martedì 25 marzo 2014

MARENOSTRUM



Chi è stato alle Cinque terre ha percorso probabilmente la Via dell’amore, un sentiero costiero che collega tra loro i due borghi di Manarola e Riomaggiore. Il nome è fastidioso, turistico, inutilmente mieloso, mentre il percorso è suggestivo: ci si sente stretti fra montagna e mare, tra acqua e terra, tra Europa e Mediterraneo. A destra il Mar Ligure, a sinistra una parete verticale di roccia e vegetazione in discesa. Un tempo quella strada non esisteva. E per andare da un paese all’altro si usava la barca. 
Ci sono stato nell’aprile del 2011. Avevo passato qualche giorno a Genova ed ero riuscito a visitare Levanto, il paese da cui proviene il mio cognome materno, Del Bene. Bellissimo, piccolo e molto ordinato. Antico, anche. Per anni ne avevo solo sentito parlare con nostalgia. Sulla porta di un locale sono stati riportati alla luce i visi degli avventori della locanda che si trovava proprio lì, non ricordo in quale anno del Cinquecento. Qualcuno aveva avuto l’idea di far ritrarre i suoi clienti abituali, gente che mangiava e beveva mentre il potere cercava di capire cosa fosse l’America. E quelle facce da liguri sono ancora lì a fare baldoria.
Forse discendo da una di quelle facce, e senza saperlo ne porto i cromosomi in giro per l’Italia. Forse no.
Ieri ho scoperto che la Via dell’amore l’ha percorsa anche Jean Claude Izzo. Chi ha letto Marinai perduti o la Trilogia di Fabio Montale, sentirà a questo punto una voce. La stessa che ho sentito io mentre, sfogliando quelle pagine, giravo con l’immaginazione per le vie di Marsiglia, annusando i vicoli come un cane. La stessa che sento quando ascolto la voce della Salgueiro o mi riguardo Mediterraneo di Salvatores. La stessa, credetemi, che sento quando sto in giro per Caprera in cerca di funghi, mi fermo e mi metto a guardare il mare, le isole dell’Arcipelago e la costa che va da Santa Teresa a Tavolara. Per non parlare di quanta Corsica vedo quando la giornata è limpida. Sembra strano, ma è possibile una visuale del genere senza bisogno di aerei né di navi per allontanarsi da terra.
Mi sono fatto l’idea che quella sia la voce del Mare di mezzo. Quello che in poco meno di diecimila anni ha ospitato il più straordinario e ricco impasto di popoli della storia dell’Umanità. Lo dice Braudel, mica io.
Questa storia, a noi Sardi ci riguarda in modo peculiare. Della mia isola-città, La Maddalena, sostengo da tempo che abbia subito una violenta imposizione di destini ad opera dei Savoia. Quando verso la fine del Settecento i piemontesi la occuparono (come avevano già fatto col resto della Sardegna), per sottrarla alle mire di francesi e genovesi, le calarono addosso una campana di vetro, recidendo o riducendo al minimo quel flusso naturale di popoli e cose da cui era nato il primo borgo. Era almeno dal Cinquecento, ma forse da sempre, che Corsi e Sardi usavano queste isolette come ponte per spostarsi tra le due isole madri. Faticosamente, ma un villaggio esisteva, quando arrivarono i piemontesi. Quello fu l’inizio di un’altra storia, che è poi quella che conosciamo: per esigenze politiche e militari nacque La Maddalena come la conoscete tutti. Il prezzo di quel battesimo fu il diradarsi dell’intreccio che, passando per le isole dell’Arcipelago, legava Sardegna e Corsica a livello di interiora e di sangue. Un destino simile ha riguardato la Sardegna in generale. Non ho ambizioni di indipendenza in senso stretto, né posso dire di non sentirmi italiano. Questo non mi impedisce di immaginare per la Sardegna un futuro più interessante di quello che finora le è stato proposto. Per alzare la campana di vetro che ci hanno calato addosso (anzi, le campane) occorre riprendere il mare. Il Mediterraneo non ha mai smesso di chiamare. Siamo nati lì, come sardi. Siamo sempre stati lì. Solo che ce ne siamo dimenticati. Marsiglia, Barcellona, il Maghreb, Palermo, la Grecia la Corsica, le Cinque terre e Levanto sono ancora al loro posto. Dobbiamo solo ricordarci di cosa siamo, di come abbiamo fatto ad arrivare fin qui. I Giganti di Monti Prama, tornati a casa dopo millenni di sepoltura e dopo anni di vagabondaggio, mi sembrano di buon auspicio. 
Non siamo solo Sardi. Non siamo nemmeno solo italiani, ci mancherebbe.
Siamo fondamentalmente Mediterranei, io credo.
Ci tocca provare ad esserlo fino in fondo.

sabato 8 marzo 2014

Gregory Bateson, la prudenza degli angeli e il mare di Montale


Gregory Bateson è stato e resta il mio autore preferito in quel campo immenso e poco definito in cui si mischiano scienza, filosofia e arte. 
È morto nel 1980, a 76 anni, dopo aver girato il mondo ed essersi occupato di tutto. Biologia, antropologia, etologia, psichiatria, estetica, filosofia e pragmatica della comunicazione, cibernetica, ecologia, sacro.
Ha spaziato su tutti questi campi mosso da alcune idee di base, che gli hanno consentito di trovare analogie strutturali profonde lì dove ogni disciplina e ogni specialista sembrano accontentarsi della specializzazione esasperata e della distanza tra saperi.
Mentre sapere e imparare sono, innanzitutto, delle forme di vita.
Ogni tanto, diciamo almeno una volta all’anno, qualunque cosa stia facendo o leggendo in quel periodo, prendo uno dei suoi libri, lo apro a caso e comincio a leggere. Rispetto all’accumulo di abitudini, nozioni, immagini, progetti, aspettative, timori, programmi che normalmente ingombra le mie giornate, leggere Bateson mi fa lo stesso effetto di un defrag. Crea spazio dove regnava il disordine.
Credo che a molti faccia l’effetto opposto.
Ma cosa ha fatto di così scandaloso Bateson?
Ha immaginato l’uomo all’interno di un ecosistema totale dal quale, durante gli ultimi tre (dieci?, venticinque?) secoli, scienziati e teologi hanno fatto di tutto per estrarlo vivo.
L’idea di fondo è che la coscienza, la nostra coscienza di individui (e di specie) con il vizio del dominio, sia tossica per il pianeta un po’ come certe sostanze lo sono per gli organismi e certi squilibri lo sono per i sistemi. Anche la tossicità, come per i veleni è una questione di soglia. Come diceva Paracelso, è la dose che fa, o non fa il veleno.
Nel caso della coscienza, è la finalità che fa il veleno.
Per Bateson la natura è una gigantesca metafora, una rete di metafore che comunicano tra loro usando altre metafore. Un luogo dove ogni cosa allude a tutte le altre, nel senso che le richiama, fa loro da eco, ne porta in giro, reinterpretato, il modello. Pensate alla somiglianza tra uno scimpanzé e un gorilla, o a quella, più labile, tra un granchio e una tartaruga. Diluendo diluendo si può arrivare lontano e tuttavia continuare ad osservare analogie e somiglianza di strutture anche, tanto per dire, tra un albero e un orso. O tra una famiglia e un branco.
Nulla di magico né di spirituale, in tutto questo. I discepoli della New age hanno invano tentato di arruolare Bateson tra i loro maestri, ricevendo in cambio la metà delle critiche che lui riservava ai sostenitori del vecchio modello dualistico cartesiano, quello che spaccava il mondo di netto, isolando lo spirito dalla materia, l’anima dal corpo, il sapere dall’essere, alla fine. L’altra metà delle critiche era per i suoi colleghi scienziati, quelli per cui studiare significa, prima o poi, isolare dal contesto e modellare i fenomeni sezionati per farli coincidere con sequenze di causa-effetto, descrivibili secondo la logica formale. Quelli cui piace avventurarsi in territori la cui violazione non rende più saggi, né più intelligenti, né immortali; territori su cui camminano gli stolti, ma dove “gli angeli esitano a metter piede”. È un verso di Alexander Pope, ma usato così da Bateson ci sta benissimo. 
A Bateson invece non piaceva tanto la logica formale; a lui piacevano le metafore, il loro continuo ricombinarsi e riconfigurarsi all'interno di metafore più grandi.
È come se proprio questo ribollire di metafore fosse la colla che tiene tutto insieme dentro la metafora principale. Che ha una caratteristica, a tutti i livelli: se si fa male guarisce da sola. A differenza di una Ferrari, o di un i-Pad, “la Creatura” (il mondo del vivente) è in grado di autoriparazioni sorprendenti quanto normali.
Qui interviene la coscienza col suo veleno. Che poi il problema non sarebbe tanto la coscienza, quanto quella disposizione d’animo tipica solo dell’uomo, di ragionare in termini di cause ed effetti, di finalità, di obiettivi e di conquiste. E il danno lo fa proprio questo indicare una fine, una finalità, un finale. Perché un finale vero non c’è, nella metafora. C’è uno spostarsi, un riflettersi a vicenda, un raccontare in termini di “come se”. E c’è un tornare continuo dalle foglie alla carne, dalla carne ad altra carne, da questa alla terra, alle foglie, alla carne, dove anche la morte, alla fine, è un “come se”, un momento del giro all'interno di giri più grandi. Mica una banalissima fine.
Non so se avete presente Montale, come finisce la poesia Maestrale, che sta dentro Ossi di seppia. Finisce così: 
"sotto l'azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
più in là "!

mercoledì 5 marzo 2014

QUESTA È UNA LETTERA D'AMORE

Cara Francesca Barracciu 
Chissà cosa sta succedendo a Roma in queste ore, e chissà se quando leggerai questa lettera sarai ancora sottosegretario. Se ti scrivo, e mi sbilancio con idee, nome, cognome e foto profilo col cappello da Zorro, è perché sono assolutamente sicuro che io certe cose te le debba dire, e che debba farlo pubblicamente.
Io credo che tu debba dimetterti prima che ti dimettano gli altri.
È bene che tu lo faccia, mettendo da parte considerazioni egoistiche (lo dico col rispetto che si deve all’ambizione legittima che muove ognuno di noi, anche se c’è chi è più mobile e chi lo è meno). Sono tempi in cui milioni di laureati, professionisti, genitori, disoccupati, precari, impiegati a rischio licenziamento e così via, non capiscono in base a quali forze maggiori, a quali armonie segrete, una persona debba poter passare da un posto di potere ad un altro con la sola forza delle punte dei piedi. Tu hai puntato i piedi per difendere il tuo percorso, forse anche per proteggere la tua persona, in qualche modo, dalle conseguenze delle indagini sui rimborsi. Umanamente lo capisco. Penso lo capiscano in tanti. Sul piano della civiltà di cui avremmo bisogno, però, la tua permanenza in quell’incarico è inaccettabile. Non è bene che qualcuno diventi sottosegretario o ministro o presidente di Regione “per forza”. Sarebbe ingiusto.
Lo sono tante altre cose, verrebbe facile dire. Certo. Ma tu ora hai la possibilità di prendere una di queste cose –la tua vicenda- e orientarla verso un orizzonte diverso. Restando in quell’incarico non potrai fare per la Sardegna e per l’Italia niente di particolarmente salutare, atteso che quello che serve oggi a tutti noi, e ci servirà fino a quando saremo usciti da questa crisi totale, è una serie di gesti di rottura che possano indicare, letteralmente, che qualcosa di meglio è possibile. Ci vuole il coraggio di essere sorprendenti, e chi sta in alto può sorprendere e fare molto bene solo se compie atti “giusti”.
Cosa sarà del tuo caso giudiziario lo sapremo solo tra qualche tempo. Spero che non ti accada nulla. Cosa c’è alla base di quelle indagini, invece, lo sai solo tu.
Quello che invece sappiamo tutti noi, per ora, è che la politica, con il suo normale svolgersi quotidiano, ancora una volta è incappata nell’operato della magistratura. Non so se tu riesca a capire quanto, per dei cittadini, possa essere disperante e deprimente questo continuo inciampare dei propri rappresentanti. Credimi, lo è.
Non pensare solo ai voti che sei stata capace di prendere in passato. Non hanno un valore eterno. Non significano che hai il diritto di gestire il potere a prescindere da tutto il resto. Ora quei voti non li prenderesti più, come non li prenderebbero più molti di coloro che sono stati in auge durante la tua stessa stagione. Il dato dell’astensionismo alle ultime regionali è qualcosa che si può contrastare, ripeto, solo con atti giusti e sorprendenti: l’unica cosa che possa convincere persone che ormai non si sorprendono più di nulla, a tornare a votare.
Rinuncia a quell’incarico, dai un segnale che “stona” con le litanie cui siamo abituati. In molti rifletteranno sul tuo gesto e questo per la Sardegna sarà un bene, non so quanto grande, ma sarà un bene.
Queste righe, se per qualche motivo tu decidessi di rimuoverle dalla tua pagina, o se per qualche motivo io non riuscissi a postarle, potrai trovarle anche sulla pagina FB di Sardegnablogger. È gestita da un gruppo di persone col pallino della scrittura, della Sardegna e della politica fatta per bene. Te lo dico perché credo tu possa trovare interessanti molte delle cose che su quella pagina vengono scritte, dai redattori e dai lettori.
Come dice il titolo, questa è una lettera d’amore.
Per i miei figli.
Ti saluto cordialmente
Luca Ronchi

domenica 2 marzo 2014

Ombre Rosse

Mi piace moltissimo Michele Serra. Leggo sempre volentieri le sue Amache su Repubblica e le trovo dei piccoli capolavori di acume e capacità di sintesi.
Nell’Amaca del 1 marzo Serra ha parlato della “sindrome dell’uomo forte” che ammalora  gli italiani. Sarebbe la tendenza di noialtri a buttarci nelle braccia del salvatore di turno, quando le cose si mettono male.
C’è qualche passaggio nel suo ragionamento che non mi convince.
Serra definisce questa “un’idea di destra”. Lui, solitamente lucido anche nell’autocritica, in questo caso mi sembra vittima di una sindrome tipicamente italiana ma di sinistra: l’incapacità di usare gli specchi; la sinistra italiana (che per sua stessa mano sta diventando un ossimoro, tipo “un quadrato rotondo”) è una specie di Dorian Gray che fa tutto al contrario: invecchia e continua a guardare il suo ritratto da giovane come se fosse uno specchio.
Si sa che i ritratti, specie quelli di famiglia, sono fatti apposta per ricordare le cose belle sorvolando su quelle brutte. Ma il vizio di sognare l’uomo forte –vizio che nel ritratto della sinistra non c’è-  è una cosa che ci appartiene; o meglio, sarà pure un’idea di destra, parlando in astratto, ma nel concreto della nostra Italia riguarda da sempre anche la sinistra. È semplicemente una cosa da italiani, altro che politica, l’abitudine a cercare protezione nel padre nobile come nel signorotto di turno. Ed essere di sinistra non preserva neanche un po’. Anzi…
Purtroppo o per fortuna, però, padri nobili a sinistra non se ne vede da un pezzo. E allora ci si consola con quello che è stato, evocando fantasmi nella speranza che serva a qualcosa. Mi basta fare due nomi su tutti: Berlinguer e Pertini.
Si può obiettare che nessuno dei due, nel momento di massima fortuna, è mai stato “forte” nel senso in cui lo erano Mussolini, Craxi, Berlusconi, e che sognare un nuovo Berlinguer o un nuovo Pertini non ha nulla a che vedere con la sindrome di cui parla Serra. Intanto però, sempre rimanendo a Serra e alle sue parole, basta che al termine “forte” sostituiamo “salvifico” e che spostiamo l’attenzione dal Messia di turno ai suoi fans, e ci accorgiamo che dentro questo problema noi di sinistra ci sguazziamo alla grande. Siamo perennemente in cerca di un qualche Gesù. Magari ateo, ma che sia in grado di farci sognare.
Qualche riga sopra ho evocato senza rendermene conto, o meglio, l’ho evocato proprio mentre tentavo di esorcizzarlo, un indizio chiaro di tutto questo. In preda a quel vizio che ci fa sentire i migliori solo perché professiamo idee migliori, per indicare esempi di “uomo della provvidenza” ho nominato a colpo sicuro quelli che considero il peggio del peggio: Mussolini, Craxi e Berlusconi. Poi ho sentito una specie di brivido, quando ho realizzato che questi tre loschi figuri erano socialisti.
Cazzo c’entra? direte voi.
Cazzo c’entrano questi col socialismo?! dico io.
Ora, lasciamo pendere… pardon… perdere il primo, ma gli altri due sono figli di una lacerazione, una delle tante che sulla falsariga di quella del ’21 hanno ribadito l’immaturità politica della Sinistra italiana. Mi riferisco alla “questione morale” e alla “purezza” dietro cui quasi tutta la sinistra doc si è letteralmente imboscata, lasciando l’Italia nelle mani di una banda di ladri. Si poteva provare a rimboccarsi le maniche e a trasformare, già dagli anni 70, questo paese in qualcosa di moderno. Invece è risultato più comodo lasciare tutto così: c’erano le risorse, c’era chi sapeva drenarle e distribuirle a pioggia, c’erano milioni di posti fissi, c’erano le pensioni dopo 19 anni sei mesi e un giorno, e così ci siamo messi comodi. Abbiamo preferito stare seduti e fermi di fronte al ritratto che ci diceva quanto eravamo belli e puri, mentre tutto intorno il mondo cambiava, l’Italia invecchiava e noi invecchiavamo con lei. Nel frattempo, in un crescendo pauroso da allora fino a oggi, a ogni elezione abbiamo visto persone di sinistra cercare voti per signorotti minuscoli, ma pur sempre signorotti e comunque di sinistra anche loro, in grado di garantire loro vantaggi personali.
Tornando ai due grandi che ho nominato sopra, Berlinguer e Pertini, e per provare a chiudere il cerchio, confesso che la loro adorazione mediatica, fatta di foto e frasi retoriche più o meno vere, mi provoca fastidio. Non per loro, che come tutti i grandi del passato meriterebbero sempre lo sforzo -di più, l’omaggio- di essere lasciati in pace e rispettati per quello che furono nel loro tempo; il fastidio è per questo nostro rotolarci continuo in una lotta inesistente tra bene e male, tra angeli e mostri, tra eroi e delinquenti, senza uscire mai dalla favola e farsi carico finalmente di un pezzettino di realtà, quella che ci spetterebbe provare a cambiare, come individui che consumano, respirano, votano, sperano, inquinano, producono e debbono provare a dire la loro. Invece siamo ancora qui a fare i conti con la tentazione di essere puri, alimentando anche noi, ma in segreto, il mercato dei voti di scambio. In questo senso, la longevità della classe politica è la prova che ci inchioda tutti e le resistenze pavloviane al cambiamento sono solo il normale corollario a tutto questo. La realtà reale non sappiamo cambiarla e continuiamo a cercare, noi italiani, anche quelli bravi, anche quelli in fondo per bene, un signorotto o un Messia a cui appoggiarci.

In questo cazzo di età feudale che non si decide a passare.