sabato 30 novembre 2013

ADDIO ALLE ARMY

Nel novembre del 2005 Donald Rumsfeld, ministro della Difesa di Bush, annunciò al suo omologo italiano, Antonio Martino di Forza Italia, la chiusura della Base Nucleare di S.Stefano. Nel settembre 2007 la nave appoggio per sommergibili nucleari statunitensi lasciava definitivamente la Sardegna. Nel febbraio 2008 chiudeva anche l’ultimo ufficio a terra della ormai ex Base Americana. I più di 140 dipendenti civili iniziavano così un periodo difficile della propria esistenza, alle prese con il tentativo da parte del Comune di La Maddalena, della Regione Sardegna e dei Sindacati, di ottenerne la ricollocazione nel comparto pubblico grazie ai benefici di una legge del 1971, la n. 98, pensata apposta per i dipendenti di installazioni militari straniere nel proprio paese. Il contesto del provvedimento era il trattato NATO del 1949.
Questo iter, per nulla facile, fu reso ancora più spinoso dal clima di tensione che si respirava a La Maddalena in quel periodo. Si era alle prese con l’idea (fortemente sostenuta da Soru) che si potesse riconvertire l’economia di molte realtà sarde passando dal militare al civile, dalle stellette al turismo, investendo in risorse fino ad allora non del tutto valorizzate: l’ambiente, la bellezza del territorio, le energie e le idee delle comunità locali. Si pensava che ci si potesse emancipare da un tipo di economia che garantiva un certo benessere, ma lo garantiva secondo dinamiche completamente fuori dal controllo delle popolazioni beneficiate dai posti di lavoro: della serie che le basi militari, italiane o straniere, avevano sempre obbedito a logiche che di sociale avevano ben poco: arrivano e se ne vanno quando le esigenze della difesa, oltre che i bilanci di uno Stato, vogliono così. È successo con la Base Americana di Santo Stefano e con molte altre realtà. Ma il punto su cui fortissime furono le polemiche è proprio questo: Soru credeva nella trasformazione di un’economia da militare a turistica, e faceva quel che poteva per favorire il passaggio. Il punto è che Soru, contro Bush, non avrebbe potuto fare nulla se l’America non avesse avuto intenzione di andarsene. In molti provammo a spiegare questo aspetto, invitando chi era contrario alla chiusura della base a distinguere tra intenzioni ed effetti, tra cose desiderate e cose causate. Tra quel che era giusto chiedere e quel che era ragionevole aspettarsi. E quindi anche tra chi era responsabile e chi era solo soddisfatto per ciò che stava capitando Nulla da fare. Molti continuarono a pensare che Soru aveva mandato via gli Americani e con loro tutti quei posti di lavoro.
È di ieri la notizia che la Difesa USA sta per ridurre il personale civile nelle basi militari di Aviano, Sigonella, Vicenza-Ederle, Livorno-Camp Darby e Napoli e che, a differenza di quello che avvenne qualche anno fa, nessuno potrà godere dell’ombrello della Legge 98/71. Molti dipendenti civili italiani di queste installazioni rischiano il licenziamento e basta.
Questo ci ricorda ancora una volta che l’economia militare è sicura né più né meno come quella legata alla grande industria che si avventura oggi qui e domani lì; in Sardegna ne sappiamo qualcosa. Una volta che non c’è più interesse strategico le armi si posizionano, da millenni, dove conviene, dove è più facile controllare ed eventualmente colpire il nemico, senza remore per chi rimane col culo per terra o è costretto a emigrare per mantenere l’impiego.

Mi chiedo solo se i detrattori di Soru ammetteranno di avere sbagliato le loro valutazioni allora e se questo potrà servire per ripensare ancora una volta alla necessità, per lo meno, di mettere in discussione la presenza militare in Sardegna anziché considerarla un totem innominabile e salvifico senza il quale saremmo perduti. 

venerdì 22 novembre 2013

COSE CHE RICORDERÒ

Alcune le avevo sapevo già. Altre le ho viste solo dopo aver visto Cleopatra. E sono queste:
Partendo da La Maddalena per andare a Olbia, le prime ferite gravi si vedono solo dopo Palau. Aumentano dopo Arzachena e diventano agghiaccianti dentro Olbia, lungo i canali e nelle zone adiacenti.
Le colline, anche a guardarle con attenzione, sembrano perfette. Come se non avessero motivo di scomporsi per una Cleopatra qualsiasi.
I mucchi di roba messa fuori dalle case in attesa del camion che se li porti via, sembrano tutti uguali. Un po’ come gli sconosciuti. Basta poco per capire che non è così, ma all’inizio sembrano veramente uguali.
Le persone hanno ancora una sorta di fiuto che le porta a valutare velocemente chi hanno di fronte, senza troppo ragionare. Un vigile sconosciuto e cazzuto chiamato a chiudere una zona critica, ti si mette a disposizione come un francescano delle missioni appena gli dici che stai portando pacchi di cibo alle famiglie colpite; gli stessi pacchi che mezz’ora prima ti avevano affidato altri sconosciuti, senza neanche chiederti chi eri, solo perché avevi detto loro che volevi dare una mano a distribuire gli aiuti.
C’è chi è talmente meschino da volersi intestare il bene che altri stanno facendo. Tanti altri.
L’acqua è peggio del fuoco.
L’idiozia data dall’avidità è peggio dell’acqua.
La gente colpita da catastrofe piange più facilmente davanti a una telecamera, ma solo perché davanti a una telecamera si ferma a pensare al passato, mentre quando non gli rompono i coglioni con le interviste si può dedicare a pulire, riordinare, aggiustare, ripartire e pensare al futuro. È molto più faticoso ma molto meno doloroso.
Rendersi conto è una delle cose più difficili.
Un’alluvione vista fuori dalla televisione sembra finta. Come se fosse incompleta. Sto cercando di capire dov’è la fregatura.
Molti dicono che non è questo il tempo della polemica. Li capisco ma non sono d’accordo. Il tempo della polemica è questo, perché poi il re non sarà più nudo, e verrà male riconoscerlo dal fatto che ha la faccia come il culo.
Lara Comi è cretina.
Quando una parte del PD ha archiviato Soru favorendo la vittoria di Cappellacci, lo ha fatto per ragioni legate alla speculazione edilizia. Questo io me lo ricorderò. Ricordatevelo anche voi.
Il giorno in cui i sardi la smetteranno di sentirsi in colpa per le cose sbagliate e inizieranno a sentirsi in colpa per le cose di cui sono veramente responsabili, vorrà dire che avranno ritrovato una coscienza e un’identità. Non so se quel giorno arriverà. Ma se dovesse arrivare, per chi dico io saranno cazzi.
Quel giorno i sardi ritroveranno anche una visione.

Non lo sapevo fino a ieri, ma Olbia è anche la mia città, e io le voglio bene.

venerdì 15 novembre 2013

COLPIRNE UNO PER EDUCAR NESSUNO (OVVERO DELLA MORTE POLITICO-TELEFONICA DI NICHI VENDOLA)

COLPIRNE UNO PER EDUCAR NESSUNO (OVVERO DELLA MORTE POLITICO-TELEFONICA DI NICHI VENDOLA)

Vendola mi sta profondamente sui coglioni. Lo ritengo un vecchio politicante come tanti altri della sua generazione, che non ha saputo aggiungere quasi nulla alla storia della sinistra in Italia. È intriso di vecchiume e di mancanza di coraggio, capace più che altro di farsi un partito personale -l’ennesimo in Italia- e poco più. In virtù di questa sua natura dinosaurica lo ritengo responsabile, insieme a Bersani, D’Alema, Finocchiaro, Bindi, Letta, Fioroni, Marini ecc, del disastro delle lunghe intese e della sopravvivenza politica di Berlusconi. Ricordo ancora quando diceva di volere appoggiare Bersani alle primarie contro Renzi, perché diceva di sentire “profumo di sinistra”, mentre in molti sentivamo puzza di merda lontano un miglio. Una volta fatta la frittata ha pensato bene di prendere i suoi parlamentari, così tanti solo in virtù dell’ombrello elettorale della coalizione “capeggiata” da Bersani, e mettersi all’opposizione, in modo da raschiare un po’ di malcontento e pesare un po’ di più al successivo polpettone elettorale.
Detto questo, trovo discutibile l’operazione politica –perché di questo si tratta- a suo danno, condotta con l’audio dell’intercettazione di una telefonata tra Vendola e Archinà, il responsabile delle pubbliche relazioni dell’Ilva di Taranto. Si fa passare, consapevoli degli effetti, l’idea che Vendola rida dei tumori causati dall’inquinamento prodotto dall’Ilva.
Quando si parla di demolizione della scuola, secondo me si pensa a tante cose. Ce n’è una a cui penso io in particolare, ed è la capacità di leggere e ascoltare -che una buona scuola dovrebbe fornire- la capacità di analisi di un testo, sia esso scritto, recitato, cantato o dipinto. O intercettato.
In una delle versioni che girano su Facebook il testo rappresentato dall’audiovideo contro Vendola si compone di un file audio, di foto, di didascalie sovraimpresse alle foto, di titoli di presentazione e di commenti più o meno appassionati sulla vicenda. Quel testo, nel suo insieme, andrebbe scomposto e analizzato. Tenendo presente un altro elemento fondamentale, che è la stratificazione di contesti a cui quella telefonata appartiene. Un’altra alterna la telefonata intercettata con il video di cui si parla nella telefonata. Si scompone e si rimonta immagini e parole per ottenere l’effetto desiderato.
Quell’audio, che ora è solo un manifesto di accusa, è stato a suo tempo parte di un’intercettazione, che è parte di un’indagine, che è parte di un processo. Prima ancora quel testo è stato parte di una telefonata reale, che è parte di una relazione tra individui (Vendola e Archinà), che è parte di una relazione tra istituzioni, una pubblica, la Regione Puglia e una privata (L’ILVA di Taranto). Non solo, i contenuti del dialogo al telefono, che è a sua volta una rappresentazione, sono estratti da una conferenza all’interno della quale è successo qualcosa per cui Vendola ride molto. Si parla di un giornalista “faccia da provocatore” che ha fatto qualcosa e di Archinà, che ha fatto un’altra cosa, uno scatto completamente assurdo e fuori luogo per il tipo di situazione. Archinà è ridicolo mentre strappa di mano il microfono al giornalista, e rende ridicola tutta la situazione. Questo scatto fa ridere anche Vendola. Però, siccome la domanda che ha originato lo scatto parla di tumori e di inquinamento, succede che le risate per quello scatto diventano le risate di Vendola che ride dei tumori o dell’inquinamento. Questa operazione gode di alcuni precedenti famosi, come quello di Piscicelli che ride in occasione del terremoto  a L’Aquila. Quindi chi ha lanciato l’operazione di attacco a Vendola, penso io, conta sull’effetto dei sillogismi alla cazzo: Piscicelli rideva, Vendola rideva, Vendola è come Piscicelli.
Questa cosa semplicemente non è vera; questa cosa è la tesi che secondo me si vuole dimostrare. Ma non si può confondere l’enunciato con la dimostrazione.
Un altro scenario possibile, che non viene preso in considerazione e che secondo me è più realistico, è questo: Vendola è il Presidente di una regione che è alle prese con un problema gravissimo, i cui risvolti sono di natura ambientale, sanitaria, economica, lavorativa, penale e di immagine. Un casino immenso. Da Presidente ha degli interlocutori obbligati (la magistratura, il governo nazionale, gli organismi ispettivi –Arpas, Ispra ecc- l’Ilva, i sindacati, la politica, la stampa ecc) ognuno con il suo ruolo. All’interno di una di queste relazioni, da cui non può prescindere, ha un dialogo con un responsabile dell’Ilva nel pieno delle sue funzioni. Vendola è costretto a pensare contemporaneamente a tutti i risvolti della vicenda Ilva. Parlando con Archinà per una interlocuzione con la proprietà dell’azienda, Vendola è in parte responsabile della “tenuta” della situazione sul piano occupazionale e sanitario. Non può ignorare il fatto che delle cattive relazioni tra la Regione e l’Ilva potrebbero determinare un peggioramento della situazione su vari fronti o anche solo una maggiore difficoltà per la Regione a pesare sui fenomeni in corso. Allora trova un espediente normale ad ogni livello di comunicazione, individua un episodio da mettere al centro della discussione per stemperare il clima. Il clima si stempera, sembra, e il dialogo tra Regione e Ilva prosegue. Un po’ come vedere Obama che ride con Assad o con Rohani. Non ride perché condivide la loro politica, ma ride perché gli serve per fare il suo lavoro. E se non lo inquadrano può ridere anche di altro, sempre con lo stesso obiettivo: allacciare diplomaticamente una relazione con l’interlocutore.
La tesi di chi ha staccato quei tre minuti di audio dai tanti contesti cui appartengono e li ha attaccati ad altri elementi facendone un documento autoconsistente, è che Vendola sia un criminale che parla con un altro criminale. La dimostrazione sembra arrivare da sola ascoltando la telefonata. In realtà arriva solo una tautologia, cioè un’affermazione intrinsecamente vera e che come tale non dice nulla (un po’ come quando diciamo che il bianco è bianco). Gli altri elementi del documento (le foto, le didascalie, le musiche, i titoli e i sottotitoli, e anche i commenti appassionati e in buona fede di chi condivide il file sulla sua bacheca) sono solo rafforzativi di quella tesi. La confermano senza dire nulla.
Quella che ho raccontato io non è la verità. È una storia possibile, un’interpretazione verosimile, una lettura alternativa la cui verità (o falsità) va dimostrata.
Quella raccontata dal video contro Vendola è anch'essa una storia possibile. Che però viene lanciata e raccolta come assolutamente vera.
La differenza sta nelle intenzioni di chi la racconta e nella capacità di lettura di chi la ascolta.
Ora ve ne racconto un’altra; secondo me le intenzioni di chi ha sparato questo siluro contro Nichi Vendola potrebbero anche essere buone, perché magari l’obiettivo è colpire un leader politico vecchio e superato, uno che rappresenta la sinistra che ha fallito; colpirlo per accantonarlo e favorire il ricambio della classe dirigente. Il punto è che il metodo è disonesto, perché si basa su un modo disonesto di fare informazione, che non prevede l’analisi e la capacità critica dei dati. Prevede solo che chi riceverà e diffonderà abbia un computer, una connessione a internet e una pancia.
E non è un buon modo di cambiare.
Forse è il peggiore di tutti.


STORIA INCREDIBILE DI GABRIELA (CHE STACCÒ L’ANIMA E IL CORPO E NON MORÌ E A LOS ANGELES SI INVENTÒ LEGGENDA)

La protagonista di questa storia si chiama Gabriela.
I fatti hanno il loro epilogo in California, a metà degli anni Ottanta. Gabriela deve finire un lavoro. C’è un caldo pazzesco e si sta sentendo male, ma deve finire quel lavoro a tutti i costi. Anzi, deve finire “il” lavoro, il lavoro della sua vita. Sa che non gli verrà bene come aveva sperato ma lo vuole finire. E pazienza se non sarà perfetto, alla fine. Nelle cose, come nelle azioni e nelle persone, vivono storie. Una, di solito, è quella principale, la storia su cui grava il compito di dare un’identità a ciò che incarna, in modo che si possa dire “ecco questa cosa è così, questa situazione è cosà, oppure, quella persona è uno stronzo, oppure, è un angelo” ecc. Poi però in una storia, in un oggetto o in un essere vivente, basta che ti scosti un attimo dalla traiettoria normale e ti accorgi che dietro un nome e un’identità ufficiale c’è spesso un abisso colorato e senza fine. Dove nuotano le possibilità.
Gabriela sta quasi per morire; forse se lo sente, sicuramente se lo chiede. Spera di farcela ma ha paura. Il suo corpo bolle. Non è ancora asciutto ma scotta. Ha pochi liquidi, pochissimi sali, ha il ferro sotto le scarpe e anche la pressione è da Pronto Soccorso. Non è che lo sappia. Lo sente, si sente così. Ma quel lavoro lo deve finire a tutti i costi. Sono andati via tutti, ormai. Tutti chi? Tutti gli altri. Certo, ci sono quelli che la guardano immobili ma Gabriela non ci pensa nemmeno a farsi toccare da loro: un lavoro abbandonato è infinitamente peggio di un lavoro uscito come non doveva. Questa è l’idea cui si appoggia tra un capogiro e l’altro; le è venuta su da quell’abisso di colori in movimento che sta dietro le cose: è la sua possibilità.
Il sole continua a bollirle il cervello nel cranio. Nonostante il cappellino con visiera, nonostante l’acqua che qualcuno ogni tanto le butta addosso. A un certo punto Gabriela lo vede. Cazzo, ci siamo. È lì davanti, manca poco. È pieno di bandiere, è circondato di macchine e di antenne e c’è un sacco di gente che inizia ad accalcarsi lungo la strada. Mamma mia che casino che si sente. È il Memorial Coliseum ed è pieno di gente intenta a guardare quello che le va, c’è chi guarda i lanci, chi i salti, chi aspetta una batteria di velocisti e chi va a cercarsi un bicchierone di pop corn con coca allegata. Nessuno di quelli che sono dentro immagina quello che sta per vedere. Gabriela zoppica, ha sempre più paura di morire ma ormai il lavoro è quasi finito. Vede il cancello, lo punta e lentamente lo attraversa. Il casino è impressionante ma non è ancora nulla. Gabriela vede un muro di folla sulla sua destra; il muro lentamente gira su se stesso, torna indietro e la prende alle spalle. È circondata, è dentro. Ed è una bolgia. Il casino inizia lentamente a smorzarsi. Diventa sopportabile, diventa discreto, diventa curiosità e attenzione. Poi diventa un silenzioso rumore di fondo. Gabriela sente una specie di anestesia dentro. Dev’essere la dopamina, o la serotonina, o una di quelle cose che il cervello si fa produrre per sé e per il resto del corpo. La chiamano la droga dell’atleta dilettante ed è legale, come il sangue e l’aria.
Il silenzio diventa brusio, un brusio che ce l’ha con lei. Ormai l’hanno vista tutti. Cosa cazzo vuole questo? Togliti, ce la faccio, non vedi dove sono arrivata? Non vedi che forse sto per morire e sono ancora in piedi? Tutti si avvicinano ma non la toccano, che se ci provano si prendono una manata. Gabriela va avanti. Tutti la guardano e piano piano, uno alla volta, in più di centomila si alzano in piedi e le telecamere li inquadrano mentre iniziano a parlare tra di loro. Guarda! Guarda quella! Ma cos’ha? Non ci arriva. Ci arriva. Ce la fa. Dai. Vai. Vai che sei dentro, vai che sei arrivata. Vai che ci siamo anche noi. Eri qui per questo, no?
Gabriela è piegata su un fianco e si tiene la testa con la punta delle dita; il cappellino è ben fermo al suo posto.
Tre uomini vestiti di bianco la seguono e la guardano. Lei li vede e va avanti. Completa il suo giro di pista. È un giro infinito.
Vede il traguardo. È lì fermo ed è il suo. Quella linea che si avvicina oscillando è solo sua, per sempre. I centomila che la guardano dal muro di gente e i milioni che la vedono da casa assistono a una cosa impossibile per qualsiasi scienza e per la maggior parte delle filosofie e delle religioni: vedono un’anima che trascina un corpo. I tre che le camminano a fianco allungano il passo e le si piazzano davanti. Lei li guarda, vede il traguardo sotto di sé, lo scavalca con i piedi e si lascia prendere in braccio.
Lo stadio scoppia.

Ha vinto lei.

sabato 9 novembre 2013

FALCE E MACELLO

http://genova.repubblica.it/cronaca/2013/11/07/news/in_condominio_l_assemblea_degli_avvoltoi-70405982/

La storia che potete leggere al link qua sopra è squallida e terribile. In sintesi succede che durante un’assemblea condominiale a Cornigliano (Genova), un padre si vede richiedere, per la seconda volta, i soldi per riparare i danni causati dal corpo della figlia suicidatasi con un salto nel vuoto qualche mese prima. Vi rimando all’articolo per i particolari. A me interessa soprattutto partire da una frase, e ancora non so dove arriverò. La frase compare all’inizio dell’articolo: “È una storia orribile che si fa fatica a raccontare. Che quasi non ci si crede, anche perché ha per teatro un quartiere popolare, operaio, dove la solidarietà, la comprensione, l'assistenza reciproca, sono sempre stati valori fondamentali. Ma purtroppo è tutto vero”.
La prima cosa che mi viene in mente è il fenomeno Lega Nord e l’incetta di voti compiuta nell’elettorato operaio dagli anni Novanta in poi. Così recita la vulgata, ma recita bene. Subito dopo (o subito prima) lo stesso lavoro è stato compiuto da Berlusconi e dalla temperie che gli si è coagulata attorno e ancora non si scioglie.
In un angolo, a fare da spettatore piuttosto distratto, qualcosa che ci siamo ostinati a chiamare Sinistra per tutti questi anni. Quella che è rimasta uguale. Anche oggi
• che a New York vince un sindaco come Bill De Blasio,
• che gli Stati Uniti hanno un presidente Black, discutibile quanto si vuole in quanto potente e chiamato a fare compromessi ogni giorno, ma che almeno la riforma della Sanità americana sta provando a farla,
• che nel frattempo la Francia, la Germania e la Gran Bretagna e la Spagna hanno avuto e perso e riavuto governi di centrosinistra,
• che in Grecia ci sono i nazisti in Parlamento,
• che la Chiesa ha eletto Francesco I,
• eccetera.
Qui invece, a sinistra, solo fantasmi.
Il fantasma di Berlinguer, tanto per cominciare. Che da vivo è stato forse un grandissimo (e sottolineo “forse”), ma da fantasma comincia a starmi sulle palle.
Il fantasma della classe operaia, che si è reincarnato milioni di volte negli elettori sbagliati, facendoci perdere quasi tutte le elezioni.
Il fantasma del progresso come lo intendevano negli anni Cinquanta, che poi è arrivato -perché è arrivato insieme al benessere e al distacco egoistico e reciproco- ma non ce ne siamo accorti, abbiamo pensato che fosse gratis e dovuto, abbiamo lasciato ingrassare ciò che non doveva ingrassare e oggi ci troviamo con Istituzioni arrugginite e non credibili, con mezzo paese fisicamente in mano alle Mafie e una mancanza di visione, di speranza e di cultura da far cadere in depressione.
E mi chiedo, ma tutto questo, quando è veramente iniziato? La domanda è oziosa, perché i fenomeni complessi non hanno un inizio come potrebbe essere un punto su una linea, ma me la pongo lo stesso. Quando è iniziato? Quando c’era ancora il PCI? Dopo la morte di Berlinguer? Dopo il fallimento di Tangentopoli? Dopo che si è aperto il Muro di Berlino? Con la nascita della TV commerciale? Con la morte di Moro o quella di Dalla Chiesa? E come è stato possibile che nessuno, a sinistra, sia riuscito a vedere e dire e fare qualcosa per farci arrivare a oggi in condizioni diverse da quelle in cui ci troviamo?
Mi escono solo domande, quando leggo di episodi come quello di Cornigliano e mi viene in mente una cosa: che da quando ho iniziato a fare politica, in nessuna delle assemblee o direzioni cui ho partecipato (PDS, DS, PD) mi è mai capitato di trovarmi, insieme agli altri, di fronte a domande come quelle che ho vomitato qualche riga fa. Ho sempre e solo partecipato a riunioni in cui si parlava di regole, di scadenze, di tessere, di candidature, di maggioranze. E basta. Mai che ci sia capitato di restare annichiliti da domande. Perché bisognerebbe anche avere il coraggio di lasciarsi annichilire dalle domande, ogni tanto, specie quando si fa politica.
Domande.
Tipo “ Come è possibile che una cosa come quella di Cornigliano abbia per teatro un quartiere popolare, operaio, dove la solidarietà, la comprensione, l'assistenza reciproca, sono sempre stati valori fondamentali?”
Domande. Da farci tutti insieme senza abbassare troppo gli sguardi e senza vergognarsi se ogni tanto regna un po’ di silenzio.
Domande.
Che sono ancora l’unica strada a nostra disposizione per arrivare, in qualche modo, a delle risposte.

martedì 5 novembre 2013

SONETTOBLOG



Uno spirto s’attorna pella rete,
magistri d’alma, cronica e di vasca,
intenditor de l’onda e de la frasca
cui pello iure etterna arde la sete.

Giorgion de l’Alsaguèn li fè: “Correte,
v’è di smerdar chi froda per sua tasca”,
e Quei, con l’aere frito o con la basca,
a tangheri e fellon nol danno quiete.

L’armata che si fenno ha nome strangio,
ciascun sodale ha sardo ‘l sangue e ‘l polso,
in cima a lo vessillo è scritto “blogo”;

favellan lo noareso e lo romangio,
lo castellaio e pur lo gallo-corso,
l’aulico cazzeggiar fa ‘l chatto togo.

ANSIA DA PRELAZIONE

È che alla fine non se ne farà nulla.
È che alla fine prevarrà la penuria di fondi pubblici
È che alla fine Regione e Ministero dell’ambiente lasceranno perdere.
Altrimenti assisteremmo a un’operazione diversamente astuta.
Mi riferisco all’intenzione dei responsabili del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena, di esercitare il diritto di prelazione per l’acquisto dell’isola di Budelli.
Un po’ di storia.
Budelli è un’isola privata da sempre. Negli ultimi decenni era stata messa all’asta e acquistata da una società con sede a Milano. Poi è finita nuovamente all’asta per ripianare alcuni debiti dei nuovi proprietari. Fino a che, lo scorso 8 ottobre, è stata acquistata da un signore neozelandese, alto dirigente della Commonwealth Bank, tale Michael Harte. 
Ora: se anche Harte fosse il peggior palazzinaro nella storia del mondo, ci sarebbe comunque da stare relativamente tranquilli per Budelli, poiché i vincoli sono talmente tanti e l’isola è talmente esposta e nota, che nessuno potrebbe toccare palla senza che lo si venga a sapere entro un’ora. Quindi già solo per questo motivo, mi sembra fuori luogo che si spendano quasi 3 milioni di euro per acquistare al pubblico un bene privato che non rischia di essere depredato.
Ad aggravare il sospetto di “alterità intellettiva” dell’operazione è il fatto che questo signor Harte, oltre ad avere dichiarato che gli interessa solo tutelare l’ecosistema dell’isola, ha già all’attivo tre progetti di conservazione e tutela degli ecosistemi in altrettante isole sparse per il mondo. Budelli sarebbe il quarto giocattolo in questo senso. La fonte di quest’ultima notizia è la Nuova Sardegna:
Il mio ragionamento è questo: in Sardegna siamo abituati ad aprire le porte a capitali e investitori che, in cambio di territorio edificabile o industrializzabile, restituiscono un certo numero di posti di lavoro e commesse per l’indotto, con un bilancio finale che, lo sospettiamo un po’ tutti, alla fine non ci vede nel ruolo dei furbi.
Quindi, dicoìo, per una volta che arriva uno disposto a pagare per un bene che non potrà cementificare e che ha già dimostrato e dichiarato di perseguire obiettivi sostenibili e compatibili con la tutela della risorsa acquistata, ma è proprio il caso di spendere quasi 3 milioni di Euro per rendere pubblico un bene che nei fatti già lo è, nella misura in cui il privato non ne può disporre? Non è l’unica domanda. Mi chiedo ad esempio che senso ha spendere in questo modo risorse che potrebbero essere usate nella lotta agli incendi? Che senso ha, a fronte delle difficoltà anche finanziarie ad amministrare e gestire un patrimonio pubblico già vasto, aumentare questo patrimonio con un bene che è già, nei fatti, in cassaforte? Che senso ha tagliare fuori un investitore così anomalo, che ha dichiarato pubblicamente di voler investire in formazione, studio, contatti, scambi, ecosistemi? Non sarebbe più giusto spremerlo come un limone facendogli cacciare fuori idee e progetti, e approfondire così la conoscenza sulle sue vere intenzioni?
Le lascio lì, come domande. Non ho molti altri elementi, per ora. Ne tiro fuori una valutazione a naso, che è quella già detta sopra: acquistare Budelli e tagliare fuori Harte non ha molto senso. 
Per contribuire ulteriormente aggiungo tre links: uno rimanda ad un articolo in un blog, dedicato alla vicenda Budelli e che contiene spunti utili. Il secondo porta a una pagina sulla Blue Economy; un approccio molto interessante che si presenta come superamento della Green Economy e di certi suoi presupposti. Merita una lettura. Per completezza va detto che l’idea di Harte, di utilizzare Budelli come laboratorio naturale e come modello per lo studio di quel tipo di ecosistema, si basa sui principi della Blue Economy.
Il terzo Link rimanda al sito istituzionale del Parco Nazionale, ad una nota in cui si spiegano le ragioni della prelazione. A sostegno delle intenzioni del Parco, un intervento di Pecoraro Scanio e uno di Jimmy Ghione. Sì, Jimmy Ghione. Perché noi ci sforziamo di usare e abusare della fantasia. Ma alla fine la realtà ci fotte sempre. [LR]