L’incresciosa vicenda che sta tenendo col fiato sospeso la Sardegna (oddio… sospeso…) e che ha visto protagonisti Michela Murgia e la dirigenza del Partito Democratico, merita alcune riflessioni.
Abbiamo poche certezze. La Murgia sostiene di essere stata contatta da alcuni dirigenti PD e di avere ricevuto una proposta di “collaborazione”: accettare un rosa di dieci nomi Democrats nelle sue liste, in cambio dei voti che questi porterebbero facendo salire il quorum di “Sardegna Possibile”. D’altra parte le trattative sotto il tavolo ma anche quelle sopra il tavolo e, meglio che mai, sopra più tavoli, sono una cosa che il PD conosce bene perché le facevano, per imperiosa necessità ontologica, sia la DC che il PCI che il PSI; e poiché i dirigenti attuali del PD sono stati per lo più anche dirigenti della DC, del PCI o del PSI, non vedo cosa avrebbe potuto convincerli, in questi anni, a cambiare metodo. Né credo che sostituire Berlinguer con D’Alema, Craxi con Nencini e Andreotti con Letta abbia cambiato qualcosa.
Michela però si è inquietata. E senza pensarci troppo ha reso pubblica la cosa. Dall’altra si è reagito non tanto dicendo “è falso” o “queste cose non si fanno” o “e se si fanno noi non le facciamo”. Più che altro la reazione è stata di sfida: “se è vero, la Murgia faccia i nomi”.
Fossi al posto della Murgia io quei nomi li farei, andando fino in fondo. Perché le cose bisognerebbe sempre portarle fino in fondo, come quando si inizia ad estrarre un dente. Fermo restando che non si è trattato di qualcosa di illegale ma al massimo di politicamente rozzo, che problema c’è a sapere che Pinco Pallino insieme a Sempronio e a Tal dei Tali, sono andati da Michela a trattare? Voglio dire, è politica, è tattica, è comunicazione, non sono tangenti. Vorrei vedere la dirigenza del PD denunciare un competitor per una confessione simile.
Il problema semmai è che, per tacita intesa, certe cose si fanno ma non si dicono. Esiste un doppio linguaggio in politica: quello che si usa in pubblico e quello che si usa a porte chiuse. I due linguaggi sono diversi per lessico, per estensione e per chiarezza. I partiti da cui proviene il PD (e quindi anche il PD) li hanno sempre usati entrambi e sempre dosandoli con cura. Ogni dirigente sa esattamente quando è il momento di usare uno o l’altro codice e sa che, per funzionare, i due codici non devono sovrapporsi, pena pericolosi cortocircuiti o imbarazzanti figure di merda. Un esempio di queste ultime è quella del giovane dirigente che a una riunione tra capibastone per parlare di candidature, di cariche, di campagna elettorale, si mette a parlare di programmi o peggio ancora di valori. A quel punto i più esperti si guardano, gli sorridono e riprendono da dove erano stati interrotti.
Un esempio di corto circuito, che potrebbe essere anche più grave di come è stato finora, è quello avvenuto con le confessioni di Michela Murgia.
Sembra una schermaglia da nulla, tanto che mi è bastato tentennare un po’ sulla pubblicazione di questo pezzo che già l’argomento era quasi sparito dalle bacheche. In realtà credo sia sparito per via di una rimozione potente.
Questa del doppio linguaggio e della doppia veste in politica è una cosa a cui come italiani siamo avvezzi quanto lo siamo alla doppia morale: la domenica in chiesa vs. il resto della settimana. In entrambe le situazioni si confrontano due contesti complementari ma anche opposti, direi: sacro e profano. In entrambi i casi il passaggio tra i due contesti è affidato al mistero, al segreto e a ministri di culto investiti di un particolare potere che consente loro di gestire i passaggi -propri e altrui- da un contesto all’altro senza conseguenze letali. L’importante è che i due contesti o i loro elementi non si sovrappongano, trovandosi nello stesso luogo e nello stesso momento. Esempi? Ne faccio 4: 1)Il giovane dirigente ingenuo che parla di programmi in una stanza in cui tutti parlano di poltrone. 2) il vecchio dirigente arteriosclerotico che parla di poltrone in una sala in cui tutti fanno finta di parlare di programmi. 3) Il fedele che tromba durante la messa, 4) il tipo che prima di una trombata dice il rosario.
Fuor di puttanata mi viene da dire due cose, una a Michela Murgia e l’altra al PD. A Michela chiedo, come sopra, di fare quei nomi e di portare il corto circuito fino alle sue estreme (?) conseguenze. Al PD dico: nonostante continui a sembrarvi naturale la formula del doppio tavolo, del doppio linguaggio ecc, sforzatevi di capire che sono sempre più numerosi quelli che vi hanno votato e avrebbero continuato a votarvi solo per disperazione, perché il resto era peggio, ma che a questi e a molti altri proprio non piace la doppiezza dei vecchi metodi. Non fermatevi alla considerazione che sia da ingenui. Magari è vero, ma non è tutto. Molte altre cose muovono chi detesta certe pratiche. E sono tutte cose che vi svuotano e vi condannano a morte politica.
Tuttavia ho come la sensazione che la cosa si fermerà qui. Non sapremo mai nulla né della Rosa, né dei Nomi, come di due cose che alla fine sono una e indissolubile, impossibile da tirar fuori dal recinto rituale della vecchia politica.
Fa freddo in questa stanza e le mani mi dolgono. Lascio questo pezzo, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat Rosa pristina Nominibus, Nomina sed non tenemus.
Eccheccaz!

