giovedì 15 maggio 2014

NON CE LA POSSO FARE


Mia sorella mi fa segno di scendere dalla macchina.
Birba, il gatto dell’altra sorella, ha catturato un topo. Piccolo, mi dice.
Mi alzo un po’ ma non esco dall’abitacolo. Il muro del piccolo giardino è troppo alto e riesco solo a vedere il gatto che lancia per aria una cosa grigia e la riacchiappa al volo.
“Poveraccio –penso- che sfiga”.
Poi mi viene in mente di andare a vedere i gattini dell’altra sorella, appena arrivati.
Mi fermo in salita, stracanno il freno a mano e inserisco la retro. E scendo.
Prima di entrare a casa butto l’occhio verso il gatto. È ancora lì. Non ha fretta. Guardo meglio e vedo il topo. È veramente piccolissimo. “Sarà morto”, penso. Invece si muove.
Fosse stato il 1977 non avrei esitato a intervenire. Da piccolo sono stato un disturbatore volontario di cicli naturali. Con rito abbreviato stabilivo che il predatore era cattivo mentre la preda era poverina, e facevo giustizia.
Poi crescendo ho capito che era una stronzata, buona solo per chi ha perso ogni contatto con la natura, con la sua ferocia bellissima, quella che ha insegnato a ogni forma di vita il modo migliore per non estinguersi. E ho smesso di intervenire.
Però quel topo era veramente piccolissimo. Allora ho provato ad avvicinarmi ma Birba, temendo che glielo fregassi, gli ha messo una zampa sopra. Poi, non so perché, l’ha lasciato andare e quello non se l’è fatto ripetere due volte, e ha tentato la fuga. Era talmente frastornato che riusciva a spostarsi di poco e poi si fermava sfatto. Per farla breve, ho guardato Birba, ho fatto un po’ di chiasso con le mani e l’ho convinto a farsi da una parte. Poi mi sono inchinato e ho preso il topo. Era lungo quanto la falange del mio medio. Era vivo e non sembrava ferito. Si muoveva, respirava, tentava di uscire dal cavo delle mie mani. Ho chiamato mio figlio e mia nipote perché lo vedessero. Il gatto ha provato a lamentarsi un paio di volte (lo fanno sempre, con ragione, quando perdono una preda) ma poi si è interessato di altre cose. Il topo mi guardava, cercava di fuggire ma era senza forze, e si fermava subito.
Continuava a guardarmi. Avevo in mano un individuo. Avevo tra le mani un progetto perfetto, pensato da una mente senza nome (“natura” è fuorviante) perché restasse vivo. Qualcosa gli aveva insegnato, da sempre, ad aver paura della morte. Senza una ragione o una lingua per spiegarlo e scriverci sopra poesie. Quella bestia, incidentalmente un cucciolo, sapeva e voleva. E cercava di fare quello che poteva per salvarsi. Cioè niente, perché era talmente in balia di quegli artigli o della mia mano, da non avere nessun potere contrattuale, nessuna chance.
Ma io sono un coglione. Avrei dovuto restituirlo al gatto, che se l’era cacciato con le sue forze. Stavo violando i suoi diritti di gatto. Però non ne sono stato capace. Una volta che l’ho guardato e l’ho considerato vivo, dal momento che non mi serviva per nutrirmi o guadagnarci qualcosa, non me la sono sentita di decidere che per lui il passaggio su questo pianeta (l’unico che vedrà mai) dovesse finire lì.
È una cosa infima, senza senso. Eppure non avrei potuto fare nient’altro che avesse più senso. Mi sono allontanato, ho controllato che non ci fossero gatti nei paraggi, ho scelto un punto in cui l’erba cresce fitta sotto un groviglio di acanto e ho aperto la mano. Quello inizialmente è rimasto immobile. Era come aggrappato alla radice del mio dito. E non lo mollava. Allora ho abbassato la mano fino a terra, e quando la vegetazione è stata più alta di lui, ha fatto un salto ed è sparito.
Ho solo sentito un fruscio allontanarsi.
Poi chissà.

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