Quel pasticciaccio brutto di Su Pistoccu (11 ottobre 2011)
Questa è una storia che ci riguarda tutti, perché parla di passato, del nostro passato di sardi e quindi, inevitabilmente, dei nostri possibili, vari futuri. L'ho scritta esattamente due anni fa, ma fino a un minuto fa non lo sapevo. La ripropongo qui, perché sapere è importante.
Alcuni giorni fa, sulla spiaggia di Su Pistoccu (marina di Arbus), è stato ritrovato lo scheletro di un uomo dell’Olocene, l’epoca geologica iniziata circa 12.000 anni fa e tuttora in corso, successiva al Pleistocene. Queste, in sintesi, le notizie trapelate dopo il ritrovamento. Ma c’è ben altro. Una delle responsabili dell’equipe di archeologi che ha curato i primi rilievi, mia amica da lunga data, collega di studi a Pisa per un breve periodo e con cui sono rimasto in contatto, mi ha detto via mail che in realtà stanno lavorando su una quantità di materiale di valore indicibile, trovato durante i saggi di scavo. Sotto lo scheletro, infatti, è stata ritrovata una piccola tavoletta d’argilla recante iscrizioni fatte con caratteri molto simili a quelli delle tavolette di Uruk, in Mesopotamia, ma più antiche di circa quattromila anni. Inutile soffermarsi sull’eccezionalità della scoperta, che riporta la Sardegna al centro della nascita della civiltà mediterranea e fa arretrare gli inizi di questa civiltà di almeno quattro millenni. Ma la cosa più interessante è che oltre alla prima tavoletta ne sono state trovate altre (circa settanta) e soprattutto sono state trovate delle tavole in pietra, più grandi, scritte sempre in questa variante primitiva del sumero-accadico. Un’archeologa dell’equipe, docente di paleografia, ha iniziato a interpretare e tradurre le iscrizioni delle tavole e delle tavolette, e il risultato – provvisorio e da confermare- ha lasciato tutti a bocca aperta. Le tavolette recavano tutte un simbolo, probabilmente un cedro, e quello che probabilmente era il nome della persona che le possedeva: una sorta di primitivi tesserini. Sembra che l’uomo di “Su Pistoccu” fosse un importante leader politico militare della sua epoca, e che si trovasse in Sardegna perché mandato dalla madrepatria – una confederazione di villaggi della Mesopotamia meridionale con baricentro nella città di Uruk a vigilare sull’organizzazione della vita nelle colonie. Leggendo le grandi tavole ritrovate in prossimità dello scheletro, sembra di potersi concludere che l’uomo, il cui nome era probabilmente Waal-ter (come scritto sulla tavoletta che egli portava addosso) era una sorta di delegato, o di commissario, e che fosse lì per dirimere alcune questioni riguardanti i coloni. Da due delle tavole più grandi si evince poi che gli abitanti del luogo non riuscivano a eleggere un capo e un consiglio (cosa che li rendeva deboli nel caso in cui fosse necessario confrontarsi con altri popoli della zona), e che per questo chiedevano aiuto alla madrepatria. Su una terza tavola, e questa è forse la parte più interessante, sono riportati addirittura i nomi dei clan in cui la popolazione era divisa (anche se è prematuro applicare a questo popolo lo schema della divisione in tribù e clan, tipico delle culture dedite al totemismo). Quel che sembra certo è che la divisione in gruppi era forte, lacerante, e probabilmente informava di sé ogni aspetto della vita di questi antichi progenitori. Stando alle tavole, il nome di uno dei gruppi più forti, all’interno della comunità, era Pleistocene Democratico; questa aggregazione comprendeva per lo più gli anziani del luogo e viveva in forte contrapposizione con Progetto Olocene, una formazione costituita di giovani e di fuoriusciti dal gruppo degli anziani. Un altro nome di gruppo ricavato dalle grandi tavole di pietra è gli Impalatori, il cui grido di battaglia era probabilmente,Impaliamoli; si trattava di un gruppo formato da giovani ribelli che si proponevano di abbattere il vecchio gruppo dirigente a loro dire da troppi anni alla guida della colonia. Era radicato anche Prossima Fermata Atlantide, anch’esso formato da giovani, ma in contrapposizione con i più aggressivi membri di Impaliamoli. Lo scavo, dopo i primi rilievi, si presenta come l’istantanea di un dramma politico consumatosi nove millenni fa. Sul corpo di Waal-ter, che probabilmente ha finito col fare da capro espiatorio per le tensioni interne alla comunità, sono stati trovati numerosi segni di colpi, sferrati con gli oggetti più disparati. Sembra che il colpo di grazia, mentre era a terra agonizzante, gli sia stato inferto fracassandogli il capo con una delle tavole di pietra, quella che, a tutta prima, sembra contenesse il regolamento delle assemblee. Tutto intorno sono stati trovati resti di altri corpi, probabilmente di persone già avanti con gli anni; il fatto che alcuni di essi presentino delle vistose lesioni alle ossa del bacino, fa pensare che ad avere la meglio sia stato uno dei gruppi dei giovani, gli Impalatori. Un piccolo giallo nel giallo è rappresentato dal fatto che non si sia trovata traccia di membri di Prossima Atlantide, mentre sono state rinvenute le tavolette di argilla a loro appartenute. Si presume che, per la maggiore agilità, siano riusciti a fuggire mentre gli Impalatori mettevano a ferro e fuoco il villaggio e mentre i membri di Pleistocene Democratico e di Progetto Olocene, venivano spazzati via dalla furia riformatrice dei rivali. Un’ultima annotazione riguarda una tavola diversa da tutte le altre, più grande delle tavolette ma assai più piccola delle grandi tavole trovate nella zona; essa era adagiata accanto al corpo di Waal-ter; a giudicare dai caratteri insoliti con cui era scritta doveva trattarsi di un testo diverso, di natura letteraria più che amministrativo-contabile; i segni impiegati, solo in parte riconducibili all’alfabeto delle altre tavole, formano una scritta nella parte alta, il cui significato, più o meno è Il perdurare del buio: perché ho deciso di restare.
Il lavoro che impegnerà gli archeologi nei prossimi anni, è capire come mai, per molti millenni dopo questo episodio, i Sardi abbiano smarrito la scrittura e con essa la loro civiltà.
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