Facevo colazione stamattina, davanti al mare. Primo giorno di lavoro dopo un po’ di ferie. Da solo, ancora addormentato, cercavo il ritmo giusto per ripartire. Distrattamente ascoltavo un notiziario che le casse sopra la mia testa diffondevano.
Il mio orecchio ha afferrato al volo quella notizia.
Un padre. Coltellate. Figlia uccisa. Diciotto mesi. Raptus.
Mi sono dovuto fermare.
E constatare che non riuscivo a dirmi nulla di sensato. Milioni di parole si potrebbero dire e si diranno. Milioni sono state dette ogni volta per cose simili. Eppure, quello che mi è sembrato chiaro stamattina, mentre l’estate si rimetteva in moto e le prime barche uscivano, è che la sequenza: Padre Coltellate Figlia uccisa Diciotto mesi Raptus, non ha senso.
Per dargliene uno, rischio di toglierlo a tante altre cose.
Quel gesto, quello, è impossibile.
Quando accade, il senso delle cose vibra, anzi, trema.
Un uomo è piantonato in ospedale. Altri uomini e donne stanno cercando di capire.
Io più che alzarmi, pagare e andare in ufficio, non sono riuscito a fare.
Forse scrivere (vivere?) è continuamente spostare il senso qua e là.
E vedere se ci rimane.
Non possiamo non provare a darne uno, ma non possiamo darlo a ogni cosa.
Non riusciamo ad abbracciare tutto.
Qualcosa resta fuori e fa paura.
Specialmente se per la fretta gli si da un nome che non vuol dire nulla.
Raptus.
Non vuol dire nulla.

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