Mi piace moltissimo Michele Serra. Leggo sempre
volentieri le sue Amache su Repubblica e le trovo dei piccoli capolavori di
acume e capacità di sintesi.
Nell’Amaca del 1 marzo Serra ha parlato della “sindrome
dell’uomo forte” che ammalora gli
italiani. Sarebbe la tendenza di noialtri a buttarci nelle braccia del
salvatore di turno, quando le cose si mettono male.
C’è qualche passaggio nel suo ragionamento che non mi
convince.
Serra definisce questa “un’idea di destra”. Lui, solitamente
lucido anche nell’autocritica, in questo caso mi sembra vittima di una sindrome
tipicamente italiana ma di sinistra: l’incapacità di usare gli specchi; la sinistra
italiana (che per sua stessa mano sta diventando un ossimoro, tipo “un quadrato
rotondo”) è una specie di Dorian Gray che fa tutto al contrario: invecchia e
continua a guardare il suo ritratto da giovane come se fosse uno specchio.
Si sa che i ritratti, specie quelli di famiglia, sono
fatti apposta per ricordare le cose belle sorvolando su quelle brutte. Ma il vizio
di sognare l’uomo forte –vizio che nel ritratto della sinistra non c’è- è una cosa che ci appartiene; o meglio, sarà
pure un’idea di destra, parlando in astratto, ma nel concreto della nostra Italia
riguarda da sempre anche la sinistra. È semplicemente una cosa da italiani,
altro che politica, l’abitudine a cercare protezione nel padre nobile come nel signorotto
di turno. Ed essere di sinistra non preserva neanche un po’. Anzi…
Purtroppo o per fortuna, però, padri nobili a
sinistra non se ne vede da un pezzo. E allora ci si consola con quello che è
stato, evocando fantasmi nella speranza che serva a qualcosa. Mi basta fare due
nomi su tutti: Berlinguer e Pertini.
Si può obiettare che nessuno dei due, nel momento di
massima fortuna, è mai stato “forte” nel senso in cui lo erano Mussolini,
Craxi, Berlusconi, e che sognare un nuovo Berlinguer o un nuovo Pertini non ha
nulla a che vedere con la sindrome di cui parla Serra. Intanto però, sempre
rimanendo a Serra e alle sue parole, basta che al termine “forte” sostituiamo
“salvifico” e che spostiamo l’attenzione dal Messia di turno ai suoi fans, e ci
accorgiamo che dentro questo problema noi di sinistra ci sguazziamo alla
grande. Siamo perennemente in cerca di un qualche Gesù. Magari ateo, ma che sia
in grado di farci sognare.
Qualche riga sopra ho evocato senza rendermene conto,
o meglio, l’ho evocato proprio mentre tentavo di esorcizzarlo, un indizio chiaro
di tutto questo. In preda a quel vizio che ci fa sentire i migliori solo perché
professiamo idee migliori, per indicare esempi di “uomo della provvidenza” ho
nominato a colpo sicuro quelli che considero il peggio del peggio: Mussolini,
Craxi e Berlusconi. Poi ho sentito una specie di brivido, quando ho realizzato
che questi tre loschi figuri erano socialisti.
Cazzo c’entra? direte voi.
Cazzo c’entrano questi col socialismo?! dico io.
Ora, lasciamo pendere… pardon… perdere il primo, ma
gli altri due sono figli di una lacerazione, una delle tante che sulla
falsariga di quella del ’21 hanno ribadito l’immaturità politica della Sinistra
italiana. Mi riferisco alla “questione morale” e alla “purezza” dietro cui
quasi tutta la sinistra doc si è letteralmente imboscata, lasciando l’Italia
nelle mani di una banda di ladri. Si poteva provare a rimboccarsi le maniche e
a trasformare, già dagli anni 70, questo paese in qualcosa di moderno. Invece è
risultato più comodo lasciare tutto così: c’erano le risorse, c’era chi sapeva
drenarle e distribuirle a pioggia, c’erano milioni di posti fissi, c’erano le
pensioni dopo 19 anni sei mesi e un giorno, e così ci siamo messi comodi. Abbiamo
preferito stare seduti e fermi di fronte al ritratto che ci diceva quanto eravamo
belli e puri, mentre tutto intorno il mondo cambiava, l’Italia invecchiava e
noi invecchiavamo con lei. Nel frattempo, in un crescendo pauroso da allora
fino a oggi, a ogni elezione abbiamo visto persone di sinistra cercare voti per
signorotti minuscoli, ma pur sempre signorotti e comunque di sinistra anche
loro, in grado di garantire loro vantaggi personali.
Tornando ai due grandi che ho nominato sopra,
Berlinguer e Pertini, e per provare a chiudere il cerchio, confesso che la loro
adorazione mediatica, fatta di foto e frasi retoriche più o meno vere, mi
provoca fastidio. Non per loro, che come tutti i grandi del passato meriterebbero
sempre lo sforzo -di più, l’omaggio- di essere lasciati in pace e rispettati
per quello che furono nel loro tempo; il fastidio è per questo nostro rotolarci
continuo in una lotta inesistente tra bene e male, tra angeli e mostri, tra
eroi e delinquenti, senza uscire mai dalla favola e farsi carico finalmente di
un pezzettino di realtà, quella che ci spetterebbe provare a cambiare, come
individui che consumano, respirano, votano, sperano, inquinano, producono e debbono
provare a dire la loro. Invece siamo ancora qui a fare i conti con la
tentazione di essere puri, alimentando anche noi, ma in segreto, il mercato dei
voti di scambio. In questo senso, la longevità della classe politica è la prova
che ci inchioda tutti e le resistenze pavloviane al cambiamento sono solo il normale
corollario a tutto questo. La realtà reale non sappiamo cambiarla e continuiamo
a cercare, noi italiani, anche quelli bravi, anche quelli in fondo per bene, un
signorotto o un Messia a cui appoggiarci.
In questo cazzo di età feudale che non si decide a
passare.

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