Nel novembre del 2005 Donald Rumsfeld, ministro
della Difesa di Bush, annunciò al suo omologo italiano, Antonio Martino di
Forza Italia, la chiusura della Base Nucleare di S.Stefano. Nel settembre 2007
la nave appoggio per sommergibili nucleari statunitensi lasciava
definitivamente la Sardegna. Nel febbraio 2008 chiudeva anche l’ultimo ufficio
a terra della ormai ex Base Americana. I più di 140 dipendenti civili
iniziavano così un periodo difficile della propria esistenza, alle prese con il
tentativo da parte del Comune di La Maddalena, della Regione Sardegna e dei
Sindacati, di ottenerne la ricollocazione nel comparto pubblico grazie ai
benefici di una legge del 1971, la n. 98, pensata apposta per i dipendenti di
installazioni militari straniere nel proprio paese. Il contesto del
provvedimento era il trattato NATO del 1949.
Questo iter, per nulla facile, fu reso ancora più
spinoso dal clima di tensione che si respirava a La Maddalena in quel periodo.
Si era alle prese con l’idea (fortemente sostenuta da Soru) che si potesse
riconvertire l’economia di molte realtà sarde passando dal militare al civile,
dalle stellette al turismo, investendo in risorse fino ad allora non del tutto
valorizzate: l’ambiente, la bellezza del territorio, le energie e le idee delle
comunità locali. Si pensava che ci si potesse emancipare da un tipo di economia
che garantiva un certo benessere, ma lo garantiva secondo dinamiche
completamente fuori dal controllo delle popolazioni beneficiate dai posti di
lavoro: della serie che le basi militari, italiane o straniere, avevano sempre
obbedito a logiche che di sociale avevano ben poco: arrivano e se ne vanno
quando le esigenze della difesa, oltre che i bilanci di uno Stato, vogliono
così. È successo con la Base Americana di Santo Stefano e con molte altre
realtà. Ma il punto su cui fortissime furono le polemiche è proprio questo:
Soru credeva nella trasformazione di un’economia da militare a turistica, e
faceva quel che poteva per favorire il passaggio. Il punto è che Soru, contro
Bush, non avrebbe potuto fare nulla se l’America non avesse avuto intenzione di
andarsene. In molti provammo a spiegare questo aspetto, invitando chi era
contrario alla chiusura della base a distinguere tra intenzioni ed effetti, tra
cose desiderate e cose causate. Tra quel che era giusto chiedere e quel che era
ragionevole aspettarsi. E quindi anche tra chi era responsabile e chi era solo
soddisfatto per ciò che stava capitando Nulla da fare. Molti continuarono a
pensare che Soru aveva mandato via gli Americani e con loro tutti quei posti di
lavoro.
È di ieri la notizia che la Difesa USA sta per
ridurre il personale civile nelle basi militari di Aviano, Sigonella, Vicenza-Ederle,
Livorno-Camp Darby e Napoli e che, a differenza di quello che avvenne qualche
anno fa, nessuno potrà godere dell’ombrello della Legge 98/71. Molti dipendenti
civili italiani di queste installazioni rischiano il licenziamento e basta.
Questo ci ricorda ancora una volta che l’economia
militare è sicura né più né meno come quella legata alla grande industria che
si avventura oggi qui e domani lì; in Sardegna ne sappiamo qualcosa. Una volta
che non c’è più interesse strategico le armi si posizionano, da millenni, dove
conviene, dove è più facile controllare ed eventualmente colpire il nemico, senza
remore per chi rimane col culo per terra o è costretto a emigrare per mantenere
l’impiego.
Mi chiedo solo se i detrattori di Soru ammetteranno
di avere sbagliato le loro valutazioni allora e se questo potrà servire per
ripensare ancora una volta alla necessità, per lo meno, di mettere in
discussione la presenza militare in Sardegna anziché considerarla un totem
innominabile e salvifico senza il quale saremmo perduti.

