
“Quel culo è innocente, Vostro onore!
Signor giudice, si. Ritengo che il culo dell’imputata, la signorina
Bacchiddu, vada assolto dalle accuse che, per sineddoche, vengono mosse
ora a esso, ora alla titolare dello stesso.
Ritengo tutta la vicenda un clamoroso equivoco, dovuto a ben altre forze
in campo; ma mi sia consentito di analizzare i fatti. L’imputata è
accusata di avere scientemente costruito una campagna elettorale
sfruttando l’immagine del proprio fondoschiena. Per la risonanza che la
cosa ha avuto, tutti la indicano come un’abilissima manipolatrice e una
fredda calcolatrice delle conseguenze delle proprie azioni. Non solo: in
seguito al clamore suscitato e al fastidio da ella manifestato per le
accuse subite, la signorina Bacchiddu è stata anche accusata di
ipocrisia.
Intendo dimostrare l’infondatezza di tutte e tre le accuse.
La Prima. Si accusa la mia cliente di avere orchestrato una campagna
elettorale mercificando il proprio corpo. Vostro onore, una campagna
elettorale prevede il lancio continuo e ripetuto di messaggi ridondanti,
variazioni sul tema, tormentoni, e lo sfruttamento di vari media per
veicolarli: cartacei, audiovisivi, telematici.
Qui, invece, in quest’aula, stiamo parlando di una sola foto. Stiamo parlando delle conseguenze di una foto.
E che foto!
La mia assistita, vostro onore, ha preso una foto già esistente sulla
sua pagina e l’ha, come si dice in gergo, ricondivisa, rilanciandola.
Non lo sapremo mai, ma se la signorina Bacchiddu si fosse limitata a
questa semplice azione, nessuno si sarebbe accorto di nulla. Come non ci
accorgiamo delle migliaia di foto che ogni secondo che passa ognuno dei
nostri contatti rilancia e commenta sulla propria pagina. A proposito,
lei ha un profilo Facebook, vostro onore?”
“Non è essenziale. Vada avanti la prego”
“Senz’altro. Dunque, dicevo che il gesto da cui ha avuto origine il
tutto che ora noi siamo chiamati a giudicare, sarebbe nulla. Invece oggi
stiamo dibattendo, noi tutti che siamo qui, dell’opportonità di una
campagna elettorale. Cosa è tanto decisivo da trasformare una foto in
una campagna elettorale? Questo: sotto la sua foto, una normale
fotografia che la ritraeva in bikini, visibile sulla sua bacheca da
almeno due anni, in cui neanche faceva la bocca a culo di gallina, ella
ha scritto: “È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo.
Votate L’altra Europa con Tsipras”.
Ancora una volta possiamo solo immaginare che, se avesse usato solo
questa frase, senza riferimento alla foto, nulla sarebbe accaduto. Il
problema è sorto poiché ella ha inteso riferirsi, con quella frase, alla
foto. Rilevo che nessuna arrampicatrice politica abbia mai adottato
simile strategia comunicativa. Aggiungo sommessamente che una Minetti o
una Carfagna, solo per citare delle autorità del settore, non hanno mai
usato il culo per fare campagna elettorale; semmai lo avranno usato per
non dover sottoporsi a campagna elettorale alcuna, ed arrivare
direttamente sugli scranni che a loro interessava occupare. Nessuna di
loro si è mai sognata di chiosare una propria foto a culo nudo, con
slogan del tipo “Abbasso la scala mobile” “Si al pacchetto Visentini”
“Tremate tremate” ecc. Anzi, le loro foto discinte, rilanciate
copiosamente da agenzie e pubblicitari, sono sempre state accompagnate
dal vuoto pneumatico quanto a didascalie facenti riferimento alla
politica. Già questo dovrebbe istillare in ognuno di noi il dubbio,
vostro onore, che non siamo di fronte a un’abile manipolatrice ma ad
altro genere di persona. Su quale sia questo genere, però, non ritengo
necessario esprimermi. Andiamo avanti.
Sommessamente ricordo che la mia assistita non era candidata ad
alcunché, ma anzi procacciava voti per altri. Questo aspetto è stato
clamorosamente trascurato nella “formazione dei capi d’accusa” a cui
tutti abbiamo assistito, fino a portare tutti noi ad assistere alla
nascita di una “verità” mediatica che starebbe per trasformarsi in
verità processuale, qualora la mia difesa non risultasse sufficiente a
dimostrare l’innocenza dell’imputata. Troppi sono infatti convinti che
la Bacchiddu abbia fatto male ad usare il proprio sedere per ottenere
una poltrona. Questo, come ho già detto, è falso, non essendo ella
candidata, ma viene ritenuto vero e contribuisce a mantenere in piedi il
castello accusatorio.
Abbiamo visto che il gesto iniziale: il rilancio della foto già presente
sulla pagina Facebook dell’imputata, e la scelta di indicare questa
foto come veicolo di messaggi elettorali, non somiglia a nessun altra
forma di mercimonio tra quelle cui siamo abituati in Italia.
Io, vostro onore, ne deduco che non somiglia al mercimonio perché non è “mercimonio”.
“Ah no, Avvocato? E come lo chiama, lei?”
“Come chiamo il presentare una propria immagine al pubblico
annunciando cosa essa sia? Quindi rivolgendosi non a un qualcosa
idealmente presente tra il pubblico, al bisogno da risvegliare là fuori,
al desiderio da titillare nel cervello del cliente, bensì riferendosi
all’immagine stessa? Non al prodotto da reclamizzare -La Tsipras- ma
alla Réclame? Come intendo questa inversione del messaggio
pubblicitario? Ironia, signor giudice. Ironia verso se stessi e il
proprio ruolo. E verso il ruolo di quella lista, che voleva essere
qualcosa di nuovo, e che alla fine si è rivelata il solito salotto per
anime bella dalla tasca calda. In sostanza la Bacchiddu, si è presa per
il culo da sola”.
-brusìo in aula. Qualcuno brontola sdegnato-
“Silenzio o faccio sgombrare l’aula dalle forze dell’ordine. Continui pure, avvocato”
“Certo, signor Giudice. Dicevo che l’imputata Bacchiddu ha avuto il
suo bel daffare con chi le commissionò l’incarico. Appena vista la foto
di un culo associata al simbolo della lista, la Spinelli è andata su
tutte le furie. Il moto di sdegno si è allargato anche alle liste
vicine. Ricordo i commenti infastiditi di molte “compagne” del PD,
gridare allo scandalo e alla vergogna per questa campagna sessista e
maschilista fatta da una donna sulla pelle delle donne. Mi sia
consentito di segnalare che in diversi casi, queste ultime sono tra
coloro che hanno gongolato divertite in questi giorni per l’arrivo del
compagno Pedro. Di questo ho le prove certe: ho conservato gli
screenshots degli stati di diverse militanti democratiche, per lo più
Cuperliane, e li ho depositati in cancelleria.”
“Si si, ho visto. Ad alcune ho già chiesto l’amicizia… Ehm!”
“Ma vede, signor Giudice, si è trattato di critiche -se vogliamo-
politiche, dettate da un retaggio femminista e alimentate, io credo, dal
fatto che l’imputata e le sue accusatrici erano in campagna elettorale.
Certo, il fatto che la stessa Spinelli, dopo aver fatto cacciare la
Bacchiddu, abbia deciso di tenersi il seggio in Europa, dopo aver
promesso che vi avrebbe rinunciato, non ha scandalizzato quanto il culo
della mia cliente. E su questo andrebbe aperta una riflessione che non è
il caso, qui, di sviluppare.
Diverso è stato il rumore creatosi fuori dall’agone per le Europee. Mi
riferisco alla platea di Facebook e a quella della carta stampata e
delle trasmissioni televisive. In questo contesto signor Giudice, si
sono avute le reazioni più dure e impressionanti a quella che resta, lo
ricordo, un’unica e singola foto che era sempre stata lì –inosservata-
dove tutti l’abbiamo conosciuta, e che è finita sotto i riflettori -e ci
è restata- solo perché il soggetto ritratto in essa ne ha parlato,
dicendo in sostanza: “ecco come faccio campagna elettorale”. È
ricorsivo, signor Giudice, capisce? È un messaggio volutamente
autoreferenziale. Sul piano pubblicitario è una miscela esplosiva,
perché manca completamente l’obiettivo e non di meno buca gli schermi e
raggiunge un numero altissimo di persone, divenendo virale. Quello che
colpisce è però la quantità di inversioni insita in questo fenomeno: la
Rèclame che diventa oggetto di se stessa, la sorgente del messaggio che
si trasforma prima in oggetto di desiderio e poi in accusata, il
messaggio pubblicitario che diviene atto di accusa, il pubblico che
diventa giudice. Nessuno che rimanga al suo posto cazzo!"
“Avvocato!”
“Mi scusi signor Giudice, non accadrà di nuovo.”
“Lo spero bene per lei. Vada avanti”
“Grazie. Dimostrato che la Bacchiddu non ha orchestrato alcuna
campagna elettorale, vorrei smontare ora la seconda accusa, quella di
essere un’abilissima calcolatrice. Signor Giudice, Signori, tutta questa
storia dimostra a mio avviso la sprovvedutezza dell’imputata. Non è
possibile procurarsi tanto danno, perdere un posto di portavoce, in
virtù del quale ella faceva campagna elettorale per la lista Tsipras, ed
essere contemporaneamente un’abile calcolatrice. L’imputata, al
contrario, quando ha composto quel messaggio sulla propria bacheca, non
aveva la più pallida idea di quello che stava per succedere. La
poveretta, convinta come molti di noi che fuori dalla cerchia a noi
familiare, il mondo se ne stia a debita distanza, ha commesso lo stesso
errore di coloro che su Facebook si mandano a fare in culo convinti che
nessuno li senta. Sicuramente la Privacy era settata su “pubblico”, ma
se la Bacchiddu avesse voluto lanciare una campagna virale, avrebbe
tenuto pronti non dico tanti, ma almeno cinque spot in serie, sparandoli
tutti a poca distanza dal primo. Si fa così, di solito. Si gioca sulla
ridondanza e sulla variazione, così che l’attenzione sia catturata
proprio perché “distratta” da due sorgenti informative, da due segnali:
quello che non varia e quello che varia. Ricorda, signor Giudice, il
tormentone antiberlusconiano basato sul manifesto che recitava “meno
tasse per tutti”?
“Cazzo se me lo ricordo”
“Ehm… Giudice”
“Ops, chiedo scusa. Vada pure avanti avvocato”
“Ricorda la serie che ne venne fuori: Meno tasse per Titti, meno tasse per Totti ecc?”
“ Cough! Cough”… Ehm, si, ricordo bene. E dunque?”
“Ecco, signor Giudice, quella sì che è una campagna pubblicitaria coi
controzebedei, non quella della Bacchiddu, fatta di un unico messaggio
-consistente in una vecchia foto- e in una autolesionistica didascalia
che parla della foto. Questo dovrebbe essere sufficiente a convincervi
che la Bacchiddu, per colpa solo sua, non sapeva quel che faceva, o non
sapeva che l’effetto che lei immaginava sulla cerchia di amici era solo
la punta dell’Iceberg, e che attorno, nascosto, c’era il resto del Web,
il resto del mondo, quello che sta fuori dalla finestra di casa quando
ci tiriamo i piatti o ci facciamo una scopata più rumorosa delle altre,
informandone il vicinato a nostra insaputa.
E poi c’è la terza accusa, vostro onore. Quella di essere ipocrita.
Su questo non voglio aggiungere nulla, Signor Giudice. Se non che,
forse, non è del tutto infondata. Chi fa il giornalista può commettere
l’errore che ha commesso la Bacchiddu col primo messaggio, con quella
foto. Ma deve essere in grado di riconoscere la tempesta che, pure
inattesa, si scatena a partire da quel battito d’ali. Lei conosce
l’effetto farfalla, signor Giudice?
…Signor Giudice….
Ehm.. Signor Giudice!”
“E… si, mi scusi! Pensavo. Diceva?”
“Dicevo, lei conosce l’effetto farfalla?”
“Si, credo di si. Ha a che fare con Belen?”
“No, non quello. Mi riferisco all’idea che una piccola variazione
nello stato iniziale di un sistema complesso, può a cascata determinare
grandi variazioni nell’evoluzione di quel sistema. Tradotto, significa
che un colpo d’ala di farfalla, dato o non dato su una spiaggia del
Pacifico, può causare o non causare una tempesta perfetta sul
Mediterraneo”.
“Si, ne ho sentito parlare. E dunque?”
“E dunque. La Bacchiddu non poteva prevedere il casino che sarebbe
successo dopo quella foto. Né poteva prevedere che la cosa sarebbe
andata a suo danno. Ma una volta che il casino è scoppiato, la tempesta
intendo, avrebbe dovuto riconoscerla senza tanti discorsi. Invece ha
preferito provare a difendere quella sua scelta, e l’integrità delle
intenzioni che l’hanno sostenuta all’inizio. Non sapeva, l’imputata, che
anche un colpo d’ali di farfalla può fare tutto quel casino? Lei si
sentiva innocente. Avrebbe dovuto sapere che a provocare la folla spesso
si perde la vita, oppure la si salva ma si perde l’innocenza. Avrebbe
dovuto, signor Giudice, avrebbe dovuto. Per questo, pur ritenendo che
l’accusa di ipocrisia cadrà da sola, non ho intenzione di dire una
parola di più, affinché questo accada. Né dirò nulla sul fatto che la
mia assistita sia stata chiamata da Michele Santoro a condurre come
partner la sua trasmissione, perché ritengo i due fatti non collegabili e
il nuovo incarico non valutabile all’interno di questo processo.
Ho quasi finito, signor Giudice. Vorrei dire solo una cosa, che non cambierà la sostanza del processo”.
“Avvocato, io avrei anche da fare. E s’è fatta una certa. Veda di sbrigarsi”.
“C’è un colpevole, in tutta questa storia, ma non lo possiamo
processare né condannare, essendo esso perennemente in stato di
minorità, cosa che lo rende non perseguibile. É il pubblico. Esso in
realtà, altri non è che il moderno travestimento di un organismo assai
più antico, che tutti conosciamo e che da sempre fa da brodo primordiale
alla politica e alle istituzioni su cui una società si regge. La folla.
Essa è quel ventre in cui ritmicamente scivola ognuno di noi, anche
quando non vuole, anche quando non lo sa. È un lavoro, quello di non
essere folla, ed è utopia, l’idea di non esserlo mai.
Nessuno di noi, Signor Giudice, è in grado di vedere il suo essere
folla, perché la folla, per definizione, non vede. La folla guarda,
signor Giudice, come può fare un dinosauro. Intuisce movimenti, ombre,
macchie di colore. La folla ha una primitiva sensibilità alle
differenze, ma non possiamo dire che essa veda. “Vedere” vostro Onore,
ha a che fare con “Idea”. Video-ideo, ha presente? Se vedo allora penso
per idee. La folla non ha idee, ha solo ombre di idee, macchie colorate,
scarti improvvisi, movimenti, ma essa, a rigor di termini, non vede.
Sente odori, questo sì. Non li elabora granché ma li sente. E da
millenni la folla, quando sente l’odore di una donna, scatena la sua
parte più famelica e più antica. Specie se quella donna ha deciso di
avventurarsi, da sola, dove altre donne esitano a metter piede.
Ho finito”.
“No, lei non ha finito proprio per un cazzo, Avvoca’. Lei non se la cava
così. Lei ora mi deve dire che bisogno aveva l’imputata di mettere una
sua foto a culo nudo sulla sua bacheca, come una qualsiasi soubrette. Mi
deve dire cosa c’entra il culo di una donna con i valori della lista
per cui lavorava. E mi deve dire anche se le sembra giusto che in virtù
del clamore ottenuto, la Bacchiddu sia ora stata chiamata da Santoro
come collaboratrice, con tante brave giornaliste che ci sono, anche in
Sardegna”.
Brusio, mugugni, applausi.
“Vede Signor Giudice, io non le so rispondere. Ho provato a spiegarmi, e
credevo di esserci riuscito. Invece Lei ora mi ripresenta daccapo le
stesse domande, come se io non avessi detto nulla. Mi viene in mente che
Facebook sia proprio quello che dicono. Un luogo dove l’informazione
circola già filtrata alla fonte. Non tanto dagli algoritmi di
Zuckerberg, ma dal modo in cui ognuno di noi permette al proprio
algoritmo di classificarlo in base ai suoi gusti. In modo che ciò che
compare sulla propria bacheca, sia frutto di una selezione basata sui
“like”; cosicché alla fine, quando alla sera, stanchi, ci connettiamo,
possiamo immergerci in un mondo che per lo più ci piace, perché qualcuno
ce lo ha costruito attorno in base ai nostri umori. E non dobbiamo
neanche più fare lo sforzo di ascoltare opinioni diverse dalle nostre
per provare a capire, perché sentiamo già abbastanza rumore durante il
giorno, e quando stiamo su Facebook quello che ci serve è solo qualche
coccola, e qualche conferma delle nostre idee”
“Non le consento, Avvocato. Si rimetta la toga! Il processo non è ancora finito”
“Si, vostro onore. È finito, e ho anche emesso la sentenza. Ora vado in bagno, mi chiudo, mi siedo sul cesso, mi connetto.
E la cancello dalle amicizie. Eccheccaz!
Anzi no, non la cancello. La blocco per un po’. Diciamo una settimana, e
poi la sblocco di nuovo. Mi piace la musica che condivide.
Arrivederci.”