lunedì 29 settembre 2014

I left my heart in Nurallao

Foto: I left my heart in Nurallao (Luca Ronchi)

Da anni non facevo una vendemmia. Da anni avevo voglia di fare un salto a trovare il mio amico Ugo. Ci conosciamo dai giorni in cui stava per nascere il mio primo figlio. Avevamo passato insieme il Capodanno e dopo 23 giorni mio figlio era nato. Lo stesso giorno del compleanno di Ugo. Eravamo a Cagliari e io ricordo quelle settimane di attesa come uno dei momenti più belli della mia vita. In quei giorni, e poi due anni dopo, quando nasceva mia figlia, ho girato Cagliari a piedi in lungo e in largo, soprattutto Castello e Marina, e l'antichissima via san Lucifero fino a San Saturno e alle pendici di Bonaria. E ho deciso che se mai il Mediterraneo avesse bisogno di una capitale, avrei io una città da segnalare. Però vi raccontavo di Ugo, e di Nurallao. Ha una piccola azienda agricola e del bestiame. Produce vino biologico. Non sto a dirvi se sia buono e quanto, ci arrivate da soli. Comunque, erano anni che desideravo farmi una vendemmia. Così ad agosto l'ho chiamato e gli ho chiesto se potevo scendere a dargli una mano. Dopo tre settimane mi ha richiamato per dirmi: io sto iniziando, organizzati e scendi. E io sono sceso. Motoretta, traghetto, pullman, treno, treno (due volte treno, sapete com'è... Chilivani...). Fino a San Gavino. Poi macchina di Ugo, pranzetto veloce a Sanluri, parlando di quanto cazzo siano micidiali i cinesi, che riescono a muoversi e a creare in mezzo al nulla attività brulicanti di merci e persone. Come primo abbiamo scelto un riso alla cinese (il ristorante era italianissimo, anzi sardissimo) e per secondo calamari freschi all'orientale. E poi siamo partiti verso il levante, dove c'è Nurallao (che è a est di Sanluri). Nurallao è Sarcidano con furore, ma appoggiata sulle sue colline si gode ogni santo tramonto sulla Giara di Gesturi (che poi è anche di Tuili e Genoni, ma se dico Gesturi capiscono tutti). A sud la preme la Trexenta, e se non ci fosse stato Ugo ad avvisarmi dei confini che stavamo attraversando per raggiungere Dolianova, -dove ho visto cose che voi umani- non mi sarei accorto di nulla se non dei nuraghi bianchi e puliti di quella zona, e dei pennacchi di fumo di stoppie che dalla dorsale che collega Isili con la Marmilla, fanno mostra di sé profumando di carbonio, più in basso, il Campidano. A Dolianova ci siamo andati per lavoro (il suo). Nella cantina del  mio amico intanto iniziava a bollire la spremitura soffice del Sangiovese vendemmiato anche da me, la mattina dopo il mio arrivo. La vigna è un mondo che sta in piedi da solo. E fa meraviglia che sia così, perché è una delle colture più delicate e fragili. Solo degli ubriaconi come i Mediterranei potevano insistere a coltivare una pianta che ogni tanto tira fuori un problema epocale e minaccia l'estinzione. Solo dei bevitori rituali di vino potevano incaponirsi così tanto da, non solo salvare, ma elevare a livelli di perfezione una produzione agricola apparentemente non vitale ma in realtà indispensabile (non è mica grano, non è mica frutta, eppure a una festa può mancare sia la pasta che la frutta, ma il vino no.)
Comunque, Nurallao. Mentre fuori da quella visuale, settanta chilometri più a sud e a ovest, e più lontano anche a nord e a est, il mare continua in questi giorni a farci sentire l'estate che non muore, a Nurallao, osservando l'aurora, ti cachi dal fresco. Non dal freddo perché il freddo è altra cosa, ma c'è un fresco che se fossi andato alle sei e mezzo in vigna, come ho fatto, a maniche corte come un qualsiasi marinaio in erba, mi sarei cacato dal fresco. Alle nove la vendemmia era a buon punto. Si era deciso di tagliare il Sangiovese ma non ancora il Bovale sardo (che qui si chiama Muristellu) il Barbera e il Cannonau. Nei giorni prima erano stati vendemmiati il Moscato, la Malvasia, il Nasco (il Nasco di Ugo fa ricrescere i capelli e con gli scarti si fa il viagra) e il Sirah. Già, Sirah, giusto per dire che siamo molto più arabi che tedeschi; ma andiamo avanti. È stato divertente curiosare tra botti, tini, minisilos (minisili?). Ancora più divertente è stato godermi lo sballo dei tempi sfasati, rispetto ai miei. Sfasati nel senso che ero in ferie, che ero in campagna e che a Nurallao (ma non solo lì) la lentezza non è un'opinione. Non essendo sempre utile, ogni tanto ho vagato tra filari già vendemmiati alla ricerca di grappoli scampati alle forbici. Il moscato oublièe è una delle cose più dolci al palato e appiccicose alle mani, che possano capitare ad un essere umano. Ogni tanto, in quel vagare, partiva un effetto speciale che neanche il campionatore di suoni dei Dire Straits, quando alcune centinaia di pecore comparivano lente e inesorabili per travasarsi da una tanca all'altra. Già gli uomini sono lenti, qui. Le pecore sono Zen. Fluiscono in una musica di cristallo come una chiazza di schiuma in transito sull'erba. Sono bellissime, o forse ero solo accecato d'amore per loro. 
La Sardegna, per tre giorni, mi ha teso degli agguati micidiali. Ha aspettato che cambiassi angolazione, che mollassi per un attimo il mio punto di osservazione, la mia isola, e la guardassi da un'altra prospettiva, per sbattermi in faccia una serie di questioni che il mio quotidiano mi fa considerare con sufficienza. 
E mi è venuto il sospetto che noi sardi siamo un po' stronzi. Si parla tanto di colonizzazione, di invasione, di identità calpestata, di sfruttamento. Credo sia tutto vero. Però. Pensando a come è stato difficile opporsi, ad esempio, alla sparizione o al diradarsi del Sardo parlato a vantaggio dell'italiano, mi sono dovuto chiedere: che voglia ha un orunese di farsi capire da un nurallaese o da un morese? E a proposito dell'Identità sarda, che interesse profondo ha un Gallurese a sentirsi vittima degli stessi problemi di un sulcitano? Chi glielo fa fare ad un maddalenino, di sobbarcarsi le preoccupazioni di un ogliastrino per le esercitazioni nei poligoni? Ecco, lo stato italiano continua a combinarcene di tutti i colori, ma noi sardi siamo spesso i suoi migliori alleati.
“A casa parlavamo il sardo”. Non dice “il campidanese”, Ugo. Dice “parlavamo il sardo”. E ancora:  “da fuori ci hanno fatto le peggiori malefatte, e la storia continua anche oggi. Ma ora, noi, abbiamo voglia di un qualche riscatto?”
Aggiungo io:  abbiamo una visione abbastanza condivisa da poter diventare trainante? Se anche è vero che siamo diventati pocos locos eccetera eccetera, per colpe altrui: ma ora? 
L'episodio del toscano che si era perso  nei boschi, gli stessi boschi che era venuto in Sardegna per tagliare e ridurre in carbone, la dice lunga. Me l'ha raccontato Ugo a tavola, l'ultima sera. Quel pastore nurallaese aveva trovato quello sprovveduto di un carbonaio toscano, che vagava da ore senza riferimenti. Alla richiesta di dargli un'indicazione, richiesta formulata in toscano, il pastore aveva cercato di esprimersi come meglio poteva, fuori dal suo sardo. Gli strafalcioni detti in questo tentativo di apertura al mondo, di accoglienza di una persona e della sua incerta lingua (apertura che da parte del toscano non c'era stata e forse non ci poteva e voleva essere) furono fonte di barzellette che durano ancora oggi. Barzellette volte a dipingere come ignoranza, quel naturale inciampare di chi si avventura fuori dal suo mondo. Questa si che è un'operazione di regime, l'occultamento di una verità che sarebbe palese. Capito? Il toscano si era perso e non capiva un acca di sardo, e la parte dell'ignorante, nelle barzellette dei sardi stessi, è toccata al pastore. Basta sostituire alla Sardegna un'altra zona d'Europa, appena fuori confine come la Slovenia la Carinzia, la Savoia, e immaginare un milanese che si perda e chieda, a un montanaro, indicazioni nella sua lingua, (sua del milanese). Oggetto della coglionella sarebbe il milanese che si è perso, ne sono sicuro. Perché la verità è che quel pastore non era tenuto, lui personalmente, a conoscere l'italiano, visto che la sua lingua era un'altra. Era un'altra, e questo è un fatto storico. Il toscano avrebbe dovuto conoscere il nurallaese (il sardo), o almeno capirlo. 
Ugo ha ragione, caz.
Ci siamo salutati chiacchierando così, e poi a dormire, che per essere a San Gavino alle sette tocca partire presto. Il viaggio in treno fino a Olbia è stato il solito spettacolo.
Ogni tanto la Sardegna si lascia riscoprire. Lei è là, o qua. Si lascia osservare in quelle sue forme così strane nel loro sembrare normali. Non esistono montagne così antiche e così lisce da sembrare a chi le guardi da lontano, colline. Non esistono fuori di qui per migliaia di chilometri, intendo.
Qui invece ci sono. E ci dicono che la Sardegna ha da sempre una pazienza infinita, ma che anche lei si consuma. Forse siamo in tempo per rallentare questo modo paziente di sparire dal mondo. Per riprendere a navigare a testa alta nel Mediterraneo che intorno ci aspetta. Come ci ricorda Roberto Bolognesi, siamo al centro tra Marsiglia, Barcellona, Tunisi, Palermo, Roma, Genova. Si dice che una delle prime cosa fatte dai romani, dopo la conquista, fu quella di bruciarci le navi. Voglio verificare se è storia o leggenda. In ogni caso, ecco, qui abbiamo qualcosa che può farci luce su una storia diversa. Altro che in Sardegna non c'è il mare: la Sardegna è il cuore di un mare. Il mare più cruciale che la storia antica dell'umanità abbia mai conosciuto. Un cuore pulsante dal battito lento, come quello dei grandi campioni. Abbiamo ancora le forze per metterci in piedi, guardarci intorno con un po' di speranza e tornare al centro della nostra storia. 
Se solo volessimo. Se lo vorremo.


Da anni non facevo una vendemmia. Da anni avevo voglia di fare un salto a trovare il mio amico Ugo. Ci conosciamo dai giorni in cui stava per nascere il mio primo figlio. Avevamo passato insieme il Capodanno e dopo 23 giorni mio figlio era nato. Lo stesso giorno del compleanno di Ugo. Eravamo a Cagliari e io ricordo quelle settimane di attesa come uno dei momenti più belli della mia vita. In quei giorni, e poi due anni dopo, quando nasceva mia figlia, ho girato Cagliari a piedi in lungo e in largo, soprattutto Castello e Marina, e l'antichissima via san Lucifero fino a San Saturno e alle pendici di Bonaria. E ho deciso che se mai il Mediterraneo avesse bisogno di una capitale, avrei io una città da segnalare. Però vi raccontavo di Ugo, e di Nurallao. Ha una piccola azienda agricola e del bestiame. Produce vino biologico. Non sto a dirvi se sia buono e quanto, ci arrivate da soli. Comunque, erano anni che desideravo farmi una vendemmia. Così ad agosto l'ho chiamato e gli ho chiesto se potevo scendere a dargli una mano. Dopo tre settimane mi ha richiamato per dirmi: io sto iniziando, organizzati e scendi. E io sono sceso. Motoretta, traghetto, pullman, treno, treno (due volte treno, sapete com'è... Chilivani...). Fino a San Gavino. Poi macchina di Ugo, pranzetto veloce a Sanluri, parlando di quanto cazzo siano micidiali i cinesi, che riescono a muoversi e a creare in mezzo al nulla attività brulicanti di merci e persone. Come primo abbiamo scelto un riso alla cinese (il ristorante era italianissimo, anzi sardissimo) e per secondo calamari freschi all'orientale. E poi siamo partiti verso il levante, dove c'è Nurallao (che è a est di Sanluri). Nurallao è Sarcidano con furore, ma appoggiata sulle sue colline si gode ogni santo tramonto sulla Giara di Gesturi (che poi è anche di Tuili e Genoni, ma se dico Gesturi capiscono tutti). A sud la preme la Trexenta, e se non ci fosse stato Ugo ad avvisarmi dei confini che stavamo attraversando per raggiungere Dolianova, -dove ho visto cose che voi umani- non mi sarei accorto di nulla se non dei nuraghi bianchi e puliti di quella zona, e dei pennacchi di fumo di stoppie che dalla dorsale che collega Isili con la Marmilla, fanno mostra di sé profumando di carbonio, più in basso, il Campidano. A Dolianova ci siamo andati per lavoro (il suo). Nella cantina del mio amico intanto iniziava a bollire la spremitura soffice del Sangiovese vendemmiato anche da me, la mattina dopo il mio arrivo. La vigna è un mondo che sta in piedi da solo. E fa meraviglia che sia così, perché è una delle colture più delicate e fragili. Solo degli ubriaconi come i Mediterranei potevano insistere a coltivare una pianta che ogni tanto tira fuori un problema epocale e minaccia l'estinzione. Solo dei bevitori rituali di vino potevano incaponirsi così tanto da, non solo salvare, ma elevare a livelli di perfezione una produzione agricola apparentemente non vitale ma in realtà indispensabile (non è mica grano, non è mica frutta, eppure a una festa può mancare sia la pasta che la frutta, ma il vino no.)
Comunque, Nurallao. Mentre fuori da quella visuale, settanta chilometri più a sud e a ovest, e più lontano anche a nord e a est, il mare continua in questi giorni a farci sentire l'estate che non muore, a Nurallao, osservando l'aurora, ti cachi dal fresco. Non dal freddo perché il freddo è altra cosa, ma c'è un fresco che se fossi andato alle sei e mezzo in vigna, come ho fatto, a maniche corte come un qualsiasi marinaio in erba, mi sarei cacato dal fresco. Alle nove la vendemmia era a buon punto. Si era deciso di tagliare il Sangiovese ma non ancora il Bovale sardo (che qui si chiama Muristellu) il Barbera e il Cannonau. Nei giorni prima erano stati vendemmiati il Moscato, la Malvasia, il Nasco (il Nasco di Ugo fa ricrescere i capelli e con gli scarti si fa il viagra) e il Sirah. Già, Sirah, giusto per dire che siamo molto più arabi che tedeschi; ma andiamo avanti. È stato divertente curiosare tra botti, tini, minisilos (minisili?). Ancora più divertente è stato godermi lo sballo dei tempi sfasati, rispetto ai miei. Sfasati nel senso che ero in ferie, che ero in campagna e che a Nurallao (ma non solo lì) la lentezza non è un'opinione. Non essendo sempre utile, ogni tanto ho vagato tra filari già vendemmiati alla ricerca di grappoli scampati alle forbici. Il moscato oublièe è una delle cose più dolci al palato e appiccicose alle mani, che possano capitare ad un essere umano. Ogni tanto, in quel vagare, partiva un effetto speciale che neanche il campionatore di suoni dei Dire Straits, quando alcune centinaia di pecore comparivano lente e inesorabili per travasarsi da una tanca all'altra. Già gli uomini sono lenti, qui. Le pecore sono Zen. Fluiscono in una musica di cristallo come una chiazza di schiuma in transito sull'erba. Sono bellissime, o forse ero solo accecato d'amore per loro.
La Sardegna, per tre giorni, mi ha teso degli agguati micidiali. Ha aspettato che cambiassi angolazione, che mollassi per un attimo il mio punto di osservazione, la mia isola, e la guardassi da un'altra prospettiva, per sbattermi in faccia una serie di questioni che il mio quotidiano mi fa considerare con sufficienza.
E mi è venuto il sospetto che noi sardi siamo un po' stronzi. Si parla tanto di colonizzazione, di invasione, di identità calpestata, di sfruttamento. Credo sia tutto vero. Però. Pensando a come è stato difficile opporsi, ad esempio, alla sparizione o al diradarsi del Sardo parlato a vantaggio dell'italiano, mi sono dovuto chiedere: che voglia ha un orunese di farsi capire da un nurallaese o da un morese? E a proposito dell'Identità sarda, che interesse profondo ha un Gallurese a sentirsi vittima degli stessi problemi di un sulcitano? Chi glielo fa fare ad un maddalenino, di sobbarcarsi le preoccupazioni di un ogliastrino per le esercitazioni nei poligoni? Ecco, lo stato italiano continua a combinarcene di tutti i colori, ma noi sardi siamo spesso i suoi migliori alleati.
“A casa parlavamo il sardo”. Non dice “il campidanese”, Ugo. Dice “parlavamo il sardo”. E ancora: “da fuori ci hanno fatto le peggiori malefatte, e la storia continua anche oggi. Ma ora, noi, abbiamo voglia di un qualche riscatto?”
Aggiungo io: abbiamo una visione abbastanza condivisa da poter diventare trainante? Se anche è vero che siamo diventati pocos locos eccetera eccetera, per colpe altrui: ma ora?
L'episodio del toscano che si era perso nei boschi, gli stessi boschi che era venuto in Sardegna per tagliare e ridurre in carbone, la dice lunga. Me l'ha raccontato Ugo a tavola, l'ultima sera. Quel pastore nurallaese aveva trovato quello sprovveduto di un carbonaio toscano, che vagava da ore senza riferimenti. Alla richiesta di dargli un'indicazione, richiesta formulata in toscano, il pastore aveva cercato di esprimersi come meglio poteva, fuori dal suo sardo. Gli strafalcioni detti in questo tentativo di apertura al mondo, di accoglienza di una persona e della sua incerta lingua (apertura che da parte del toscano non c'era stata e forse non ci poteva e voleva essere) furono fonte di barzellette che durano ancora oggi. Barzellette volte a dipingere come ignoranza, quel naturale inciampare di chi si avventura fuori dal suo mondo. Questa si che è un'operazione di regime, l'occultamento di una verità che sarebbe palese. Capito? Il toscano si era perso e non capiva un acca di sardo, e la parte dell'ignorante, nelle barzellette dei sardi stessi, è toccata al pastore. Basta sostituire alla Sardegna un'altra zona d'Europa, appena fuori confine come la Slovenia la Carinzia, la Savoia, e immaginare un milanese che si perda e chieda, a un montanaro, indicazioni nella sua lingua, (sua del milanese). Oggetto della coglionella sarebbe il milanese che si è perso, ne sono sicuro. Perché la verità è che quel pastore non era tenuto, lui personalmente, a conoscere l'italiano, visto che la sua lingua era un'altra. Era un'altra, e questo è un fatto storico. Il toscano avrebbe dovuto conoscere il nurallaese (il sardo), o almeno capirlo.
Ugo ha ragione, caz.
Ci siamo salutati chiacchierando così, e poi a dormire, che per essere a San Gavino alle sette tocca partire presto. Il viaggio in treno fino a Olbia è stato il solito spettacolo.
Ogni tanto la Sardegna si lascia riscoprire. Lei è là, o qua. Si lascia osservare in quelle sue forme così strane nel loro sembrare normali. Non esistono montagne così antiche e così lisce da sembrare a chi le guardi da lontano, colline. Non esistono fuori di qui per migliaia di chilometri, intendo.
Qui invece ci sono. E ci dicono che la Sardegna ha da sempre una pazienza infinita, ma che anche lei si consuma. Forse siamo in tempo per rallentare questo modo paziente di sparire dal mondo. Per riprendere a navigare a testa alta nel Mediterraneo che intorno ci aspetta. Come ci ricorda Roberto Bolognesi, siamo al centro tra Marsiglia, Barcellona, Tunisi, Palermo, Roma, Genova. Si dice che una delle prime cosa fatte dai romani, dopo la conquista, fu quella di bruciarci le navi. Voglio verificare se è storia o leggenda. In ogni caso, ecco, qui abbiamo qualcosa che può farci luce su una storia diversa. Altro che in Sardegna non c'è il mare: la Sardegna è il cuore di un mare. Il mare più cruciale che la storia antica dell'umanità abbia mai conosciuto. Un cuore pulsante dal battito lento, come quello dei grandi campioni. Abbiamo ancora le forze per metterci in piedi, guardarci intorno con un po' di speranza e tornare al centro della nostra storia.
Se solo volessimo. Se lo vorremo.

lunedì 22 settembre 2014

Mondieu


Per un ateo, poter contare su un'educazione cattolica ha i suoi vantaggi.
A fronte della perdita dell'eternità, restano a disposizione una serie di strumenti, un bagaglio di saperi e di ricordi, e tracce. Tracce fatte di parole antiche, su cui riflettere, anche dopo che l'idea di immortalità dell'anima si è dileguata come lacrime nella pioggia (è una citazione). Da poco mi sono imbattuto in uno scambio di opinioni su ISIS. Davanti alla barbarie di chi taglia teste, nei cattolici più ferventi si affaccia spesso il piglio del guerriero o anche solo la pompa del tifoso, per cui scatta la legittimazione dell'ennesima operazione di pace.
Quella discussione su ISIS mi ha riportato a galla ore e ore di litigate con i miei genitori, di discussioni con il prete di turno o l'insegnante di religione quando ero ragazzo, gli scazzi da studentello universitario con colleghi classisti o conservatori, per non dire fascisti, gli scambi su FB in età adulta. E un tratto costante che ogni volta ritorna: quel bisogno di coerenza che verso i sedici anni mi portò a imboccare per la prima volta la strada dell'allontanamento dalla religione. Strada tortuosa che nel corso degli anni mi ha portato a ripensamenti, tentativi, compromessi, ma che in definitiva, ha rafforzato la mia convinzione che non vi sia una vita dopo la morte e che anche la religione cattolica sia in fondo una meravigliosa narrazione dell'uomo, al pari di tante altre.
Però.
Quel bisogno di coerenza di cui dicevo, continua a bruciare e a tenere aperte vecchie ferite.
Mi sento di chiedere dunque a ogni cattolico, in che senso e in che modo una guerra sia giustificabile.
Esistono delle tracce fatte di parole, come dicevo prima, che restano in eredità anche a chi a un certo punto spegne il cero e dice: io non ci credo più. E spesso sono parole belle, bellissime.
Una è questa: date a Cesare quel che è di Cesare. Ma chi è Cesare? Questa o quella autorità locale? Questo o quel potente di volta in volta al governo? O è piuttosto la legge degli Uomini? E se è così, non sarà forse la più vasta legge che gli uomini tentano di darsi: quella che attraverso l'Organizzazione delle Nazioni Unite, pur con mille compromessi, condanna le stragi a Gaza, gli annegamenti di massa, l'invasione dell'Iraq nel 2003 da cui scaturisce ISIS? Dare a Cesare, forse, indica la strada della costruzione sociale e paziente di una civiltà per tutti gli esseri umani? Non lo so, sono domande.
Altre parole: ama il prossimo tuo come ami te stesso. Su questo non ho da aggiungere nulla, se non che avrei voglia di scriverlo con cenere indelebile sulla fronte di coloro che si dicono credenti in qualcosa di Universale, e poi augurano la morte per annegamento ad altri esseri umani. Sono vendicativo, in questo senso, molto vendicativo.
E infine, le parole più belle, dette io credo, da un uomo che sapeva in fondo di essere mortale, che sapeva quel che rischiava, che non sapeva il casino che sarebbe stato costruito sulla sua storia dopo la sua crocifissione, e che un giorno ha detto: vedete questi bambini? Quello che fate al più piccolo tra loro, lo state facendo a me. Penso ai bambini di Gaza, ai bambini siriani, ai bambini che salgono su un barcone e muoiono nell'acqua del mare senza potersi giocare la vita come fanno di solito i bambini. Penso a loro, e penso a chi non può non dirsi cattolico e nello stesso tempo spera che quei barconi continuino ad affondare. E mi sento un po' più solo e un po' più libero.

giovedì 11 settembre 2014

Quel culo è innocente

“Quel culo è innocente, Vostro onore!
Signor giudice, si. Ritengo che il culo dell’imputata, la signorina Bacchiddu, vada assolto dalle accuse che, per sineddoche, vengono mosse ora a esso, ora alla titolare dello stesso.
Ritengo tutta la vicenda un clamoroso equivoco, dovuto a ben altre forze in campo; ma mi sia consentito di analizzare i fatti. L’imputata è accusata di avere scientemente costruito una campagna elettorale sfruttando l’immagine del proprio fondoschiena. Per la risonanza che la cosa ha avuto, tutti la indicano come un’abilissima manipolatrice e una fredda calcolatrice delle conseguenze delle proprie azioni. Non solo: in seguito al clamore suscitato e al fastidio da ella manifestato per le accuse subite, la signorina Bacchiddu è stata anche accusata di ipocrisia.
Intendo dimostrare l’infondatezza di tutte e tre le accuse.
La Prima. Si accusa la mia cliente di avere orchestrato una campagna elettorale mercificando il proprio corpo. Vostro onore, una campagna elettorale prevede il lancio continuo e ripetuto di messaggi ridondanti, variazioni sul tema, tormentoni, e lo sfruttamento di vari media per veicolarli: cartacei, audiovisivi, telematici.
Qui, invece, in quest’aula, stiamo parlando di una sola foto. Stiamo parlando delle conseguenze di una foto.
E che foto!
La mia assistita, vostro onore, ha preso una foto già esistente sulla sua pagina e l’ha, come si dice in gergo, ricondivisa, rilanciandola.
Non lo sapremo mai, ma se la signorina Bacchiddu si fosse limitata a questa semplice azione, nessuno si sarebbe accorto di nulla. Come non ci accorgiamo delle migliaia di foto che ogni secondo che passa ognuno dei nostri contatti rilancia e commenta sulla propria pagina. A proposito, lei ha un profilo Facebook, vostro onore?”

“Non è essenziale. Vada avanti la prego”

“Senz’altro. Dunque, dicevo che il gesto da cui ha avuto origine il tutto che ora noi siamo chiamati a giudicare, sarebbe nulla. Invece oggi stiamo dibattendo, noi tutti che siamo qui, dell’opportonità di una campagna elettorale. Cosa è tanto decisivo da trasformare una foto in una campagna elettorale? Questo: sotto la sua foto, una normale fotografia che la ritraeva in bikini, visibile sulla sua bacheca da almeno due anni, in cui neanche faceva la bocca a culo di gallina, ella ha scritto: “È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo. Votate L’altra Europa con Tsipras”.
Ancora una volta possiamo solo immaginare che, se avesse usato solo questa frase, senza riferimento alla foto, nulla sarebbe accaduto. Il problema è sorto poiché ella ha inteso riferirsi, con quella frase, alla foto. Rilevo che nessuna arrampicatrice politica abbia mai adottato simile strategia comunicativa. Aggiungo sommessamente che una Minetti o una Carfagna, solo per citare delle autorità del settore, non hanno mai usato il culo per fare campagna elettorale; semmai lo avranno usato per non dover sottoporsi a campagna elettorale alcuna, ed arrivare direttamente sugli scranni che a loro interessava occupare. Nessuna di loro si è mai sognata di chiosare una propria foto a culo nudo, con slogan del tipo “Abbasso la scala mobile” “Si al pacchetto Visentini” “Tremate tremate” ecc. Anzi, le loro foto discinte, rilanciate copiosamente da agenzie e pubblicitari, sono sempre state accompagnate dal vuoto pneumatico quanto a didascalie facenti riferimento alla politica. Già questo dovrebbe istillare in ognuno di noi il dubbio, vostro onore, che non siamo di fronte a un’abile manipolatrice ma ad altro genere di persona. Su quale sia questo genere, però, non ritengo necessario esprimermi. Andiamo avanti.
Sommessamente ricordo che la mia assistita non era candidata ad alcunché, ma anzi procacciava voti per altri. Questo aspetto è stato clamorosamente trascurato nella “formazione dei capi d’accusa” a cui tutti abbiamo assistito, fino a portare tutti noi ad assistere alla nascita di una “verità” mediatica che starebbe per trasformarsi in verità processuale, qualora la mia difesa non risultasse sufficiente a dimostrare l’innocenza dell’imputata. Troppi sono infatti convinti che la Bacchiddu abbia fatto male ad usare il proprio sedere per ottenere una poltrona. Questo, come ho già detto, è falso, non essendo ella candidata, ma viene ritenuto vero e contribuisce a mantenere in piedi il castello accusatorio.
Abbiamo visto che il gesto iniziale: il rilancio della foto già presente sulla pagina Facebook dell’imputata, e la scelta di indicare questa foto come veicolo di messaggi elettorali, non somiglia a nessun altra forma di mercimonio tra quelle cui siamo abituati in Italia.
Io, vostro onore, ne deduco che non somiglia al mercimonio perché non è “mercimonio”.

“Ah no, Avvocato? E come lo chiama, lei?”

“Come chiamo il presentare una propria immagine al pubblico annunciando cosa essa sia? Quindi rivolgendosi non a un qualcosa idealmente presente tra il pubblico, al bisogno da risvegliare là fuori, al desiderio da titillare nel cervello del cliente, bensì riferendosi all’immagine stessa? Non al prodotto da reclamizzare -La Tsipras- ma alla Réclame? Come intendo questa inversione del messaggio pubblicitario? Ironia, signor giudice. Ironia verso se stessi e il proprio ruolo. E verso il ruolo di quella lista, che voleva essere qualcosa di nuovo, e che alla fine si è rivelata il solito salotto per anime bella dalla tasca calda. In sostanza la Bacchiddu, si è presa per il culo da sola”.

-brusìo in aula. Qualcuno brontola sdegnato-

“Silenzio o faccio sgombrare l’aula dalle forze dell’ordine. Continui pure, avvocato”

“Certo, signor Giudice. Dicevo che l’imputata Bacchiddu ha avuto il suo bel daffare con chi le commissionò l’incarico. Appena vista la foto di un culo associata al simbolo della lista, la Spinelli è andata su tutte le furie. Il moto di sdegno si è allargato anche alle liste vicine. Ricordo i commenti infastiditi di molte “compagne” del PD, gridare allo scandalo e alla vergogna per questa campagna sessista e maschilista fatta da una donna sulla pelle delle donne. Mi sia consentito di segnalare che in diversi casi, queste ultime sono tra coloro che hanno gongolato divertite in questi giorni per l’arrivo del compagno Pedro. Di questo ho le prove certe: ho conservato gli screenshots degli stati di diverse militanti democratiche, per lo più Cuperliane, e li ho depositati in cancelleria.”

“Si si, ho visto. Ad alcune ho già chiesto l’amicizia… Ehm!”

“Ma vede, signor Giudice, si è trattato di critiche -se vogliamo- politiche, dettate da un retaggio femminista e alimentate, io credo, dal fatto che l’imputata e le sue accusatrici erano in campagna elettorale. Certo, il fatto che la stessa Spinelli, dopo aver fatto cacciare la Bacchiddu, abbia deciso di tenersi il seggio in Europa, dopo aver promesso che vi avrebbe rinunciato, non ha scandalizzato quanto il culo della mia cliente. E su questo andrebbe aperta una riflessione che non è il caso, qui, di sviluppare.
Diverso è stato il rumore creatosi fuori dall’agone per le Europee. Mi riferisco alla platea di Facebook e a quella della carta stampata e delle trasmissioni televisive. In questo contesto signor Giudice, si sono avute le reazioni più dure e impressionanti a quella che resta, lo ricordo, un’unica e singola foto che era sempre stata lì –inosservata- dove tutti l’abbiamo conosciuta, e che è finita sotto i riflettori -e ci è restata- solo perché il soggetto ritratto in essa ne ha parlato, dicendo in sostanza: “ecco come faccio campagna elettorale”. È ricorsivo, signor Giudice, capisce? È un messaggio volutamente autoreferenziale. Sul piano pubblicitario è una miscela esplosiva, perché manca completamente l’obiettivo e non di meno buca gli schermi e raggiunge un numero altissimo di persone, divenendo virale. Quello che colpisce è però la quantità di inversioni insita in questo fenomeno: la Rèclame che diventa oggetto di se stessa, la sorgente del messaggio che si trasforma prima in oggetto di desiderio e poi in accusata, il messaggio pubblicitario che diviene atto di accusa, il pubblico che diventa giudice. Nessuno che rimanga al suo posto cazzo!"

“Avvocato!”

“Mi scusi signor Giudice, non accadrà di nuovo.”

“Lo spero bene per lei. Vada avanti”

“Grazie. Dimostrato che la Bacchiddu non ha orchestrato alcuna campagna elettorale, vorrei smontare ora la seconda accusa, quella di essere un’abilissima calcolatrice. Signor Giudice, Signori, tutta questa storia dimostra a mio avviso la sprovvedutezza dell’imputata. Non è possibile procurarsi tanto danno, perdere un posto di portavoce, in virtù del quale ella faceva campagna elettorale per la lista Tsipras, ed essere contemporaneamente un’abile calcolatrice. L’imputata, al contrario, quando ha composto quel messaggio sulla propria bacheca, non aveva la più pallida idea di quello che stava per succedere. La poveretta, convinta come molti di noi che fuori dalla cerchia a noi familiare, il mondo se ne stia a debita distanza, ha commesso lo stesso errore di coloro che su Facebook si mandano a fare in culo convinti che nessuno li senta. Sicuramente la Privacy era settata su “pubblico”, ma se la Bacchiddu avesse voluto lanciare una campagna virale, avrebbe tenuto pronti non dico tanti, ma almeno cinque spot in serie, sparandoli tutti a poca distanza dal primo. Si fa così, di solito. Si gioca sulla ridondanza e sulla variazione, così che l’attenzione sia catturata proprio perché “distratta” da due sorgenti informative, da due segnali: quello che non varia e quello che varia. Ricorda, signor Giudice, il tormentone antiberlusconiano basato sul manifesto che recitava “meno tasse per tutti”?

“Cazzo se me lo ricordo”

“Ehm… Giudice”

“Ops, chiedo scusa. Vada pure avanti avvocato”

“Ricorda la serie che ne venne fuori: Meno tasse per Titti, meno tasse per Totti ecc?”

“ Cough! Cough”… Ehm, si, ricordo bene. E dunque?”

“Ecco, signor Giudice, quella sì che è una campagna pubblicitaria coi controzebedei, non quella della Bacchiddu, fatta di un unico messaggio -consistente in una vecchia foto- e in una autolesionistica didascalia che parla della foto. Questo dovrebbe essere sufficiente a convincervi che la Bacchiddu, per colpa solo sua, non sapeva quel che faceva, o non sapeva che l’effetto che lei immaginava sulla cerchia di amici era solo la punta dell’Iceberg, e che attorno, nascosto, c’era il resto del Web, il resto del mondo, quello che sta fuori dalla finestra di casa quando ci tiriamo i piatti o ci facciamo una scopata più rumorosa delle altre, informandone il vicinato a nostra insaputa.
E poi c’è la terza accusa, vostro onore. Quella di essere ipocrita.
Su questo non voglio aggiungere nulla, Signor Giudice. Se non che, forse, non è del tutto infondata. Chi fa il giornalista può commettere l’errore che ha commesso la Bacchiddu col primo messaggio, con quella foto. Ma deve essere in grado di riconoscere la tempesta che, pure inattesa, si scatena a partire da quel battito d’ali. Lei conosce l’effetto farfalla, signor Giudice?
…Signor Giudice….
Ehm.. Signor Giudice!”

“E… si, mi scusi! Pensavo. Diceva?”

“Dicevo, lei conosce l’effetto farfalla?”

“Si, credo di si. Ha a che fare con Belen?”

“No, non quello. Mi riferisco all’idea che una piccola variazione nello stato iniziale di un sistema complesso, può a cascata determinare grandi variazioni nell’evoluzione di quel sistema. Tradotto, significa che un colpo d’ala di farfalla, dato o non dato su una spiaggia del Pacifico, può causare o non causare una tempesta perfetta sul Mediterraneo”.

“Si, ne ho sentito parlare. E dunque?”

“E dunque. La Bacchiddu non poteva prevedere il casino che sarebbe successo dopo quella foto. Né poteva prevedere che la cosa sarebbe andata a suo danno. Ma una volta che il casino è scoppiato, la tempesta intendo, avrebbe dovuto riconoscerla senza tanti discorsi. Invece ha preferito provare a difendere quella sua scelta, e l’integrità delle intenzioni che l’hanno sostenuta all’inizio. Non sapeva, l’imputata, che anche un colpo d’ali di farfalla può fare tutto quel casino? Lei si sentiva innocente. Avrebbe dovuto sapere che a provocare la folla spesso si perde la vita, oppure la si salva ma si perde l’innocenza. Avrebbe dovuto, signor Giudice, avrebbe dovuto. Per questo, pur ritenendo che l’accusa di ipocrisia cadrà da sola, non ho intenzione di dire una parola di più, affinché questo accada. Né dirò nulla sul fatto che la mia assistita sia stata chiamata da Michele Santoro a condurre come partner la sua trasmissione, perché ritengo i due fatti non collegabili e il nuovo incarico non valutabile all’interno di questo processo.
Ho quasi finito, signor Giudice. Vorrei dire solo una cosa, che non cambierà la sostanza del processo”.

“Avvocato, io avrei anche da fare. E s’è fatta una certa. Veda di sbrigarsi”.

“C’è un colpevole, in tutta questa storia, ma non lo possiamo processare né condannare, essendo esso perennemente in stato di minorità, cosa che lo rende non perseguibile. É il pubblico. Esso in realtà, altri non è che il moderno travestimento di un organismo assai più antico, che tutti conosciamo e che da sempre fa da brodo primordiale alla politica e alle istituzioni su cui una società si regge. La folla. Essa è quel ventre in cui ritmicamente scivola ognuno di noi, anche quando non vuole, anche quando non lo sa. È un lavoro, quello di non essere folla, ed è utopia, l’idea di non esserlo mai.
Nessuno di noi, Signor Giudice, è in grado di vedere il suo essere folla, perché la folla, per definizione, non vede. La folla guarda, signor Giudice, come può fare un dinosauro. Intuisce movimenti, ombre, macchie di colore. La folla ha una primitiva sensibilità alle differenze, ma non possiamo dire che essa veda. “Vedere” vostro Onore, ha a che fare con “Idea”. Video-ideo, ha presente? Se vedo allora penso per idee. La folla non ha idee, ha solo ombre di idee, macchie colorate, scarti improvvisi, movimenti, ma essa, a rigor di termini, non vede.
Sente odori, questo sì. Non li elabora granché ma li sente. E da millenni la folla, quando sente l’odore di una donna, scatena la sua parte più famelica e più antica. Specie se quella donna ha deciso di avventurarsi, da sola, dove altre donne esitano a metter piede.
Ho finito”.

“No, lei non ha finito proprio per un cazzo, Avvoca’. Lei non se la cava così. Lei ora mi deve dire che bisogno aveva l’imputata di mettere una sua foto a culo nudo sulla sua bacheca, come una qualsiasi soubrette. Mi deve dire cosa c’entra il culo di una donna con i valori della lista per cui lavorava. E mi deve dire anche se le sembra giusto che in virtù del clamore ottenuto, la Bacchiddu sia ora stata chiamata da Santoro come collaboratrice, con tante brave giornaliste che ci sono, anche in Sardegna”.

Brusio, mugugni, applausi.

“Vede Signor Giudice, io non le so rispondere. Ho provato a spiegarmi, e credevo di esserci riuscito. Invece Lei ora mi ripresenta daccapo le stesse domande, come se io non avessi detto nulla. Mi viene in mente che Facebook sia proprio quello che dicono. Un luogo dove l’informazione circola già filtrata alla fonte. Non tanto dagli algoritmi di Zuckerberg, ma dal modo in cui ognuno di noi permette al proprio algoritmo di classificarlo in base ai suoi gusti. In modo che ciò che compare sulla propria bacheca, sia frutto di una selezione basata sui “like”; cosicché alla fine, quando alla sera, stanchi, ci connettiamo, possiamo immergerci in un mondo che per lo più ci piace, perché qualcuno ce lo ha costruito attorno in base ai nostri umori. E non dobbiamo neanche più fare lo sforzo di ascoltare opinioni diverse dalle nostre per provare a capire, perché sentiamo già abbastanza rumore durante il giorno, e quando stiamo su Facebook quello che ci serve è solo qualche coccola, e qualche conferma delle nostre idee”

“Non le consento, Avvocato. Si rimetta la toga! Il processo non è ancora finito”

“Si, vostro onore. È finito, e ho anche emesso la sentenza. Ora vado in bagno, mi chiudo, mi siedo sul cesso, mi connetto.
E la cancello dalle amicizie. Eccheccaz!
Anzi no, non la cancello. La blocco per un po’. Diciamo una settimana, e poi la sblocco di nuovo. Mi piace la musica che condivide. Arrivederci.”

https://www.youtube.com/watch?v=ETrK7fhFEPA

I pranzi di redazione di Sardegnablogger. Pillole dal reading del 29 agosto 2014. Vigne Surrau-Arzachena-Sardegna.

lunedì 1 settembre 2014

Succede (sembrava fosse un reading, invece era...)

Succede che in un pomeriggio di fine agosto che sembra settembre (giuro che affacciandomi dalla vetrata del salone, ho visto un rimorchio di trattore carico di casse d'uva nera appena vendemmiata), dicevo, capita che in un pomeriggio eccetera, io mi metta la giacca.
Io la giacca non me la metto praticamente mai. Meno di una volta all'anno, di norma.
E però ieri sapevo che ci voleva la giacca. Io me lo sentivo, che ci voleva la giacca.
Sono arrivato lì (Cantine Surrau, sulla strada per La Punga, si, insomma, per Santa Teresina, vabè, per Porto Cervo), e c'era ancora un'aria tranquilla. E così è rimasta. Anche quando sono arrivate le sei, e poi le sei e un quarto, e poi le sei e trentasei (il mio cellulare ha l'orologio sbilenco, ma più o meno...) e la gente era già seduta.
Tanta gente.
Tanta gente fresca e leggera, come non mi capitava di vedere da tempo. La folla ha sempre qualcosa di brutto, di pesante, di sgradevole. Ieri la folla è rimasta fuori anzi, manco si è vista, lasciando il posto a tutte quelle persone leggere e fresche -complice anche il condizionatore dei frati Demuro.
E alle sei e trentasette, ci siamo guardati e abbiamo detto: Iniziamo? Ajò, iniziamo. Ma poi non abbiamo iniziato. Eravamo un po' come i cavalli al Palio di Siena, che c'è una regola che non ho mai capito ma più o meno è che se non sono tutti in una certa posizione non possono partire, e se sembra che sono in posizione ma uno si sposta, gli altri si fermano.
Ma poi scocca l'attimo, che tutti lo aspettano e nessuno lo controlla da solo, in cui si inizia. Io a un certo punto ho visto Giorgioni scendere a testa bassa verso il tavolo che mi sembrava un cavallo (Giorgioni, non il tavolo) e lì ho capito che era l'ultimo cavallo che doveva entrare nel recinto e che poi saremmo partiti.
E infatti.
Ho aperto io. Con un inno al vino e al cibo della Sardegna (ma non solo), e alle parole che noi Sardi (ma mica solo noi) riusciamo a dirci nei momenti belli, e ho invitato tutti a brindare, e a ricordarsene sempre. E poi è partito il fiume. La gente rideva (ma rideva veramente, specialmente Gristolu Christophe Thibaudeau che ha fatto un Riding nel Reading, spettacolo puro), e poi piangeva (la gente, non Gristolu). Io, qualcuno toccarsi gli occhi facendo finta di niente, l'ho visto/a, cosa vi credete? Anzi, a un certo punto l'ho fatto anche io. E il fiume andava avanti, anche con gente come Marco Zurru e Roberto Bolognesi, che non se la potevano baliare che non c'erano, e neanche noi, e allora hanno mandato un video ed è stato come se ci fossero. Ma veramente. O come Daniele Gessa, che è venuto da Londra, no, dico, da Londra. E io ogni tanto mi giravo e vedevo le persone che c'erano alle 18.37, ed erano sempre lì, ferme, immobili. Sembrava che si potesse fermare la scena e sentire i cuori di tutti che battevano. Stavano fermi e ascoltavano. Ascoltavano. É bellissimo guardare le persone che ascoltano altre persone. In quel flusso di suoni e segni si nasconde e si protegge la storia degli esseri umani, e non solo quella. In mezzo alle parole poi c'era la musica, e due musicisti grandi e discreti, che hanno reso bellissima una cosa che già era bella. Pasquale, che si muoveva come un metronomo dal computer alla chitarra e dalla chitarra al computer, e Tony, che è rimasto fermo come un maestro di Kung Fu, che se crollava la sala lui non si sarebbe spostato, e nemmeno il suo sax. E infatti l'ho ribattezzato Sax and Zen.
E poi Giorgioni ha chiamato due amici vicino a lui e ha letto un pezzo che la gola mi si è stretta, e non riuscivo a ingoiare bene, e il respiro spingeva sul diaframma (o il contrario) e mi sentivo come se avessi un rospo in petto. Poi è finita. C'è stato un applauso che io ancora sorrido come un bambino se ci penso (come adesso che lo sto scrivendo). Era passata un'ora e mezza. E io ho guardato, e le persone erano ancora tutte lì. Anche quelle anziane e anche quelle giovanissime (che si sa che quando si rompono i coglioni prendono i piedi e spariscono). Tutti lì.
E mi viene da dire grazie di cuore a tutti quelli che c'erano, a tutti quelli che non c'erano ma c'erano lo stesso, a tutti quelli che non c'erano ma avrebbero voluto e a quelli che ci saranno (perché quella era solo la prima). E grazie alla Sardegna, e a Sardegnablogger. Che io una serata così bella, forse non me la sarei mai immaginata.
Prima.
Ora invece sì.