martedì 26 agosto 2014

EW ### **

Allora, poco fa, rientrando dal mare, a Caprera, Spiaggia del Relitto (in culo a Giove). Mi trovavo in salita, poco prima di uno spiazzo, fermo con la macchina perché altre macchine davanti a me tardavano a ripartire.
A un certo punto, da una di queste macchine, ferma, vola sull'asfalto un fazzoletto di carta, uno scottex.
Dò un bel colpo di clacson e il zozzo per tutta risposta ingrana e parte a missile.
Apro la portiera, raccolgo il fazzoletto e parto a razzo anche io.
Faccio per incollarmi al suo paraurti posteriore quando una macchina, con due vecchie non esattamente rock, esce dal parcheggio, si prende la precedenza, occupa la strada per far salire una terza vecchia slow e poi parte, con ritmo tibetano.
La strada è stretta, cerco di camminare più che posso fino a che, dopo un km, non scorgo il tipo che nel frattempo credeva di avermi seminato. Le vecchie guru si frappongono sempre tra me e il lanciatore di scottex.
Arriviamo finalmente vicino al ponte di Caprera, sull'unico rettilineo degno di questo nome in tutto l'arcipelago, e le anziane ascete si fanno al centro della strada occupando entrambe le corsie, mentre il tipo accelera e si allontana. Io cerco di superare ma quelle manco per l'anima; non solo, dal lato passeggero esce a un certo punto una mano che mi invita a vivere con calma.
Decido che non posso fare né il giustiziere né il fanatico, e neanche rompermi l'osso del collo o far fuori qualcuno; allora mi impongo di tallonare -si fa per dire- il tipo, fino all'ultima svolta utile per andare a casa mia, che comunque dista ancora 4 KM.
Dopo di ché, mi dico, se non riesco a fermarlo nel frattempo, superandolo con la macchina o suonando col clacson, entrambe cose un po' forti, vado a casa mia e scrivo un post.
Ecco, l'ho scritto.
P.S. 1 il numero di targa intero è a disposizione delle forze dell'ordine che dovessero leggere questo post. Scrivetemi in privato e ve lo mando. Il Fazzoletto l'ho conservato.
P.S. 2 Lo spiazzo in cui è avvenuto l'episodio si affaccia su uno degli angoli più belli di Caprera. Lo sguardo viaggia da Capo Ferro, praticamente Porto cervo, a Monte Moro, Punta Cugnana, Tre Monti, Le Saline ecc ecc. Proprio di fronte a chi guarda, a qualche centinaio di metri, esce dal mare un isolotto, che per una curiosa coincidenza si chiama "Il Porco".

P.S. 3 questo episodio mi è dispiaciuto molto. In macchina con me c'era la mia famiglia; i miei figli, seduti dietro, hanno seguito e partecipato a tutte le fasi dell'inseguimento, indignati ma anche divertiti per quello che stava succedendo. Nella macchina inquinadora c'era l'autista lanciacarta e, accanto a lui, credo, una donna. Dietro ho visto una testolina bionda, capelli lunghi. Avrà avuto l'età dei miei figli. Mi è dispiaciuto per lei.

lunedì 25 agosto 2014

Vivalamerica

Ho sentito spesso, in questi brutti ultimi giorni di gole aperte in mondovisione, di armamenti che partono da casa mia per aiutare l'ennesima fazione di menopeggio, di elenchi di bambini morti e di migranti annegati, che la colpa, in fondo, è degli Stati Uniti. Io credo sia vero. Ma in senso lato. Non è vero se per Stati Uniti si intende Obama (ai tempi di Allende e Pinochet succedevano cose simili e Obama non c'era) o la grande finanza o qualche fumosa lobby plutocratica o anche tutto ciò che si estende dal Messico al Canada. È vero se per Stati Uniti si intende l'intera civiltà occidentale e i suoi consumi, di cui gli USA sono da sempre, in qualche modo, la punta avanzata. Ecco, in quel senso è vero, è colpa degli Stati Uniti sia Gaza, sia l'impoverimento dell'Africa, sia l'ascesa di IS. Ma noi ci siamo dentro fino al collo. Proprio noi. Noi che possiamo avere caldo d'inverno e freddo d'estate. Noi che possiamo spostarci in aereo ovunque e non restiamo mai al buio e senz'acqua potabile (Abbanoa non fa testo). Noi che abbiamo i sindacati e la democrazia, televisioni e giornali da non capirci più nulla. Noi che moriamo di diritti, allergie e colesterolo alto. Che spendiamo quasi gli stessi soldi in fitness e psicoanalisi di quelli che spendiamo in bistecche. E che bistecche! Bistecche che per essere prodotte richiedono molta più acqua e cereali di qualsiasi bambino africano, e anche di qualsiasi adulto africano. Noi, ancora, che abbiamo eserciti che non ci entrano nelle case, ma che ci volano sulle teste per andare a bombardare altre case. Fuori dai confini. Magari ci rovinano le spiagge e localmente ci rendono estranei a casa nostra, ammazzando qua e là economie regionali in cambio di pace e sicurezza per tutti. Noi che vediamo la faccia dura di un giornalista coraggioso, uno di noi, prima che un altro (guarda caso, forse, anche lui uno di noi, cresciuto a bistecche) sta per aprirgli la gola davanti alle telecamere, per giocare poi a mostrare la sua testa come si fa con un porcino da record. Invece è una testa umana, e i pensieri cui faceva da culla non ci sono più. Noi. Siamo sempre noi. Quelli che se ci fanno le foto dal satellite di notte, siamo quelli illuminati. Ci avete fatto caso sicuramente. L'Europa, il Nord America e alcune parti dell'Asia e dell'Oceania, accese come lastre d'oro sotto il sole. L'Africa, invece, buia come l'Oceano, che per distinguerla dall'Oceano ci vuole quel filo dorato lungo le sue coste. Per il resto, l'Africa di notte non fa luce.
Ecco, per tutto quello che ho detto, e in molti altri sensi ancora, gli Stati Uniti siamo noi. E io mi sento colpevole per questo. Perché ora sto scrivendo da una casa sicura, col mio piccolo computer portatile, comodissimo e privatissimo. E domani andrò al lavoro e tra tre giorni arriva lo stipendio e potrò pagare la luce, l'acqua (si, ad Abbanoa) le tasse e le scarpe ai miei figli. E magari la sera, dopo una giornata stressante e velocissima, mi siederò al computer e leggerò la cazzate di quello stronzo di Salvini e di quelle merde che gli mettono “mi piace” e vorrebbero vedere tutti i neri in fondo al mare. E non potrò farci niente perché la democrazia è fatta così, consente a tutti di dire quello che vogliono, e prima di punire qualcuno per le sue cazzate ci vogliono secoli. L'importante è che sia io che loro possiamo comprarci una bistecca, se vogliamo. Io ad esempio più che le bistecche compro il Danacol, perché ho il colesterolo alto.
E quindi siamo Americani, cari miei. Perché stiamo bene più della maggior parte dei figli di questo pianeta, animali e piante a parte. E perché questo star bene è quello che in fondo ci muove, anche i più puri e i più onesti. Certo, la differenza tra me e quello stronzo di Salvini è che se io potessi decidere direi: Signori, impoveriamoci un po' e dividiamo meglio. Qualche bistecca in meno, un po' di caldo in più negli uffici in agosto, e molti morti in meno davanti a Lampedussa e molti IS in meno, anche, e gole che si riempiono di polvere e di luce in mondovisione. Ma la democrazia è anche questa, che io e Salvini contiamo più o meno uguale e più o meno zero (e anche Obama, io credo), e che si decide tutti insieme dove andare e perchè e come. E quindi, se stiamo andando all'inferno, è perchè in fondo l'abbiamo voluto noi. Che per tutti gli altri siamo l'America.

giovedì 21 agosto 2014

Il segnalibro e l'infinito


C’è sempre un momento speciale, quando leggo una storia che mi piace. È quello in cui, siano le pagine settanta o settecento, chiudo e mi accorgo che il segnalibro è esattamente a metà dello spessore del volume. Di solito la sensazione è un misto di contentezza, curiosità, impazienza, nostalgia, smarrimento. Un mondo sta da questa parte del segnalibro. Un altro, di cui so ancora poco ma su cui nutro certe aspettative, sta dalla parte opposta. I due mondi sono potenzialmente infiniti. Ognuno dei due è collegato, in qualche modo, a tutto ciò che esiste e a tutto ciò che può essere immaginato. Il primo in chiave di passato, di possibilità inespresse o solo non scoperte, l’altro in modalità futura, e contiene tutto ciò che ancora non è stato e forse sarà. Il segnalibro è come l’istante presente. È nel tempo ed è fuori dal tempo. È senza dimensione ma è tutto ciò che siamo, finché siamo. Borges, da qualche parte, ma non ricordo dove, parlava dell’istante presente come di ciò che eternamente è il centro del tempo, avendo un passato infinito da una parte e un futuro senza fine dall’altra. Minchia, e pensare che è lo scontrino del fruttivendolo e che stavo per buttarlo.

Il sangue non è acqua


La vicenda di Sadali è solo il milionesimo episodio che ci dovrebbe aiutare a riflettere su quanto è incasinato il tema dell’immigrazione. Ogni volta che lo affrontiamo abbiamo a che fare con morte, violenze, sofferenze. Ora, io non sono razzista, ma certe volte penso che quelli che protestano per la presenza degli stranieri, qualche ragione ce l’hanno. Innanzitutto quando parlano di lavoro. È una questione matematica, aritmetica. Se uno viene a lavorare in Italia, e il lavoro lo trova, quello sarà un posto di lavoro in meno per un altro (magari proprio un italiano) che dovrà restare disoccupato per più tempo.
Lo so che è brutto, ma è così. I numeri non mentono.
Inoltre, voglio dire, l’integrazione è difficile, a parte gli scherzi. Come si può pretendere che un essere umano, vissuto per quarant’anni in un paese ics, improvvisamente e senza magari gli adeguati strumenti culturali, possa assimilare modi di vita di un paese e di un popolo a lui completamente estranei? A questo proposito, a volte penso che in fondo forse è anche giusto chiedere –coi dovuti modi- che ogni straniero sia messo in condizione di tornarsene il prima possibile nel suo paese. Anche per una questione affettiva, voglio dire: immagino che un Senegalese ami il Senegal, un Romeno ami la Romania, uno Svizzero la Svizzera, più di quanto non amino l’Italia. E lo stesso vale per gli Italiani all’estero. Ecco, io penso che sia giusto che ogni straniero lasci l’Italia per tornare nel suo paese e che ogni Italiano lasci l’estero per tornare in Italia. Come dite? I posti di lavoro non basterebbero e saremmo punto e daccapo? Davvero? Hmm, non ci avevo pensato. Comunque, a parte questo, credo che in questo modo, con questo ritorno alle origini, ogni Nazione, ogni regione, anche il più piccolo paesello e anche ogni famiglia (ah.. la famiglia…) ritroverebbero un po’ dell’armonia perduta in questi anni di globalizzazione sfrenata che ci hanno fatto smarrire il senso della nostra identità. Anzi, ad essere ancora più precisi, non credo che gli Italiani all’estero debbano semplicemente tornare in Italia. Affatto. Credo che andrebbero deport… ehm, reimportati regione per regione e paese per paese. Si, bellissimo, i Romani a Roma, i Sardi in Sardegna, i Sanremesi a Sanremo, i Molisani nel Molise, i Pietrelcinesi a Pietrelcina e via dicendo.
Come? In Sardegna diventeremmo tre milioni? Ancora con ‘sta storia dei posti di lavoro? E basta! Una soluzione si trova. Come diceva quello? Dove si mangia in sei si mangia in sette. E poi, vuoi mettere il casino a Natale e a Pasqua? Certe mangiate! Certe imbriachère!
Dirò di più. Laddove fosse possibile, anche i discendenti fino, diciamo, alla seconda generazione, dovrebbero seguire le orme dei loro sfigati antenati e tornare nelle loro terre d’origine. Come dite? È un casino? E perché? Perché ormai siamo troppo mischiati? E cosa c’entra? Dove si può si fa, dove non si può si divide o si prende una decisione. Per esempio, i miei genitori erano tutti e due Maddalenini, e quindi dovrei starmene qui. Però, ecco, già con la seconda generazione mi troverei… insomma… i miei nonni erano uno del Bellunese e l’altro della Riviera di Levante. Le nonne invece, bah, una era nata qui ma aveva origini olbiesi, l’altra invece era proprio di Tempio, e quindi mi sa che mi toccherebbe trasferirmi. Tempio è bella eh, intendiamoci. Olbia anche. Potrei fare un po’ qui e un po’ lì. Ma coi nonni? I nonni uomini, intendo. Quello è un mezzo casino… Entrambi Italiani, per carità. Anzi, entrambi del Nord, certo. Erano scesi in Sardegna ai primi del Novecento per cercare lavoro. Il nonno ligure addirittura era sceso con mezzo paese. Cazzo, mezza Levanto si era trasferita qui, donne uomini bambini, famiglie intere. Tutti al sud fare gli scalpellini (le donne no). Non era rimasto più nessuno, praticamente.
Cos’è quel sorrisetto? Embè? Si, erano scesi in Sardegna dal Nord Italia a cercare lavoro. Non solo. Il nonno ligure, lo scalpellino, una volta ne era pure sceso in Africa a lavorare con tutta la ditta. Mi pare dovessero piazzare un monumento fatto con granito sardo doc, vicino alla diga di Assuan. E cosa c’è di strano? Come? Hanno tolto lavoro agli egiziani? E cosa c’entra? Bah! Dovevano andare e sono andati……….
Ma poi sono tornati, cazzo! Immigrazione al contrario? Perché, c’è anche un’immigrazione per il verso giusto? Voglio dire, se c’è immigrazione a rovescio ci sarà anche immigrazione al dritto. Come il razzismo, no? Ci sarà per forza un razzismo al dritto se c’è quello a rovescio; come quei quarantasette di Sadali che pure morendo di fame hanno rifiutato un posto in albergo, vitto e alloggio gratis. E se ne sono andati perché dice che a Sadali e in Sardegna non c’è niente. Come non c’è niente? Sarà meglio che morire in mezzo a una guerra o in mezzo al mare. Come? Volevano lavorare e non stare fermi in un albergo a non fare un cazzo? Ma và. Razzismo alla rovescio, altro che (alla rovescio o alla rovescia?)
Comunque, tornando a me, se passa la riforma dove me ne vado? In Liguria o sulle montagne del Veneto? Certo, dovendo scegliere bisognerebbe privilegiare la linea paterna.. sapete com’è.. il cognome… Padre/Patria. E certo, sennò si chiamava Matria.
Insomma, mi tocca il Veneto…
Belluno. Bellissimo! Le valli, le montagne, la neve….
La Lega…
Chissà a noi, ehm, sardi, come ci vedono lassù.
Boh, io vado. Al limite, se -male male che va- lì proprio non mi vogliono, poi me ne scendo in Africa.
Mio nonno ne parlava sempre bene.
Come dite? Immigrazione al contrario?
Nessuno è perfetto.

lunedì 18 agosto 2014

le parole inutili


Facevo colazione stamattina, davanti al mare. Primo giorno di lavoro dopo un po’ di ferie. Da solo, ancora addormentato, cercavo il ritmo giusto per ripartire. Distrattamente ascoltavo un notiziario che le casse sopra la mia testa diffondevano. 
Il mio orecchio ha afferrato al volo quella notizia. 
Un padre. Coltellate. Figlia uccisa. Diciotto mesi. Raptus.
Mi sono dovuto fermare.
E constatare che non riuscivo a dirmi nulla di sensato. Milioni di parole si potrebbero dire e si diranno. Milioni sono state dette ogni volta per cose simili. Eppure, quello che mi è sembrato chiaro stamattina, mentre l’estate si rimetteva in moto e le prime barche uscivano, è che la sequenza: Padre Coltellate Figlia uccisa Diciotto mesi Raptus, non ha senso. 
Per dargliene uno, rischio di toglierlo a tante altre cose. 
Quel gesto, quello, è impossibile.
Quando accade, il senso delle cose vibra, anzi, trema.
Un uomo è piantonato in ospedale. Altri uomini e donne stanno cercando di capire.
Io più che alzarmi, pagare e andare in ufficio, non sono riuscito a fare.
Forse scrivere (vivere?) è continuamente spostare il senso qua e là. 
E vedere se ci rimane.
Non possiamo non provare a darne uno, ma non possiamo darlo a ogni cosa.
Non riusciamo ad abbracciare tutto. 
Qualcosa resta fuori e fa paura.
Specialmente se per la fretta gli si da un nome che non vuol dire nulla.
Raptus.
Non vuol dire nulla.