
C’è sempre un momento speciale, quando leggo una storia che mi piace. È quello in cui, siano le pagine settanta o settecento, chiudo e mi accorgo che il segnalibro è esattamente a metà dello spessore del volume. Di solito la sensazione è un misto di contentezza, curiosità, impazienza, nostalgia, smarrimento. Un mondo sta da questa parte del segnalibro. Un altro, di cui so ancora poco ma su cui nutro certe aspettative, sta dalla parte opposta. I due mondi sono potenzialmente infiniti. Ognuno dei due è collegato, in qualche modo, a tutto ciò che esiste e a tutto ciò che può essere immaginato. Il primo in chiave di passato, di possibilità inespresse o solo non scoperte, l’altro in modalità futura, e contiene tutto ciò che ancora non è stato e forse sarà. Il segnalibro è come l’istante presente. È nel tempo ed è fuori dal tempo. È senza dimensione ma è tutto ciò che siamo, finché siamo. Borges, da qualche parte, ma non ricordo dove, parlava dell’istante presente come di ciò che eternamente è il centro del tempo, avendo un passato infinito da una parte e un futuro senza fine dall’altra. Minchia, e pensare che è lo scontrino del fruttivendolo e che stavo per buttarlo.
Nessun commento:
Posta un commento