sabato 8 marzo 2014

Gregory Bateson, la prudenza degli angeli e il mare di Montale


Gregory Bateson è stato e resta il mio autore preferito in quel campo immenso e poco definito in cui si mischiano scienza, filosofia e arte. 
È morto nel 1980, a 76 anni, dopo aver girato il mondo ed essersi occupato di tutto. Biologia, antropologia, etologia, psichiatria, estetica, filosofia e pragmatica della comunicazione, cibernetica, ecologia, sacro.
Ha spaziato su tutti questi campi mosso da alcune idee di base, che gli hanno consentito di trovare analogie strutturali profonde lì dove ogni disciplina e ogni specialista sembrano accontentarsi della specializzazione esasperata e della distanza tra saperi.
Mentre sapere e imparare sono, innanzitutto, delle forme di vita.
Ogni tanto, diciamo almeno una volta all’anno, qualunque cosa stia facendo o leggendo in quel periodo, prendo uno dei suoi libri, lo apro a caso e comincio a leggere. Rispetto all’accumulo di abitudini, nozioni, immagini, progetti, aspettative, timori, programmi che normalmente ingombra le mie giornate, leggere Bateson mi fa lo stesso effetto di un defrag. Crea spazio dove regnava il disordine.
Credo che a molti faccia l’effetto opposto.
Ma cosa ha fatto di così scandaloso Bateson?
Ha immaginato l’uomo all’interno di un ecosistema totale dal quale, durante gli ultimi tre (dieci?, venticinque?) secoli, scienziati e teologi hanno fatto di tutto per estrarlo vivo.
L’idea di fondo è che la coscienza, la nostra coscienza di individui (e di specie) con il vizio del dominio, sia tossica per il pianeta un po’ come certe sostanze lo sono per gli organismi e certi squilibri lo sono per i sistemi. Anche la tossicità, come per i veleni è una questione di soglia. Come diceva Paracelso, è la dose che fa, o non fa il veleno.
Nel caso della coscienza, è la finalità che fa il veleno.
Per Bateson la natura è una gigantesca metafora, una rete di metafore che comunicano tra loro usando altre metafore. Un luogo dove ogni cosa allude a tutte le altre, nel senso che le richiama, fa loro da eco, ne porta in giro, reinterpretato, il modello. Pensate alla somiglianza tra uno scimpanzé e un gorilla, o a quella, più labile, tra un granchio e una tartaruga. Diluendo diluendo si può arrivare lontano e tuttavia continuare ad osservare analogie e somiglianza di strutture anche, tanto per dire, tra un albero e un orso. O tra una famiglia e un branco.
Nulla di magico né di spirituale, in tutto questo. I discepoli della New age hanno invano tentato di arruolare Bateson tra i loro maestri, ricevendo in cambio la metà delle critiche che lui riservava ai sostenitori del vecchio modello dualistico cartesiano, quello che spaccava il mondo di netto, isolando lo spirito dalla materia, l’anima dal corpo, il sapere dall’essere, alla fine. L’altra metà delle critiche era per i suoi colleghi scienziati, quelli per cui studiare significa, prima o poi, isolare dal contesto e modellare i fenomeni sezionati per farli coincidere con sequenze di causa-effetto, descrivibili secondo la logica formale. Quelli cui piace avventurarsi in territori la cui violazione non rende più saggi, né più intelligenti, né immortali; territori su cui camminano gli stolti, ma dove “gli angeli esitano a metter piede”. È un verso di Alexander Pope, ma usato così da Bateson ci sta benissimo. 
A Bateson invece non piaceva tanto la logica formale; a lui piacevano le metafore, il loro continuo ricombinarsi e riconfigurarsi all'interno di metafore più grandi.
È come se proprio questo ribollire di metafore fosse la colla che tiene tutto insieme dentro la metafora principale. Che ha una caratteristica, a tutti i livelli: se si fa male guarisce da sola. A differenza di una Ferrari, o di un i-Pad, “la Creatura” (il mondo del vivente) è in grado di autoriparazioni sorprendenti quanto normali.
Qui interviene la coscienza col suo veleno. Che poi il problema non sarebbe tanto la coscienza, quanto quella disposizione d’animo tipica solo dell’uomo, di ragionare in termini di cause ed effetti, di finalità, di obiettivi e di conquiste. E il danno lo fa proprio questo indicare una fine, una finalità, un finale. Perché un finale vero non c’è, nella metafora. C’è uno spostarsi, un riflettersi a vicenda, un raccontare in termini di “come se”. E c’è un tornare continuo dalle foglie alla carne, dalla carne ad altra carne, da questa alla terra, alle foglie, alla carne, dove anche la morte, alla fine, è un “come se”, un momento del giro all'interno di giri più grandi. Mica una banalissima fine.
Non so se avete presente Montale, come finisce la poesia Maestrale, che sta dentro Ossi di seppia. Finisce così: 
"sotto l'azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
più in là "!

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