Gessa, che è venuto da Londra, no, dico, da Londra. E io ogni tanto mi giravo e vedevo le persone che c'erano alle 18.37, ed erano sempre lì, ferme, immobili. Sembrava che si potesse fermare la scena e sentire i cuori di tutti che battevano. Stavano fermi e ascoltavano. Ascoltavano. É bellissimo guardare le persone che ascoltano altre persone. In quel flusso di suoni e segni si nasconde e si protegge la storia degli esseri umani, e non solo quella. In mezzo alle parole poi c'era la musica, e due musicisti grandi e discreti, che hanno reso bellissima una cosa che già era bella. Pasquale, che si muoveva come un metronomo dal computer alla chitarra e dalla chitarra al computer, e Tony, che è rimasto fermo come un maestro di Kung Fu, che se crollava la sala lui non si sarebbe spostato, e nemmeno il suo sax. E infatti l'ho ribattezzato Sax and Zen.
E poi Giorgioni ha chiamato due amici vicino a lui e ha letto un pezzo che la gola mi si è stretta, e non riuscivo a ingoiare bene, e il respiro spingeva sul diaframma (o il contrario) e mi sentivo come se avessi un rospo in petto. Poi è finita. C'è stato un applauso che io ancora sorrido come un bambino se ci penso (come adesso che lo sto scrivendo). Era passata un'ora e mezza. E io ho guardato, e le persone erano ancora tutte lì. Anche quelle anziane e anche quelle giovanissime (che si sa che quando si rompono i coglioni prendono i piedi e spariscono). Tutti lì.
E mi viene da dire grazie di cuore a tutti quelli che c'erano, a tutti quelli che non c'erano ma c'erano lo stesso, a tutti quelli che non c'erano ma avrebbero voluto e a quelli che ci saranno (perché quella era solo la prima). E grazie alla Sardegna, e a Sardegnablogger. Che io una serata così bella, forse non me la sarei mai immaginata.
Prima.
Ora invece sì.

martedì 26 agosto 2014

EW ### **

Allora, poco fa, rientrando dal mare, a Caprera, Spiaggia del Relitto (in culo a Giove). Mi trovavo in salita, poco prima di uno spiazzo, fermo con la macchina perché altre macchine davanti a me tardavano a ripartire.
A un certo punto, da una di queste macchine, ferma, vola sull'asfalto un fazzoletto di carta, uno scottex.
Dò un bel colpo di clacson e il zozzo per tutta risposta ingrana e parte a missile.
Apro la portiera, raccolgo il fazzoletto e parto a razzo anche io.
Faccio per incollarmi al suo paraurti posteriore quando una macchina, con due vecchie non esattamente rock, esce dal parcheggio, si prende la precedenza, occupa la strada per far salire una terza vecchia slow e poi parte, con ritmo tibetano.
La strada è stretta, cerco di camminare più che posso fino a che, dopo un km, non scorgo il tipo che nel frattempo credeva di avermi seminato. Le vecchie guru si frappongono sempre tra me e il lanciatore di scottex.
Arriviamo finalmente vicino al ponte di Caprera, sull'unico rettilineo degno di questo nome in tutto l'arcipelago, e le anziane ascete si fanno al centro della strada occupando entrambe le corsie, mentre il tipo accelera e si allontana. Io cerco di superare ma quelle manco per l'anima; non solo, dal lato passeggero esce a un certo punto una mano che mi invita a vivere con calma.
Decido che non posso fare né il giustiziere né il fanatico, e neanche rompermi l'osso del collo o far fuori qualcuno; allora mi impongo di tallonare -si fa per dire- il tipo, fino all'ultima svolta utile per andare a casa mia, che comunque dista ancora 4 KM.
Dopo di ché, mi dico, se non riesco a fermarlo nel frattempo, superandolo con la macchina o suonando col clacson, entrambe cose un po' forti, vado a casa mia e scrivo un post.
Ecco, l'ho scritto.
P.S. 1 il numero di targa intero è a disposizione delle forze dell'ordine che dovessero leggere questo post. Scrivetemi in privato e ve lo mando. Il Fazzoletto l'ho conservato.
P.S. 2 Lo spiazzo in cui è avvenuto l'episodio si affaccia su uno degli angoli più belli di Caprera. Lo sguardo viaggia da Capo Ferro, praticamente Porto cervo, a Monte Moro, Punta Cugnana, Tre Monti, Le Saline ecc ecc. Proprio di fronte a chi guarda, a qualche centinaio di metri, esce dal mare un isolotto, che per una curiosa coincidenza si chiama "Il Porco".

P.S. 3 questo episodio mi è dispiaciuto molto. In macchina con me c'era la mia famiglia; i miei figli, seduti dietro, hanno seguito e partecipato a tutte le fasi dell'inseguimento, indignati ma anche divertiti per quello che stava succedendo. Nella macchina inquinadora c'era l'autista lanciacarta e, accanto a lui, credo, una donna. Dietro ho visto una testolina bionda, capelli lunghi. Avrà avuto l'età dei miei figli. Mi è dispiaciuto per lei.

lunedì 25 agosto 2014

Vivalamerica

Ho sentito spesso, in questi brutti ultimi giorni di gole aperte in mondovisione, di armamenti che partono da casa mia per aiutare l'ennesima fazione di menopeggio, di elenchi di bambini morti e di migranti annegati, che la colpa, in fondo, è degli Stati Uniti. Io credo sia vero. Ma in senso lato. Non è vero se per Stati Uniti si intende Obama (ai tempi di Allende e Pinochet succedevano cose simili e Obama non c'era) o la grande finanza o qualche fumosa lobby plutocratica o anche tutto ciò che si estende dal Messico al Canada. È vero se per Stati Uniti si intende l'intera civiltà occidentale e i suoi consumi, di cui gli USA sono da sempre, in qualche modo, la punta avanzata. Ecco, in quel senso è vero, è colpa degli Stati Uniti sia Gaza, sia l'impoverimento dell'Africa, sia l'ascesa di IS. Ma noi ci siamo dentro fino al collo. Proprio noi. Noi che possiamo avere caldo d'inverno e freddo d'estate. Noi che possiamo spostarci in aereo ovunque e non restiamo mai al buio e senz'acqua potabile (Abbanoa non fa testo). Noi che abbiamo i sindacati e la democrazia, televisioni e giornali da non capirci più nulla. Noi che moriamo di diritti, allergie e colesterolo alto. Che spendiamo quasi gli stessi soldi in fitness e psicoanalisi di quelli che spendiamo in bistecche. E che bistecche! Bistecche che per essere prodotte richiedono molta più acqua e cereali di qualsiasi bambino africano, e anche di qualsiasi adulto africano. Noi, ancora, che abbiamo eserciti che non ci entrano nelle case, ma che ci volano sulle teste per andare a bombardare altre case. Fuori dai confini. Magari ci rovinano le spiagge e localmente ci rendono estranei a casa nostra, ammazzando qua e là economie regionali in cambio di pace e sicurezza per tutti. Noi che vediamo la faccia dura di un giornalista coraggioso, uno di noi, prima che un altro (guarda caso, forse, anche lui uno di noi, cresciuto a bistecche) sta per aprirgli la gola davanti alle telecamere, per giocare poi a mostrare la sua testa come si fa con un porcino da record. Invece è una testa umana, e i pensieri cui faceva da culla non ci sono più. Noi. Siamo sempre noi. Quelli che se ci fanno le foto dal satellite di notte, siamo quelli illuminati. Ci avete fatto caso sicuramente. L'Europa, il Nord America e alcune parti dell'Asia e dell'Oceania, accese come lastre d'oro sotto il sole. L'Africa, invece, buia come l'Oceano, che per distinguerla dall'Oceano ci vuole quel filo dorato lungo le sue coste. Per il resto, l'Africa di notte non fa luce.
Ecco, per tutto quello che ho detto, e in molti altri sensi ancora, gli Stati Uniti siamo noi. E io mi sento colpevole per questo. Perché ora sto scrivendo da una casa sicura, col mio piccolo computer portatile, comodissimo e privatissimo. E domani andrò al lavoro e tra tre giorni arriva lo stipendio e potrò pagare la luce, l'acqua (si, ad Abbanoa) le tasse e le scarpe ai miei figli. E magari la sera, dopo una giornata stressante e velocissima, mi siederò al computer e leggerò la cazzate di quello stronzo di Salvini e di quelle merde che gli mettono “mi piace” e vorrebbero vedere tutti i neri in fondo al mare. E non potrò farci niente perché la democrazia è fatta così, consente a tutti di dire quello che vogliono, e prima di punire qualcuno per le sue cazzate ci vogliono secoli. L'importante è che sia io che loro possiamo comprarci una bistecca, se vogliamo. Io ad esempio più che le bistecche compro il Danacol, perché ho il colesterolo alto.
E quindi siamo Americani, cari miei. Perché stiamo bene più della maggior parte dei figli di questo pianeta, animali e piante a parte. E perché questo star bene è quello che in fondo ci muove, anche i più puri e i più onesti. Certo, la differenza tra me e quello stronzo di Salvini è che se io potessi decidere direi: Signori, impoveriamoci un po' e dividiamo meglio. Qualche bistecca in meno, un po' di caldo in più negli uffici in agosto, e molti morti in meno davanti a Lampedussa e molti IS in meno, anche, e gole che si riempiono di polvere e di luce in mondovisione. Ma la democrazia è anche questa, che io e Salvini contiamo più o meno uguale e più o meno zero (e anche Obama, io credo), e che si decide tutti insieme dove andare e perchè e come. E quindi, se stiamo andando all'inferno, è perchè in fondo l'abbiamo voluto noi. Che per tutti gli altri siamo l'America.

giovedì 21 agosto 2014

Il segnalibro e l'infinito


C’è sempre un momento speciale, quando leggo una storia che mi piace. È quello in cui, siano le pagine settanta o settecento, chiudo e mi accorgo che il segnalibro è esattamente a metà dello spessore del volume. Di solito la sensazione è un misto di contentezza, curiosità, impazienza, nostalgia, smarrimento. Un mondo sta da questa parte del segnalibro. Un altro, di cui so ancora poco ma su cui nutro certe aspettative, sta dalla parte opposta. I due mondi sono potenzialmente infiniti. Ognuno dei due è collegato, in qualche modo, a tutto ciò che esiste e a tutto ciò che può essere immaginato. Il primo in chiave di passato, di possibilità inespresse o solo non scoperte, l’altro in modalità futura, e contiene tutto ciò che ancora non è stato e forse sarà. Il segnalibro è come l’istante presente. È nel tempo ed è fuori dal tempo. È senza dimensione ma è tutto ciò che siamo, finché siamo. Borges, da qualche parte, ma non ricordo dove, parlava dell’istante presente come di ciò che eternamente è il centro del tempo, avendo un passato infinito da una parte e un futuro senza fine dall’altra. Minchia, e pensare che è lo scontrino del fruttivendolo e che stavo per buttarlo.

Il sangue non è acqua


La vicenda di Sadali è solo il milionesimo episodio che ci dovrebbe aiutare a riflettere su quanto è incasinato il tema dell’immigrazione. Ogni volta che lo affrontiamo abbiamo a che fare con morte, violenze, sofferenze. Ora, io non sono razzista, ma certe volte penso che quelli che protestano per la presenza degli stranieri, qualche ragione ce l’hanno. Innanzitutto quando parlano di lavoro. È una questione matematica, aritmetica. Se uno viene a lavorare in Italia, e il lavoro lo trova, quello sarà un posto di lavoro in meno per un altro (magari proprio un italiano) che dovrà restare disoccupato per più tempo.
Lo so che è brutto, ma è così. I numeri non mentono.
Inoltre, voglio dire, l’integrazione è difficile, a parte gli scherzi. Come si può pretendere che un essere umano, vissuto per quarant’anni in un paese ics, improvvisamente e senza magari gli adeguati strumenti culturali, possa assimilare modi di vita di un paese e di un popolo a lui completamente estranei? A questo proposito, a volte penso che in fondo forse è anche giusto chiedere –coi dovuti modi- che ogni straniero sia messo in condizione di tornarsene il prima possibile nel suo paese. Anche per una questione affettiva, voglio dire: immagino che un Senegalese ami il Senegal, un Romeno ami la Romania, uno Svizzero la Svizzera, più di quanto non amino l’Italia. E lo stesso vale per gli Italiani all’estero. Ecco, io penso che sia giusto che ogni straniero lasci l’Italia per tornare nel suo paese e che ogni Italiano lasci l’estero per tornare in Italia. Come dite? I posti di lavoro non basterebbero e saremmo punto e daccapo? Davvero? Hmm, non ci avevo pensato. Comunque, a parte questo, credo che in questo modo, con questo ritorno alle origini, ogni Nazione, ogni regione, anche il più piccolo paesello e anche ogni famiglia (ah.. la famiglia…) ritroverebbero un po’ dell’armonia perduta in questi anni di globalizzazione sfrenata che ci hanno fatto smarrire il senso della nostra identità. Anzi, ad essere ancora più precisi, non credo che gli Italiani all’estero debbano semplicemente tornare in Italia. Affatto. Credo che andrebbero deport… ehm, reimportati regione per regione e paese per paese. Si, bellissimo, i Romani a Roma, i Sardi in Sardegna, i Sanremesi a Sanremo, i Molisani nel Molise, i Pietrelcinesi a Pietrelcina e via dicendo.
Come? In Sardegna diventeremmo tre milioni? Ancora con ‘sta storia dei posti di lavoro? E basta! Una soluzione si trova. Come diceva quello? Dove si mangia in sei si mangia in sette. E poi, vuoi mettere il casino a Natale e a Pasqua? Certe mangiate! Certe imbriachère!
Dirò di più. Laddove fosse possibile, anche i discendenti fino, diciamo, alla seconda generazione, dovrebbero seguire le orme dei loro sfigati antenati e tornare nelle loro terre d’origine. Come dite? È un casino? E perché? Perché ormai siamo troppo mischiati? E cosa c’entra? Dove si può si fa, dove non si può si divide o si prende una decisione. Per esempio, i miei genitori erano tutti e due Maddalenini, e quindi dovrei starmene qui. Però, ecco, già con la seconda generazione mi troverei… insomma… i miei nonni erano uno del Bellunese e l’altro della Riviera di Levante. Le nonne invece, bah, una era nata qui ma aveva origini olbiesi, l’altra invece era proprio di Tempio, e quindi mi sa che mi toccherebbe trasferirmi. Tempio è bella eh, intendiamoci. Olbia anche. Potrei fare un po’ qui e un po’ lì. Ma coi nonni? I nonni uomini, intendo. Quello è un mezzo casino… Entrambi Italiani, per carità. Anzi, entrambi del Nord, certo. Erano scesi in Sardegna ai primi del Novecento per cercare lavoro. Il nonno ligure addirittura era sceso con mezzo paese. Cazzo, mezza Levanto si era trasferita qui, donne uomini bambini, famiglie intere. Tutti al sud fare gli scalpellini (le donne no). Non era rimasto più nessuno, praticamente.
Cos’è quel sorrisetto? Embè? Si, erano scesi in Sardegna dal Nord Italia a cercare lavoro. Non solo. Il nonno ligure, lo scalpellino, una volta ne era pure sceso in Africa a lavorare con tutta la ditta. Mi pare dovessero piazzare un monumento fatto con granito sardo doc, vicino alla diga di Assuan. E cosa c’è di strano? Come? Hanno tolto lavoro agli egiziani? E cosa c’entra? Bah! Dovevano andare e sono andati……….
Ma poi sono tornati, cazzo! Immigrazione al contrario? Perché, c’è anche un’immigrazione per il verso giusto? Voglio dire, se c’è immigrazione a rovescio ci sarà anche immigrazione al dritto. Come il razzismo, no? Ci sarà per forza un razzismo al dritto se c’è quello a rovescio; come quei quarantasette di Sadali che pure morendo di fame hanno rifiutato un posto in albergo, vitto e alloggio gratis. E se ne sono andati perché dice che a Sadali e in Sardegna non c’è niente. Come non c’è niente? Sarà meglio che morire in mezzo a una guerra o in mezzo al mare. Come? Volevano lavorare e non stare fermi in un albergo a non fare un cazzo? Ma và. Razzismo alla rovescio, altro che (alla rovescio o alla rovescia?)
Comunque, tornando a me, se passa la riforma dove me ne vado? In Liguria o sulle montagne del Veneto? Certo, dovendo scegliere bisognerebbe privilegiare la linea paterna.. sapete com’è.. il cognome… Padre/Patria. E certo, sennò si chiamava Matria.
Insomma, mi tocca il Veneto…
Belluno. Bellissimo! Le valli, le montagne, la neve….
La Lega…
Chissà a noi, ehm, sardi, come ci vedono lassù.
Boh, io vado. Al limite, se -male male che va- lì proprio non mi vogliono, poi me ne scendo in Africa.
Mio nonno ne parlava sempre bene.
Come dite? Immigrazione al contrario?
Nessuno è perfetto.