lunedì 14 luglio 2014

La spiaggia


Non è che gliele dissi queste cose. Non ebbi il coraggio. Erano pensieri  turpi a modo loro, nella loro nudità disordinata. Mica si può dire tutto. Anche quando ci sembra bello e qualcosa brucia dentro e spinge perché vuole uscire. Altrimenti, fosse solo per questo, avrei dovuto raccontarle pure di come le guardavo il culo quando mi camminava davanti, di come cercavo di capire qualcosa delle sue tette, di come facessi il tifo per il vento, che mulinava tra le sue gambe nell'ombra di quella gonna leggera, mentre passavamo sui sassi del sentiero.
Invece stavo per provarci, a farle un complimento di quelli che non c'entrano nulla, di quelli che escono dalle budella e che la va o la spacca. E fu esattamente dopo una domanda che mi fece voltandosi appena, mentre lasciavo fosse lei a starmi davanti sul camminamento strettissimo, tra due sponde di spine e cespugli invecchiati dal sole: "Sei sposato?"
Volli capire quel che volli capire. Le dissi il sì più interessato che potessi concepire su due piedi: speravo si accorgesse che avevo paura di annegare, che non credevo più tanto nel mio matrimonio, in nessun matrimonio. Che volevo riprendere a giocare, come fanno tutti gli animali, anche da vecchi. E invece arrivò prima lei. Ma non Monica: la spiaggia.
Scavalcammo l'ultima gobba di roccia proprio mentre una raffica più svelta delle altre, senza ostacoli, sollevò leggermente la sua gonna facendo volare a me il cappello. Non lo persi solo per il sottogola, che me lo fece poggiare sulla schiena appena l'aria fu ferma. Ricorderò quell'immagine per sempre: il vento che arriva, la gonna che si muove, una striscia di sabbia rosa sotto la prima acqua della battigia, inquadrata dai miei occhi tra le sue caviglie. Intorno non c'era nessun altro essere umano. Odiai la mia timidezza come non facevo da molto tempo.
"Porca miseria, è bellissima".
Neanche risposi.
La spiaggia si presentò come una cosa primitiva. Inconcepibile. In una zona ad alta densità turistica, un angolo così bello e così vuoto rimandava per forza a quando l'uomo era un accidente tra tanti altri animali. Oppure una specie già dannosa ma ancora troppo rozza per occupare capillarmente ogni pezzo di bellezza coi suoi programmi e la sua visione del mondo. Monica si girò una paio di volte verso me e verso  la spiaggia che le stava di fronte, e non riusciva a dire altro. Io avevo già pronto sul piatto il disco con la formula magica: briozoi, foraminiferi, le onde e le correnti, i secoli, la pazienza delle cose, una spiaggia che dovrebbe essere bianca e diventa rosa, l'uomo che ne fa preda per pura ignoranza, eccetera. Ma non ebbi il coraggio. Stetti zitto, in attesa che parlasse ancora lei.
Invece Monica si sedette su uno scoglio: "Qui si può, vero?"
"Si-risposi-si può".
Mi misi accanto a lei. Più vicino di quanto farebbe un vero timido. Poche onde arrivavano fino a terra. Piccole, smorzate. Si sentiva il passare dell'acqua sul margine del mondo, il vero senso della parola "isola": una cosa che non è mai stata uguale a se stessa, esista pure da milioni di anni. Ogni spostamento dell'acqua che la definisce, ogni movimento del mare, disegna un orlo diverso a ogni istante, a ogni onda che arriva e riparte. La roccia che si tuffa e riemerge ospita un confine mobile; ora è isola, ora è fondale, ora è solo roccia che risponde alla spinta dell'acqua. L'Arcipelago visto dal livello zero è identico e altro rispetto a quello che si vede dall'alto, anche solo da cento metri di quota. Da su, anche la peggiore tempesta lascia tutto com'è. Le cose, intendo. Una tempesta interviene sui suoni e sui colori, al massimo. Sposta un po' di bianco giù, un po' di grigio su, fischia, urla, sbatte. Le cose grandi però sembra che la sfottano, lasciandola sbraitare, tanto loro resteranno dove i millenni le hanno messe, fino al prossimo uragano. L'inferno che si spalanca sotto una nave, da su lo puoi solo pensare. Il mare non sembra mai un'unica grande bocca che continuamente mastica ogni cosa. No, da su sembra un qualsiasi campo di grano senza misure, che qua e là finisce, contro una collina, contro un gruppo di monti lontani. Ma che in fondo è infinito. (Mistral noir – Luca Ronchi)


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