giovedì 11 settembre 2014

Quel culo è innocente

“Quel culo è innocente, Vostro onore!
Signor giudice, si. Ritengo che il culo dell’imputata, la signorina Bacchiddu, vada assolto dalle accuse che, per sineddoche, vengono mosse ora a esso, ora alla titolare dello stesso.
Ritengo tutta la vicenda un clamoroso equivoco, dovuto a ben altre forze in campo; ma mi sia consentito di analizzare i fatti. L’imputata è accusata di avere scientemente costruito una campagna elettorale sfruttando l’immagine del proprio fondoschiena. Per la risonanza che la cosa ha avuto, tutti la indicano come un’abilissima manipolatrice e una fredda calcolatrice delle conseguenze delle proprie azioni. Non solo: in seguito al clamore suscitato e al fastidio da ella manifestato per le accuse subite, la signorina Bacchiddu è stata anche accusata di ipocrisia.
Intendo dimostrare l’infondatezza di tutte e tre le accuse.
La Prima. Si accusa la mia cliente di avere orchestrato una campagna elettorale mercificando il proprio corpo. Vostro onore, una campagna elettorale prevede il lancio continuo e ripetuto di messaggi ridondanti, variazioni sul tema, tormentoni, e lo sfruttamento di vari media per veicolarli: cartacei, audiovisivi, telematici.
Qui, invece, in quest’aula, stiamo parlando di una sola foto. Stiamo parlando delle conseguenze di una foto.
E che foto!
La mia assistita, vostro onore, ha preso una foto già esistente sulla sua pagina e l’ha, come si dice in gergo, ricondivisa, rilanciandola.
Non lo sapremo mai, ma se la signorina Bacchiddu si fosse limitata a questa semplice azione, nessuno si sarebbe accorto di nulla. Come non ci accorgiamo delle migliaia di foto che ogni secondo che passa ognuno dei nostri contatti rilancia e commenta sulla propria pagina. A proposito, lei ha un profilo Facebook, vostro onore?”

“Non è essenziale. Vada avanti la prego”

“Senz’altro. Dunque, dicevo che il gesto da cui ha avuto origine il tutto che ora noi siamo chiamati a giudicare, sarebbe nulla. Invece oggi stiamo dibattendo, noi tutti che siamo qui, dell’opportonità di una campagna elettorale. Cosa è tanto decisivo da trasformare una foto in una campagna elettorale? Questo: sotto la sua foto, una normale fotografia che la ritraeva in bikini, visibile sulla sua bacheca da almeno due anni, in cui neanche faceva la bocca a culo di gallina, ella ha scritto: “È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo. Votate L’altra Europa con Tsipras”.
Ancora una volta possiamo solo immaginare che, se avesse usato solo questa frase, senza riferimento alla foto, nulla sarebbe accaduto. Il problema è sorto poiché ella ha inteso riferirsi, con quella frase, alla foto. Rilevo che nessuna arrampicatrice politica abbia mai adottato simile strategia comunicativa. Aggiungo sommessamente che una Minetti o una Carfagna, solo per citare delle autorità del settore, non hanno mai usato il culo per fare campagna elettorale; semmai lo avranno usato per non dover sottoporsi a campagna elettorale alcuna, ed arrivare direttamente sugli scranni che a loro interessava occupare. Nessuna di loro si è mai sognata di chiosare una propria foto a culo nudo, con slogan del tipo “Abbasso la scala mobile” “Si al pacchetto Visentini” “Tremate tremate” ecc. Anzi, le loro foto discinte, rilanciate copiosamente da agenzie e pubblicitari, sono sempre state accompagnate dal vuoto pneumatico quanto a didascalie facenti riferimento alla politica. Già questo dovrebbe istillare in ognuno di noi il dubbio, vostro onore, che non siamo di fronte a un’abile manipolatrice ma ad altro genere di persona. Su quale sia questo genere, però, non ritengo necessario esprimermi. Andiamo avanti.
Sommessamente ricordo che la mia assistita non era candidata ad alcunché, ma anzi procacciava voti per altri. Questo aspetto è stato clamorosamente trascurato nella “formazione dei capi d’accusa” a cui tutti abbiamo assistito, fino a portare tutti noi ad assistere alla nascita di una “verità” mediatica che starebbe per trasformarsi in verità processuale, qualora la mia difesa non risultasse sufficiente a dimostrare l’innocenza dell’imputata. Troppi sono infatti convinti che la Bacchiddu abbia fatto male ad usare il proprio sedere per ottenere una poltrona. Questo, come ho già detto, è falso, non essendo ella candidata, ma viene ritenuto vero e contribuisce a mantenere in piedi il castello accusatorio.
Abbiamo visto che il gesto iniziale: il rilancio della foto già presente sulla pagina Facebook dell’imputata, e la scelta di indicare questa foto come veicolo di messaggi elettorali, non somiglia a nessun altra forma di mercimonio tra quelle cui siamo abituati in Italia.
Io, vostro onore, ne deduco che non somiglia al mercimonio perché non è “mercimonio”.

“Ah no, Avvocato? E come lo chiama, lei?”

“Come chiamo il presentare una propria immagine al pubblico annunciando cosa essa sia? Quindi rivolgendosi non a un qualcosa idealmente presente tra il pubblico, al bisogno da risvegliare là fuori, al desiderio da titillare nel cervello del cliente, bensì riferendosi all’immagine stessa? Non al prodotto da reclamizzare -La Tsipras- ma alla Réclame? Come intendo questa inversione del messaggio pubblicitario? Ironia, signor giudice. Ironia verso se stessi e il proprio ruolo. E verso il ruolo di quella lista, che voleva essere qualcosa di nuovo, e che alla fine si è rivelata il solito salotto per anime bella dalla tasca calda. In sostanza la Bacchiddu, si è presa per il culo da sola”.

-brusìo in aula. Qualcuno brontola sdegnato-

“Silenzio o faccio sgombrare l’aula dalle forze dell’ordine. Continui pure, avvocato”

“Certo, signor Giudice. Dicevo che l’imputata Bacchiddu ha avuto il suo bel daffare con chi le commissionò l’incarico. Appena vista la foto di un culo associata al simbolo della lista, la Spinelli è andata su tutte le furie. Il moto di sdegno si è allargato anche alle liste vicine. Ricordo i commenti infastiditi di molte “compagne” del PD, gridare allo scandalo e alla vergogna per questa campagna sessista e maschilista fatta da una donna sulla pelle delle donne. Mi sia consentito di segnalare che in diversi casi, queste ultime sono tra coloro che hanno gongolato divertite in questi giorni per l’arrivo del compagno Pedro. Di questo ho le prove certe: ho conservato gli screenshots degli stati di diverse militanti democratiche, per lo più Cuperliane, e li ho depositati in cancelleria.”

“Si si, ho visto. Ad alcune ho già chiesto l’amicizia… Ehm!”

“Ma vede, signor Giudice, si è trattato di critiche -se vogliamo- politiche, dettate da un retaggio femminista e alimentate, io credo, dal fatto che l’imputata e le sue accusatrici erano in campagna elettorale. Certo, il fatto che la stessa Spinelli, dopo aver fatto cacciare la Bacchiddu, abbia deciso di tenersi il seggio in Europa, dopo aver promesso che vi avrebbe rinunciato, non ha scandalizzato quanto il culo della mia cliente. E su questo andrebbe aperta una riflessione che non è il caso, qui, di sviluppare.
Diverso è stato il rumore creatosi fuori dall’agone per le Europee. Mi riferisco alla platea di Facebook e a quella della carta stampata e delle trasmissioni televisive. In questo contesto signor Giudice, si sono avute le reazioni più dure e impressionanti a quella che resta, lo ricordo, un’unica e singola foto che era sempre stata lì –inosservata- dove tutti l’abbiamo conosciuta, e che è finita sotto i riflettori -e ci è restata- solo perché il soggetto ritratto in essa ne ha parlato, dicendo in sostanza: “ecco come faccio campagna elettorale”. È ricorsivo, signor Giudice, capisce? È un messaggio volutamente autoreferenziale. Sul piano pubblicitario è una miscela esplosiva, perché manca completamente l’obiettivo e non di meno buca gli schermi e raggiunge un numero altissimo di persone, divenendo virale. Quello che colpisce è però la quantità di inversioni insita in questo fenomeno: la Rèclame che diventa oggetto di se stessa, la sorgente del messaggio che si trasforma prima in oggetto di desiderio e poi in accusata, il messaggio pubblicitario che diviene atto di accusa, il pubblico che diventa giudice. Nessuno che rimanga al suo posto cazzo!"

“Avvocato!”

“Mi scusi signor Giudice, non accadrà di nuovo.”

“Lo spero bene per lei. Vada avanti”

“Grazie. Dimostrato che la Bacchiddu non ha orchestrato alcuna campagna elettorale, vorrei smontare ora la seconda accusa, quella di essere un’abilissima calcolatrice. Signor Giudice, Signori, tutta questa storia dimostra a mio avviso la sprovvedutezza dell’imputata. Non è possibile procurarsi tanto danno, perdere un posto di portavoce, in virtù del quale ella faceva campagna elettorale per la lista Tsipras, ed essere contemporaneamente un’abile calcolatrice. L’imputata, al contrario, quando ha composto quel messaggio sulla propria bacheca, non aveva la più pallida idea di quello che stava per succedere. La poveretta, convinta come molti di noi che fuori dalla cerchia a noi familiare, il mondo se ne stia a debita distanza, ha commesso lo stesso errore di coloro che su Facebook si mandano a fare in culo convinti che nessuno li senta. Sicuramente la Privacy era settata su “pubblico”, ma se la Bacchiddu avesse voluto lanciare una campagna virale, avrebbe tenuto pronti non dico tanti, ma almeno cinque spot in serie, sparandoli tutti a poca distanza dal primo. Si fa così, di solito. Si gioca sulla ridondanza e sulla variazione, così che l’attenzione sia catturata proprio perché “distratta” da due sorgenti informative, da due segnali: quello che non varia e quello che varia. Ricorda, signor Giudice, il tormentone antiberlusconiano basato sul manifesto che recitava “meno tasse per tutti”?

“Cazzo se me lo ricordo”

“Ehm… Giudice”

“Ops, chiedo scusa. Vada pure avanti avvocato”

“Ricorda la serie che ne venne fuori: Meno tasse per Titti, meno tasse per Totti ecc?”

“ Cough! Cough”… Ehm, si, ricordo bene. E dunque?”

“Ecco, signor Giudice, quella sì che è una campagna pubblicitaria coi controzebedei, non quella della Bacchiddu, fatta di un unico messaggio -consistente in una vecchia foto- e in una autolesionistica didascalia che parla della foto. Questo dovrebbe essere sufficiente a convincervi che la Bacchiddu, per colpa solo sua, non sapeva quel che faceva, o non sapeva che l’effetto che lei immaginava sulla cerchia di amici era solo la punta dell’Iceberg, e che attorno, nascosto, c’era il resto del Web, il resto del mondo, quello che sta fuori dalla finestra di casa quando ci tiriamo i piatti o ci facciamo una scopata più rumorosa delle altre, informandone il vicinato a nostra insaputa.
E poi c’è la terza accusa, vostro onore. Quella di essere ipocrita.
Su questo non voglio aggiungere nulla, Signor Giudice. Se non che, forse, non è del tutto infondata. Chi fa il giornalista può commettere l’errore che ha commesso la Bacchiddu col primo messaggio, con quella foto. Ma deve essere in grado di riconoscere la tempesta che, pure inattesa, si scatena a partire da quel battito d’ali. Lei conosce l’effetto farfalla, signor Giudice?
…Signor Giudice….
Ehm.. Signor Giudice!”

“E… si, mi scusi! Pensavo. Diceva?”

“Dicevo, lei conosce l’effetto farfalla?”

“Si, credo di si. Ha a che fare con Belen?”

“No, non quello. Mi riferisco all’idea che una piccola variazione nello stato iniziale di un sistema complesso, può a cascata determinare grandi variazioni nell’evoluzione di quel sistema. Tradotto, significa che un colpo d’ala di farfalla, dato o non dato su una spiaggia del Pacifico, può causare o non causare una tempesta perfetta sul Mediterraneo”.

“Si, ne ho sentito parlare. E dunque?”

“E dunque. La Bacchiddu non poteva prevedere il casino che sarebbe successo dopo quella foto. Né poteva prevedere che la cosa sarebbe andata a suo danno. Ma una volta che il casino è scoppiato, la tempesta intendo, avrebbe dovuto riconoscerla senza tanti discorsi. Invece ha preferito provare a difendere quella sua scelta, e l’integrità delle intenzioni che l’hanno sostenuta all’inizio. Non sapeva, l’imputata, che anche un colpo d’ali di farfalla può fare tutto quel casino? Lei si sentiva innocente. Avrebbe dovuto sapere che a provocare la folla spesso si perde la vita, oppure la si salva ma si perde l’innocenza. Avrebbe dovuto, signor Giudice, avrebbe dovuto. Per questo, pur ritenendo che l’accusa di ipocrisia cadrà da sola, non ho intenzione di dire una parola di più, affinché questo accada. Né dirò nulla sul fatto che la mia assistita sia stata chiamata da Michele Santoro a condurre come partner la sua trasmissione, perché ritengo i due fatti non collegabili e il nuovo incarico non valutabile all’interno di questo processo.
Ho quasi finito, signor Giudice. Vorrei dire solo una cosa, che non cambierà la sostanza del processo”.

“Avvocato, io avrei anche da fare. E s’è fatta una certa. Veda di sbrigarsi”.

“C’è un colpevole, in tutta questa storia, ma non lo possiamo processare né condannare, essendo esso perennemente in stato di minorità, cosa che lo rende non perseguibile. É il pubblico. Esso in realtà, altri non è che il moderno travestimento di un organismo assai più antico, che tutti conosciamo e che da sempre fa da brodo primordiale alla politica e alle istituzioni su cui una società si regge. La folla. Essa è quel ventre in cui ritmicamente scivola ognuno di noi, anche quando non vuole, anche quando non lo sa. È un lavoro, quello di non essere folla, ed è utopia, l’idea di non esserlo mai.
Nessuno di noi, Signor Giudice, è in grado di vedere il suo essere folla, perché la folla, per definizione, non vede. La folla guarda, signor Giudice, come può fare un dinosauro. Intuisce movimenti, ombre, macchie di colore. La folla ha una primitiva sensibilità alle differenze, ma non possiamo dire che essa veda. “Vedere” vostro Onore, ha a che fare con “Idea”. Video-ideo, ha presente? Se vedo allora penso per idee. La folla non ha idee, ha solo ombre di idee, macchie colorate, scarti improvvisi, movimenti, ma essa, a rigor di termini, non vede.
Sente odori, questo sì. Non li elabora granché ma li sente. E da millenni la folla, quando sente l’odore di una donna, scatena la sua parte più famelica e più antica. Specie se quella donna ha deciso di avventurarsi, da sola, dove altre donne esitano a metter piede.
Ho finito”.

“No, lei non ha finito proprio per un cazzo, Avvoca’. Lei non se la cava così. Lei ora mi deve dire che bisogno aveva l’imputata di mettere una sua foto a culo nudo sulla sua bacheca, come una qualsiasi soubrette. Mi deve dire cosa c’entra il culo di una donna con i valori della lista per cui lavorava. E mi deve dire anche se le sembra giusto che in virtù del clamore ottenuto, la Bacchiddu sia ora stata chiamata da Santoro come collaboratrice, con tante brave giornaliste che ci sono, anche in Sardegna”.

Brusio, mugugni, applausi.

“Vede Signor Giudice, io non le so rispondere. Ho provato a spiegarmi, e credevo di esserci riuscito. Invece Lei ora mi ripresenta daccapo le stesse domande, come se io non avessi detto nulla. Mi viene in mente che Facebook sia proprio quello che dicono. Un luogo dove l’informazione circola già filtrata alla fonte. Non tanto dagli algoritmi di Zuckerberg, ma dal modo in cui ognuno di noi permette al proprio algoritmo di classificarlo in base ai suoi gusti. In modo che ciò che compare sulla propria bacheca, sia frutto di una selezione basata sui “like”; cosicché alla fine, quando alla sera, stanchi, ci connettiamo, possiamo immergerci in un mondo che per lo più ci piace, perché qualcuno ce lo ha costruito attorno in base ai nostri umori. E non dobbiamo neanche più fare lo sforzo di ascoltare opinioni diverse dalle nostre per provare a capire, perché sentiamo già abbastanza rumore durante il giorno, e quando stiamo su Facebook quello che ci serve è solo qualche coccola, e qualche conferma delle nostre idee”

“Non le consento, Avvocato. Si rimetta la toga! Il processo non è ancora finito”

“Si, vostro onore. È finito, e ho anche emesso la sentenza. Ora vado in bagno, mi chiudo, mi siedo sul cesso, mi connetto.
E la cancello dalle amicizie. Eccheccaz!
Anzi no, non la cancello. La blocco per un po’. Diciamo una settimana, e poi la sblocco di nuovo. Mi piace la musica che condivide. Arrivederci.”

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