Non è che gliele dissi queste cose. Non ebbi il
coraggio. Erano pensieri turpi a modo
loro, nella loro nudità disordinata. Mica si può dire tutto. Anche quando ci
sembra bello e qualcosa brucia dentro e spinge perché vuole uscire. Altrimenti,
fosse solo per questo, avrei dovuto raccontarle pure di come le guardavo il
culo quando mi camminava davanti, di come cercavo di capire qualcosa delle sue
tette, di come facessi il tifo per il vento, che mulinava tra le sue gambe
nell'ombra di quella gonna leggera, mentre passavamo sui sassi del sentiero.
Invece stavo per provarci, a farle un complimento
di quelli che non c'entrano nulla, di quelli che escono dalle budella e che la
va o la spacca. E fu esattamente dopo una domanda che mi fece voltandosi
appena, mentre lasciavo fosse lei a starmi davanti sul camminamento
strettissimo, tra due sponde di spine e cespugli invecchiati dal sole:
"Sei sposato?"
Volli capire quel che volli capire. Le dissi il sì
più interessato che potessi concepire su due piedi: speravo si accorgesse che avevo
paura di annegare, che non credevo più tanto nel mio matrimonio, in nessun
matrimonio. Che volevo riprendere a giocare, come fanno tutti gli animali,
anche da vecchi. E invece arrivò prima lei. Ma non Monica: la spiaggia.
Scavalcammo l'ultima gobba di roccia proprio mentre
una raffica più svelta delle altre, senza ostacoli, sollevò leggermente la sua
gonna facendo volare a me il cappello. Non lo persi solo per il sottogola, che
me lo fece poggiare sulla schiena appena l'aria fu ferma. Ricorderò quell'immagine
per sempre: il vento che arriva, la gonna che si muove, una striscia di sabbia
rosa sotto la prima acqua della battigia, inquadrata dai miei occhi tra le sue
caviglie. Intorno non c'era nessun altro essere umano. Odiai la mia timidezza
come non facevo da molto tempo.
"Porca miseria, è bellissima".
Neanche risposi.
La spiaggia si presentò come una cosa primitiva.
Inconcepibile. In una zona ad alta densità turistica, un angolo così bello e
così vuoto rimandava per forza a quando l'uomo era un accidente tra tanti altri
animali. Oppure una specie già dannosa ma ancora troppo rozza per occupare
capillarmente ogni pezzo di bellezza coi suoi programmi e la
sua visione del mondo. Monica si girò una paio di volte verso me e verso la spiaggia che le stava di fronte, e non
riusciva a dire altro. Io avevo già pronto sul piatto il disco con la formula
magica: briozoi, foraminiferi, le onde e le correnti, i secoli, la pazienza
delle cose, una spiaggia che dovrebbe essere bianca e diventa rosa, l'uomo che ne fa preda per pura ignoranza, eccetera. Ma non ebbi il coraggio. Stetti
zitto, in attesa che parlasse ancora lei.
Invece Monica si sedette su uno scoglio: "Qui
si può, vero?"
"Si-risposi-si può".
Mi misi accanto a lei. Più vicino di quanto farebbe
un vero timido. Poche onde arrivavano fino a terra. Piccole, smorzate. Si
sentiva il passare dell'acqua sul margine del mondo, il vero senso della parola
"isola": una cosa che non è mai stata uguale a se stessa, esista pure
da milioni di anni. Ogni spostamento dell'acqua che la definisce, ogni
movimento del mare, disegna un orlo diverso a ogni istante, a ogni onda che
arriva e riparte. La roccia che si tuffa e riemerge ospita un confine mobile;
ora è isola, ora è fondale, ora è solo roccia che risponde alla spinta dell'acqua.
L'Arcipelago visto dal livello zero è identico e altro rispetto a quello che si
vede dall'alto, anche solo da cento metri di quota. Da su, anche la peggiore
tempesta lascia tutto com'è. Le cose, intendo. Una tempesta interviene sui
suoni e sui colori, al massimo. Sposta un po' di bianco giù, un po' di grigio
su, fischia, urla, sbatte. Le cose grandi però sembra che la sfottano,
lasciandola sbraitare, tanto loro resteranno dove i millenni le hanno messe,
fino al prossimo uragano. L'inferno che si spalanca sotto una nave, da su lo
puoi solo pensare. Il mare non sembra mai un'unica grande bocca che continuamente
mastica ogni cosa. No, da su sembra un qualsiasi campo di grano senza misure,
che qua e là finisce, contro una collina, contro un gruppo di monti lontani. Ma
che in fondo è infinito. (Mistral noir – Luca Ronchi)
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